Il Rapporto BES 2025, pubblicato da Istat con i dati più aggiornati sul Benessere Equo e Sostenibile degli italiani, restituisce un’immagine complessa, fatta di segnali incoraggianti, ma anche di fragilità profonde. È una fotografia ampia della qualità della vita, che supera il Pil e guarda alla salute, all’istruzione, al lavoro, alle relazioni sociali, all’ambiente, alla fiducia nelle istituzioni. Un osservatorio che permette di leggere non solo “come stiamo”, ma soprattutto come stiamo cambiando.
Un Paese che migliora, ma in modo incompleto
Il quadro generale tracciato dal BES è fatto di luci e ombre: oltre un terzo degli indicatori migliora, mentre un quarto peggiora e quasi il 40% resta stabile. Nel lungo periodo la maggioranza dei segnali è positiva, ma ciò non significa che il benessere aumenti per tutti allo stesso modo. Il rapporto insiste infatti sulla polarizzazione dei risultati, con territori, gruppi sociali e fasce di età che vivono condizioni molto diverse tra loro.
Una delle novità dell’edizione 2025 è proprio l’attenzione alle disuguaglianze: il benessere non è distribuito in maniera uniforme, e a incidere non sono solo variabili classiche come l’età o il reddito, ma l’intreccio tra territorio, genere, istruzione, composizione familiare, condizioni lavorative. È un’Italia che procede a velocità differenziate.
Salute: l’ombra lunga delle difficoltà di accesso
Sul piano della salute, l’Italia conferma alcuni punti di forza storici: la speranza di vita torna a crescere dopo la pandemia, segno che il sistema sanitario mantiene una capacità di cura elevata. Tuttavia questa buona notizia convive con criticità strutturali.
A peggiorare sono soprattutto gli indicatori di accesso ai servizi: il numero di assistiti per medico di base supera spesso le soglie consigliate, la rinuncia alle cure aumenta e cresce la mobilità sanitaria verso altre regioni, segnale di differenze qualitative percepite tra territori. A ciò si aggiungono le tendenze di lungo periodo della mortalità per malattie neurodegenerative, che richiedono investimenti consistenti nella medicina territoriale e nell’assistenza agli anziani.
Istruzione e competenze: passi avanti, ma l’Italia resta indietro
Il livello di istruzione medio della popolazione migliora lentamente: cresce la quota di adulti diplomati e aumenta la partecipazione ai percorsi formativi, anche se con forti differenze generazionali. Tuttavia il rapporto indica un nodo irrisolto: le competenze degli studenti non mostrano progressi significativi, e gli indicatori relativi alla comprensione del testo e alle capacità matematiche restano su livelli critici.
Laureati e diplomati troppo pochi, un freno che si ripercuote su tutto il Paese: solo il 31,6% dei giovani tra 25 e 34 anni è laureato, contro il 44,1% europeo; nei diplomi la situazione non migliora: il 66,7% degli italiani tra 25 e 64 anni ha concluso la scuola secondaria superiore, rispetto all’80,5% dell’UE.
Non è una statistica neutra: significa meno competenze, meno possibilità di mobilità sociale, minore accesso ai lavori ben retribuiti. L’Istat ricorda che questi ritardi, stratificati negli anni, sono la radice di molte delle difficoltà italiane. È un divario che si riflette poi sul mercato del lavoro, alimentando precarietà e basse retribuzioni, soprattutto nel Mezzogiorno.
Ricerca e innovazione: investimenti insufficienti
Le fragilità del sistema formativo si riflettono immediatamente sui numeri dell’innovazione. L’Italia investe solo l’1,37% del Pil in ricerca e sviluppo, mentre il resto d’Europa vi destina il 2,22%.
La carenza di capitale umano qualificato è un altro elemento che pesa: nelle professioni tecnico-scientifiche i lavoratori con formazione universitaria rappresentano appena il 26,7%, contro il 34,1% della UE.
Non è solo un ritardo statistico: è una crepa che rischia di allargarsi in un’epoca in cui la crescita economica corre sulle gambe della tecnologia e della conoscenza.
Lavoro: più occupazione, ma non più benessere
Il 2024 è stato un anno positivo sul fronte occupazionale: il tasso di lavoro ha raggiunto livelli mai toccati prima e cresce anche l’occupazione femminile; tuttavia il BES ricorda che più lavoro non significa automaticamente migliori condizioni di vita.
