Per molti italiani l’economia continua a essere una lingua straniera. Si parla ogni giorno di inflazione, debito pubblico, spread, pensioni, mutui, tassi di interesse, tasse o mercati finanziari, ma spesso questi termini restano incomprensibili; eppure incidono direttamente sulla vita quotidiana: determinano il costo della spesa, il valore dei risparmi, le opportunità di lavoro, la sostenibilità del welfare e perfino la qualità dei servizi pubblici.
Non si tratta quindi di una competenza riservata agli economisti. Comprendere almeno i meccanismi fondamentali dell’economia è ormai una condizione necessaria per esercitare pienamente la cittadinanza, per questo il quarto Rapporto Edufin Index, promosso da Alleanza Assicurazioni, Fondazione Mario Gasbarri e SDA Bocconi School of Management, rappresenta molto più di una semplice indagine statistica: offre una fotografia della cultura economica del Paese e, indirettamente, dello stato di salute della nostra democrazia.
L’Italia resta sotto la sufficienza
Il dato principale è semplice quanto preoccupante, poiché la popolazione italiana ottiene 56 punti su 100, esattamente come nell’edizione precedente, rimanendo sotto la soglia della sufficienza fissata a 60. La situazione appare dunque sostanzialmente ferma: piccoli miglioramenti in alcuni gruppi sociali non riescono ancora a modificare il quadro generale.
L’indagine misura contemporaneamente due aspetti, da una parte le conoscenze teoriche, cioè la capacità di comprendere i principali concetti economici e finanziari; dall’altra i comportamenti concreti, come pianificare il bilancio familiare, risparmiare, proteggersi dai rischi o programmare il futuro.
Il risultato è significativo: la componente delle conoscenze si ferma a 54 punti, mentre quella relativa ai comportamenti raggiunge 58. Molti italiani riescono quindi ad adottare alcune buone pratiche nella gestione del denaro, ma senza possedere una reale comprensione dei fenomeni economici che stanno dietro alle loro decisioni; è una sorta di alfabetizzazione incompleta che rende le persone più vulnerabili davanti a crisi economiche, prodotti finanziari complessi e promesse irrealistiche.
Le disuguaglianze della cultura economica
Il rapporto conferma anche come la conoscenza dell’economia sia distribuita in modo diseguale, in quanto gli uomini raggiungono un punteggio medio di 59 punti, mentre le donne si fermano a 54: il divario di genere rimane stabile e continua a rappresentare uno degli elementi più critici.
Anche l’età incide significativamente, i risultati migliori appartengono agli over 45, mentre giovani e giovanissimi, pur mostrando qualche miglioramento rispetto agli anni precedenti, restano lontani dalla sufficienza.
Dal punto di vista territoriale il Nord continua a ottenere i punteggi più elevati, seguito dal Centro, mentre il Sud e le Isole registrano ancora risultati inferiori, anche se il rapporto evidenzia incoraggianti segnali di crescita proprio nelle aree storicamente più deboli.
Sono differenze che riflettono livelli di istruzione, opportunità economiche, reddito e accesso ai percorsi formativi, ma mostrano anche come la cultura economica sia strettamente legata alle disuguaglianze sociali.
Pensioni e longevità: il punto più fragile
La novità dell’edizione 2025 riguarda l’introduzione di due nuovi indicatori dedicati alla longevità e alla previdenza, e i risultati sono forse ancora più preoccupanti del dato generale.
Il Pension Index si ferma infatti a 48 punti, risultando il valore più basso dell’intera ricerca. Molti italiani non conoscono il funzionamento del sistema pensionistico, non sanno valutare l’importanza della previdenza complementare e faticano a programmare il proprio futuro economico; anche il Longevity Index, dedicato alla consapevolezza dell’allungamento della vita media, non raggiunge la sufficienza.
È un dato che assume un significato particolare in un Paese come l’Italia, caratterizzato da un forte invecchiamento della popolazione, dalla diminuzione dei lavoratori attivi e dalla crescente pressione sul sistema previdenziale e sanitario. Comprendere questi fenomeni significa poter affrontare con maggiore responsabilità le grandi scelte collettive dei prossimi decenni.
