Il 2 febbraio 2026 a Lovanio, in Belgio, Mario Draghi ha ricevuto una laurea honoris causa, pronunciando un discorso in cui ha avvertito che l’ordine globale nato dopo il 1989 è finito e l’Europa rischia di divenire subordinata, divisa e deindustrializzata. Per affrontare questa situazione ha invocato un «federalismo pragmatico» che si ponga l’obiettivo di creare una vera potenza politica ed economica.
I punti chiave dell’analisi sono la constatazione della fine di un modello basato sulla sicurezza garantita dagli USA e un commercio aperto; i rischi per l’Europa di un tale scenario, in particolare la subordinazione geopolitica e la deindustrializzazione. Illustrata la diagnosi Draghi ha indicato un percorso che integri politiche nazionali e crei istituzioni con reale potere decisionale, agendo con i partner disponibili.
Le diverse vie per potenziare l’UE
Nel dibattito sul futuro dell’Unione esistono diverse visioni su come “potenziarla”, accomunate dall’idea che quella attuale sia insufficiente, ma divergenti su obiettivi e mezzi. L’opzione federalista degli “Stati Uniti d’Europa” punta a una vera sovranità europea condivisa, con governo, bilancio, fiscalità e difesa comuni, e vede nel salto costituzionale e democratico il completamento necessario dell’integrazione. Altre vie propongono invece integrazioni parziali: l’Europa a cerchi concentrici, più pragmatica, ma rischiosa per la coesione; la cooperazione intergovernativa rafforzata, che prevede più coordinamento tra Stati, ma senza reale potere comune; la priorità alla difesa, che può creare autonomia strategica, ma senza adeguata democrazia europea; l’Europa come potenza economica e industriale, forte materialmente, ma politicamente incompleta; l’Europa sociale, centrata sui diritti, ma debole senza una capacità fiscale comune; cui vanno aggiunte le prospettive funzionaliste o confederali, che rafforzano settori o cooperazione senza un disegno politico unitario. Nel complesso queste strade possono rendere l’UE più efficace, ma solo il federalismo appare adatto a costruire una vera comunità: per questo la scelta è soprattutto politica e culturale, non solo tecnica.
Un obiettivo che va detto ad alta voce
Arrivare agli Stati Uniti d’Europa non è un esercizio di ingegneria istituzionale né un sogno utopico di federalisti romantici: è una scelta politica che nasce dalla consapevolezza di un mondo cambiato. L’ordine internazionale del secondo dopoguerra non esiste più; le grandi potenze agiscono come blocchi unitari, mentre l’Europa resta spesso divisa, lenta, esitante. Continuare con aggiustamenti tecnici, senza nominare l’obiettivo finale, significa condannarsi all’irrilevanza. Il primo passo è quindi dire chiaramente che il traguardo è una federazione europea democratica, capace di decidere e progettare insieme.
Questa chiarezza potrebbe nascere da un patto tra i paesi più disponibili all’integrazione, da una dichiarazione solenne del Consiglio europeo o da una nuova Conferenza sul futuro dell’Europa con mandato costituente. In ogni caso, serve una scelta chiara: l’Europa deve sapere dove vuole andare.
Una nuova Costituzione europea
Il cuore del percorso è istituzionale. Non si arriva agli Stati Uniti d’Europa senza una Convenzione costituente che riprenda il dibattito del 2004, questa volta con un mandato esplicito verso una Costituzione federale: non un trattato tecnico tra governi, ma un testo fondativo che chiarisca competenze, diritti e poteri.
Essa dovrebbe prevedere una divisione netta tra competenze europee e nazionali, un vero Governo federale, un Parlamento che potrebbe essere bicamerale con una Camera dei cittadini e una degli Stati, e una vera Corte costituzionale europea.