Il nodo sta nella qualità dell’occupazione: la diffusione di contratti temporanei, il part-time involontario e i bassi salari rendono il miglioramento quantitativo meno solido di quanto sembri. Le donne continuano a sopportare un carico familiare molto superiore agli uomini e mantengono un tasso di occupazione lontano dalla media europea. I giovani, pur entrando più facilmente nel mercato, si scontrano con un percorso professionale frammentato e scarsamente tutelato.
Povertà e disuguaglianze: un Paese fragile
Il capitolo dedicato al benessere economico è tra i più problematici. Il rischio di povertà ed esclusione sociale rimane superiore alla media UE, mentre le disuguaglianze nei redditi non accennano a diminuire. La povertà assoluta rimane su livelli storicamente elevati e riguarda in misura crescente famiglie con figli, giovani adulti e lavoratori poveri.
Gli indicatori di percezione confermano questa fragilità: aumentano l’incertezza economica, la difficoltà a far fronte alle spese impreviste e la sensazione di precarietà. L’Italia appare così divisa tra una parte della popolazione che beneficia della ripresa e un’altra che non riesce a trasformare la crescita economica in benessere reale.
Relazioni sociali, fiducia e partecipazione: la crisi invisibile
Il BES dedica attenzione anche agli aspetti immateriali della qualità della vita: relazioni, fiducia, partecipazione civica. È qui che emerge una delle tendenze più preoccupanti: nel lungo periodo le relazioni sociali registrano un allarmante deterioramento.
La riduzione della lettura, del tempo libero condiviso, della partecipazione associativa e dell’impegno civico suggerisce un indebolimento del tessuto relazionale, soprattutto tra i giovani e nelle periferie urbane. Anche la fiducia nelle istituzioni e la partecipazione politica continuano a diminuire, con un calo della partecipazione elettorale che il BES considera un segnale strutturale e non più episodico.
Ambiente e territorio: progressi parziali e nuove vulnerabilità
Il dominio ambientale mostra alcuni segnali incoraggianti: in diverse aree migliorano la qualità dell’aria e la gestione dei rifiuti, mentre alcuni indicatori climatici evidenziano un maggiore adattamento ai rischi ambientali. Tuttavia restano criticità strutturali: il consumo di suolo continua a crescere, la qualità dell’aria in molte città del Nord resta al di sotto degli standard europei e le infrastrutture idriche mostrano carenze persistenti.
Anche il paesaggio naturale e quello legato alla cultura, elementi identitari del Paese, subiscono pressioni crescenti dovute all’urbanizzazione e ai cambiamenti climatici. Il BES invita a integrare questi aspetti nelle politiche di sviluppo, ponendo maggiore attenzione alla sostenibilità del territorio.
Divari territoriali: un’Italia a più velocità
Uno dei messaggi più chiari del rapporto riguarda le profonde differenze tra Nord, Centro e Sud. Le regioni settentrionali concentrano la maggior parte degli indicatori sopra la media italiana, mentre quelle meridionali risultano in difficoltà in quasi tutti i domini: salute, lavoro, redditi, qualità dei servizi pubblici, istruzione.
Il BES non si limita a certificare questi divari: mostra come essi si intreccino con altri fattori sociali, creando aree di vulnerabilità cumulativa. Le opportunità di vita di un giovane nato in Calabria o in Campania sono, in media, significativamente inferiori a quelle di un coetaneo del Trentino o dell’Emilia-Romagna. Questa polarizzazione rischia di frenare lo sviluppo complessivo del Paese.
Un’agenda per il futuro
Il Rapporto BES 2025 offre una lettura preziosa per la programmazione delle politiche pubbliche. Per migliorare davvero la qualità della vita degli italiani serve un approccio integrato che unisca economia, servizi pubblici, sostenibilità e coesione sociale. Il rafforzamento dell’istruzione, l’investimento nella sanità territoriale, politiche per il lavoro di qualità, la riduzione dei divari Nord-Sud e il rilancio della partecipazione civica emergono come priorità trasversali. Il BES non racconta soltanto un Paese che muta: indica la necessità di un cambiamento più profondo, capace di trasformare crescita economica e innovazione in benessere diffuso, equo e sostenibile per tutti. È qui che si gioca il vero futuro dell’Italia.


