È la disfatta della democrazia?

Tra stabilizzazione e regressione, la fotografia inquieta dei rapporti EIU e V-Dem

Tra marzo e aprile, nel giro di poche settimane, sono stati pubblicati due tra i più autorevoli rapporti internazionali sullo stato della democrazia nel mondo, e il loro confronto è tutt’altro che neutrale. Il Democracy Index 2025 dell’Economist Intelligence Unit parla di una possibile stabilizzazione dopo otto anni di declino, suggerendo che la lunga «recessione democratica» potrebbe essersi arrestata. Il Democracy Report 2026 del V-Dem Institute, al contrario, pone una domanda molto più radicale già nel titolo Unraveling the Democratic Era? (Il disfacimento dell’era democratica?), e descrive una realtà in cui la democrazia globale appare in regressione storica, con la maggioranza della popolazione mondiale ormai in contesti non democratici. Due diagnosi diverse, quasi opposte: da una parte una tregua, dall’altra un arretramento strutturale. Ed è proprio nello scarto tra queste due letture che si apre la questione decisiva del nostro tempo.

Una tregua inattesa

Dopo anni in cui il racconto dominante sulla democrazia globale era segnato dalla parola «declino» il nuovo Democracy Index 2025 introduce un elemento inatteso: la caduta sembra essersi arrestata. Il rapporto parla esplicitamente di una stabilizzazione dopo otto anni di arretramento. Non è una formulazione prudente: è una presa di posizione.

Per la prima volta da quasi un decennio, i dati non descrivono un peggioramento generalizzato, anzi, circa il 75% dei paesi ha mantenuto o migliorato il proprio punteggio. Il movimento discendente, che sembrava strutturale, si interrompe, non si tratta di un miglioramento netto, ma di un cambiamento di direzione: la linea non scende più.

E tuttavia, proprio questa tregua apre una domanda più esigente, perché fermarsi non significa ripartire, e una stabilizzazione può essere tanto un segnale di resilienza quanto l’inizio di una lunga fase di immobilità.

Uno sguardo diverso: la regressione che resta

Il Democracy Report 2026 propone invece una lettura che, più che contraddire la precedente, la relativizza profondamente. Se l’EIU guarda al breve periodo, il V-Dem allarga lo sguardo e restituisce una traiettoria di lungo periodo ben più inquietante.

Il dato che colpisce è netto: il livello di democrazia sperimentato dal cittadino medio nel mondo è tornato ai livelli del 1978. Non si tratta di un semplice rallentamento, ma della cancellazione di gran parte dei progressi accumulati dalla fine degli anni Settanta, cioè da quella «terza ondata di democratizzazione» che aveva accompagnato la caduta delle dittature in Europa meridionale, in America Latina e, successivamente, il crollo del blocco sovietico.

Il V-Dem aggiunge numeri che danno la misura della trasformazione in corso: vi sono  nel mondo 92 autocrazie contro 87 democrazie, il 74% della popolazione mondiale vive in regimi autocratici, solo il 7% vive in democrazie liberali.

Non siamo, quindi, di fronte a una crisi ciclica, siamo dentro una trasformazione dell’ordine politico globale.

Due diagnosi, una stessa realtà

A prima vista, i due rapporti sembrano dire cose opposte, in realtà descrivono due livelli diversi della stessa situazione. L’EIU osserva il presente immediato e registra un dato reale, cioè il peggioramento non è più uniforme, mentre il V-Dem misura la profondità della trasformazione e ci ricorda che la stabilizzazione arriva dopo una lunga discesa.

È come se osservassimo un pendio: l’EIU segnala che il movimento verso il basso si è fermato, il V-Dem ci mostra quanto. La stabilizzazione, quindi, non è una smentita dei problemi, è una fase dellacrisi.

Una crisi che non fa rumore

L’elemento che emerge con forza da entrambi i rapporti è che i problemi della democrazia contemporanea non si presentano più nella forma tradizionale. Non è più il tempo dei colpi di Stato, delle rotture violente, dei passaggi improvvisi da democrazia ad autoritarismo, è, piuttosto, il tempo dell’erosione lenta e progressiva.

Il V-Dem la descrive con precisione empirica: la libertà di espressione peggiora in 44 paesi, la censura dei media è utilizzata nel 73% delle autocrazie, la repressione della società civile è in forte crescita. Questi dati raccontano una trasformazione profonda: la democrazia non viene abbattuta, ma svuotata dall’interno. Le istituzioni restano, le elezioni si tengono, ma cambia la qualità del sistema.