Il Piemonte: una regione nella media, ma senza eccellenze
Per il Piemonte il rapporto propone una fotografia interessante. La regione ottiene 56 punti, esattamente in linea con la media nazionale, ed è l’unica regione che coincide perfettamente con il dato italiano, ma questo non rappresenta necessariamente un motivo di soddisfazione, perché significa restare comunque sotto la soglia della sufficienza.
Anche in Piemonte emerge una situazione già osservata a livello nazionale: i comportamenti risultano migliori delle conoscenze, il Behavioural Index raggiunge infatti 58 punti, mentre l’Awareness Index si ferma a 55.
Particolarmente evidente risulta il divario di genere. Gli uomini piemontesi ottengono 60 punti contro i 54 delle donne, un differenziale persino superiore a quello nazionale. Anche i giovani tra i 18 e i 34 anni mostrano livelli di preparazione leggermente inferiori rispetto ai loro coetanei italiani, confermando quanto sia ancora necessario investire nell’educazione economica delle nuove generazioni.
Torino può diventare un laboratorio
La tappa torinese del Tour dell’Educazione Finanziaria, organizzato per presentare i dati regionali, ha richiamato l’attenzione proprio sulla necessità di costruire una cultura economica diffusa. Non è difficile immaginare come Torino possa rappresentare un laboratorio privilegiato per questa sfida.
La città dispone infatti di un sistema universitario di eccellenza, di una consolidata tradizione cooperativa, bancaria e mutualistica, di una rete molto sviluppata di associazioni del Terzo settore e di numerose esperienze di educazione civica nelle scuole. Sono risorse che potrebbero essere valorizzate attraverso percorsi permanenti di educazione economica rivolti non solo agli studenti, ma anche agli adulti, alle famiglie, agli anziani e ai nuovi cittadini.
In un territorio che sta fronteggiando profonde trasformazioni industriali, demografiche e sociali, comprendere i meccanismi economici significa anche essere maggiormente preparati ad affrontare il cambiamento.
Un tema che riguarda la qualità della democrazia
L’aspetto più interessante del rapporto, tuttavia, va oltre i numeri. Una popolazione che non comprende i principali meccanismi economici è inevitabilmente più esposta alla disinformazione e alla propaganda. Promesse irrealizzabili, slogan fiscali, soluzioni apparentemente semplici a problemi complessi trovano terreno fertile quando manca la capacità di valutare criticamente costi, benefici e conseguenze delle politiche pubbliche.
L’educazione economica diventa così una componente essenziale dell’educazione civica, non significa certo trasformare tutti in esperti di finanza, ma è necessario puntare a rendere ogni cittadino più libero nelle proprie scelte; non solo, per partecipare davvero alla costruzione del bene comune occorre comprendere i fenomeni economici che influenzano il lavoro, la povertà, la casa, la fiscalità, il welfare e la sostenibilità ambientale.
Una sfida educativa
Da alcuni anni l’educazione finanziaria è entrata anche nelle scuole italiane, grazie alle iniziative del Comitato Edufin e ai numerosi progetti promossi da istituzioni, fondazioni, banche, assicurazioni e associazioni. Il rapporto lascia intravedere i primi effetti di questo impegno: diminuisce infatti la quota degli analfabeti finanziari, scesa dal 12 al 10 per cento, e migliorano, seppure lentamente, i risultati dei giovani e dei territori meridionali.
La strada, però, è ancora lunga. L’economia non dovrebbe essere percepita come una disciplina per specialisti, ma come una competenza di cittadinanza, al pari della conoscenza della Costituzione o della capacità di leggere criticamente le informazioni.
In fondo, capire l’economia significa comprendere meglio la società nella quale viviamo, e una società composta da cittadini più preparati è anche una società più libera, più responsabile e più capace di costruire il proprio futuro.