La fine del veto: liberare la capacità di decidere
Oggi l’unanimità è il grande ostacolo all’azione europea, poiché basta il veto di un solo stato per bloccare decisioni cruciali: una federazione non può funzionare così. Per questo è decisiva l’estensione graduale del voto a maggioranza qualificata nei settori strategici, mantenendo l’unanimità solo per modifiche fondamentali e per l’ingresso di nuovi membri. Non è una perdita di sovranità, ma la condizione per esercitarla davvero insieme.
Un vero Governo europeo
La Commissione europea deve diventare un autentico esecutivo federale. Il suo presidente dovrebbe essere eletto direttamente dai cittadini o scelto in modo più trasparente dal Parlamento europeo, e i commissari dovrebbero assumere il ruolo di veri ministri.
Questo cambierebbe radicalmente la percezione dell’UE: non più un’entità distante e burocratica, ma un livello di governo riconoscibile e legittimato democraticamente.
Un Parlamento che rappresenti gli “europei”
Non esistono Stati Uniti d’Europa senza una democrazia europea piena. Il Parlamento deve diventare il cuore politico del continente, con pieno potere di iniziativa legislativa e reale capacità di controllo sull’esecutivo. Liste transnazionali, dibattiti continentali e campagne europee sono passaggi utili per far nascere un’opinione pubblica europea.
Solo quando i cittadini si sentiranno parte di un’unica comunità politica l’Europa federale smetterà di essere percepita come un progetto delle élite.
Una fiscalità per finanziare il bene comune europeo
Nessuna federazione esiste senza un bilancio federale adeguato: l’attuale bilancio dell’UE, pari a circa l’1% del PIL europeo, è strutturalmente insufficiente. Serve una vera fiscalità europea, fondata su risorse proprie, che dovrebbero finanziare beni pubblici comuni: difesa, transizione ecologica, ricerca scientifica, infrastrutture continentali e politiche sociali. Non si tratta di togliere risorse agli stati, ma di investire insieme in ciò che nessuno può fare da solo.
Un’Europa sociale, non solo di mercato
Una federazione che si limiti al mercato sarebbe fragile e ingiusta, mentre per essere legittima l’Europa federale deve essere anche sociale: esempi possono essere salario minimo europeo, standard comuni di tutela del lavoro, meccanismi condivisi contro la disoccupazione e cooperazione sanitaria rafforzata. Ridurre le disuguaglianze tra territori è una questione di equità e di coesione politica.
Formare cittadini europei: il ruolo dell’istruzione
Non esiste comunità politica senza una cultura condivisa, e per questo l’istruzione è un pilastro del progetto federale. Serve un curricolo europeo di cittadinanza, una storia europea comparata accanto a quelle nazionali, un Erasmus realmente universale e il pieno riconoscimento dei titoli in tutti gli stati membri. Solo così crescerà una generazione che si senta davvero europea.
Procedere per tappe
La strada verso gli Stati Uniti d’Europa non sarà lineare né simultanea per tutti. Alcuni paesi procederanno più velocemente di altri, per questo ha senso una struttura a cerchi concentrici: un nucleo federale che avanzi su fisco, difesa, politica estera e altre materie indispensabili; un cerchio intermedio legato al mercato unico; un cerchio esterno di cooperazione più leggera. L’importante è che il nucleo federale resti aperto e inclusivo.
Una scelta di responsabilità storica
In definitiva, arrivare agli Stati Uniti d’Europa è una scelta politica e morale prima ancora che istituzionale. Significa riconoscere che la frammentazione indebolisce e la cooperazione rafforza, che la sovranità condivisa non è una perdita, ma un modo più efficace di esercitarla, che l’Europa può essere spettatrice o protagonista della storia.
La domanda che ci interpella è semplice: vogliamo un’Europa che assiste agli eventi o un’Europa che li orienta? Gli Stati Uniti d’Europa sono la strada per scegliere la seconda opzione, con coraggio, gradualità e responsabilità verso le generazioni che verranno.