Il paradosso della partecipazione

A rendere ancora più complesso il quadro è un elemento che emerge con chiarezza nel rapporto EIU: la crescita della partecipazione politica. In diverse aree del mondo, dall’Africa all’Asia, si registrano mobilitazioni, proteste, nuove forme di attivismo, spesso guidate dalle giovani generazioni. Eppure, questa partecipazione non si traduce automaticamente in un rafforzamento democratico, infatti il rapporto lo afferma con lucidità: la partecipazione è necessaria, ma non sufficiente.

Quando le istituzioni non sono in grado di trasformarla in decisione, la mobilitazione rischia di diventare frustrazione, e questa, a sua volta, può alimentare instabilità, polarizzazione, sfiducia. Il punto, allora, è decisivo: la crisi della democrazia oggi non è solo un problema di partecipazione, ma una crisi della capacità delle istituzioni di rispondere alla partecipazione.

Il ritorno dell’instabilità nei sistemi democratici

Un altro elemento che accomuna i due rapporti è l’attenzione crescente per la fragilità interna delle democrazie consolidate. Il V-Dem sottolinea che anche l’Europa e il Nord America sono coinvolti nella «terza ondata di autocratizzazione». Il caso degli USA è emblematico: per la prima volta in oltre cinquant’anni, il Paese perde lo status di democrazia liberale. Ma non è un caso isolato. Tra i nuovi paesi in declino nel 2025 compaiono anche Italia, Regno Unito, Slovacchia e Slovenia. È un dato che segna un passaggio storico: la crisi non è più confinata in contesti fragili, è interna alle democrazie occidentali.

Italia: una trasformazione silenziosa

Dentro questo quadro, il caso italiano assume un significato particolare. Non si tratta di un paese in cui la democrazia è crollata, non vi sono rotture evidenti, né passaggi traumatici, e proprio per questo il segnale è più sottile.

Il Democracy index colloca l’Italia tra le «democrazie imperfette» al 37° posto col punteggio di 7,58 (su 10), in leggero calo e con criticità per quanto concerne cultura politica e libertà civili e in lieve miglioramento per la funzionalità di governo. Il V-Dem addirittura pone l’Italia tra i paesi in «autocratizzazione». Ciò non significa che il sistema sia diventato autoritario, ma che sono in atto dinamiche di deterioramento: un indebolimento progressivo di alcuni elementi fondamentali della qualità democratica.

È il tipo di cambiamento che non si percepisce immediatamente, non produce allarme, non mobilita reazioni, ma proprio per questo rischia di essere più profondo.

Una stabilità che può ingannare

Alla luce di tutto ciò, la stabilizzazione descritta dall’EIU appare sotto una luce diversa: non è una smentita della crisi, ma una sua possibile trasformazione. Lo stesso rapporto lo riconosce: resta aperta la domanda se questa pausa rappresenti un punto di svolta o solo un’interruzione temporanea.

Il rischio, allora, è quello di interpretare la fine del peggioramento come un ritorno alla normalità, ma la normalità è già cambiata.

La questione decisiva: che cosa resta della democrazia

Il confronto tra i due rapporti conduce a una domanda più radicale. Non si tratta più soltanto di misurare quanto la democrazia cresca o diminuisca, ma di interrogarsi sulla sua trasformazione.

Oggi esistono sistemi che mantengono elezioni, ma riducono libertà e concentrano potere. Formalmente appaiono democratici, sostanzialmente sono sempre più distanti da ciò che, storicamente, abbiamo chiamato democrazia liberale.

Conclusione: il rischio dell’abitudine

Forse il pericolo più grande non è il collasso della democrazia, è la sua normalizzazione in una forma debole, vale a dire una democrazia che continua a esistere, ma funziona sempre meno, coinvolge sempre meno, convince sempre meno.

La storia insegna che i sistemi politici raramente scompaiono all’improvviso, più spesso cambiano lentamente, fino a diventare altro senza che ce ne accorgiamo. E allora la domanda che questi due rapporti ci consegnano non è solo analitica, ma profondamente politica: ci stiamo accorgendo di ciò che sta accadendo?

Perché il rischio, oggi, non è che la democrazia finisca, il rischio è che resti, ma che, poco alla volta, smetta di essere ciò che pensavamo fosse.