Scegliere la forza

C’è una percezione sempre più diffusa, e che si fatica ancora ad affrontare fino in fondo, che attraversa il nostro tempo: nelle relazioni internazionali la forza sta tornando a essere il criterio decisivo. Non il diritto, non la mediazione, non il riconoscimento reciproco, ma la capacità di imporsi. È come se il mondo stesse progressivamente abbandonando l’idea di una comunità internazionale per scivolare verso un’arena, regolata dalla legge del più forte. Non è una formula retorica, né un giudizio affrettato. È la constatazione di una deriva progressiva, nella quale il diritto internazionale arretra, le istituzioni multilaterali si indeboliscono e la forza, militare, economica, tecnologica, torna a essere il principale criterio di decisione.

Non si tratta di una lettura ideologica né di emotività, si tratta della constatazione di un processo che si è accelerato negli ultimi anni e oggi appare sempre più strutturale. Le crisi non sono eccezioni che mettono alla prova l’ordine globale, ma diventano la normalità dentro la quale quell’ordine si consuma, e si svuota.

Il logoramento dell’ordine internazionale

L’assetto nato dopo la Seconda guerra mondiale, pur segnato da profonde contraddizioni, si fondava su un presupposto essenziale: la convinzione che la forza dovesse essere limitata dal diritto e la politica internazionale potesse essere governata, almeno in parte, da regole condivise. Oggi questo presupposto appare gravemente indebolito.

Le istituzioni multilaterali sono spesso paralizzate, svuotate di autorevolezza o aggirate; il diritto internazionale viene invocato in modo selettivo, trasformato da riferimento universale in strumento polemico: le grandi potenze ne fanno uso quando rafforza le proprie posizioni e lo ignorano se diventa un vincolo.

Molti episodi, grandi e piccoli, avvenuti in questi anni mostrano un dato comune: le regole valgono finché convengono. Quando non sono più utili vengono sospese, reinterpretate o ignorate.

La forza come linguaggio politico

In questo contesto la forza torna a essere un modo di comunicare universale, accettato e normalizzato. Non solo nella sua forma più evidente, quella militare, ma anche attraverso strumenti meno visibili e non meno incisivi: sanzioni economiche, controllo delle risorse energetiche, dominio tecnologico, gestione delle catene globali del valore.

Il conflitto assume così forme ibride, permanenti, diffuse: la deterrenza prende il posto della diplomazia, la minaccia sostituisce il negoziato. Ciò che preoccupa non è solo la moltiplicazione delle crisi, ma la loro accettazione culturale: l’idea che il mondo funzioni così e che non esistano alternative realistiche.

In questo scenario i più deboli pagano il prezzo più alto e popolazioni civili, stati fragili, minoranze, migranti diventano variabili secondarie. I diritti umani non scompaiono, ma vengono gerarchizzati, subordinati agli equilibri geopolitici: è una logica che svuota di senso la loro universalità e li trasforma in concessioni revocabili.

Una crisi culturale prima che geopolitica

Dietro il ritorno della legge della giungla non c’è solo una crisi degli equilibri internazionali, ma una disagio culturale profondo, che riguarda il modo in cui le società pensano la persona, il potere e la convivenza. Si è progressivamente affermata una visione riduttiva della politica come pura gestione degli interessi e dei rapporti di forza. La cultura del limite, della responsabilità, del bene comune è stata sostituita da un pragmatismo cinico che considera le regole un intralcio e i valori un lusso. In questo quadro, la forza non è più percepita come un fallimento della politica, ma come la sua forma più realistica. Quando viene meno l’idea che esistano principi non negoziabili come la dignità della persona, il valore della vita, la solidarietà tra i popoli, la violenza smette di scandalizzare e diventa una variabile accettabile. È qui che la crisi geopolitica rivela il suo volto più inquietante: non l’assenza di soluzioni, ma l’assenza di una visione capace di fondare un ordine giusto.

Una crisi etica prima ancora che politica

Questa deriva non è poi una crisi etica. Quando la forza diventa il criterio ultimo di legittimazione, la responsabilità si dissolve, la giustizia arretra, la dignità delle persone perde centralità, il mondo non diventa solo più instabile, ma anche più ingiusto.

Il messaggio sociale della Chiesa ha sempre ricordato che la pace non è assenza di guerra, ma ordine giusto delle relazioni. Quando questo ordine viene meno, la violenza non è un incidente, ma una conseguenza: accettare la legge della giungla significa ammettere che la paura, non la fiducia, diventi il criterio delle relazioni internazionali.

L’Europa, presidio fragile ma necessario

In questo scenario segnato dal ritorno della forza come criterio ordinatore, l’Unione Europea appare senza dubbio frastornata, spesso afona, attraversata da divisioni interne che ne indeboliscono l’incisività politica. La mancanza di una politica estera e di una vera difesa comune, nonché di una piena autonomia strategica la rende vulnerabile e, di fatto, non abbastanza incisiva sullo scenario mondiale. Non è un caso che l’Europa sia stata più volte messa sotto pressione, se non apertamente vessata, da altri leader che concepiscono le relazioni internazionali come rapporti di forza e scambi di convenienza. Eppure, proprio nella sua fragilità, l’Europa continua a rappresentare un baluardo e un presidio in un mondo che sembra aver imboccato con decisione la strada della legge del più forte e della spartizione in zone d’influenza secondo la logica dei potentati economici e militari. L’idea europea, per quanto incompiuta, resta uno dei pochi tentativi storici di costruire un ordine politico fondato sulla cooperazione, sul diritto, sulla limitazione della sovranità assoluta degli Stati. In un contesto globale che normalizza la giungla, l’Europa non è semplicemente una potenza in difficoltà: è una scommessa ancora aperta, forse una delle ultime, contro la riduzione del mondo a campo di conquista.

L’Italia tra silenzi e responsabilità

Dentro questo scenario si colloca anche l’Italia. Un Paese la cui Costituzione ripudia la guerra e che ha costruito parte della propria identità internazionale sulla diplomazia, sul dialogo, sulla cooperazione, oggi appare spesso privo di una parola autonoma, oscillante tra fedeltà obbligate, interessi economici e silenzi prudenti.

La politica estera resta ai margini del dibattito pubblico, come se non riguardasse la vita concreta delle persone. Ma in un mondo segnato dalla forza, anche l’assenza di una posizione chiara è una scelta, che rischia di indebolire ulteriormente la credibilità morale del Paese.

Una scelta che ci riguarda

La legge della giungla non è una fatalità storica, è il risultato di decisioni politiche, di rinunce, di compromessi accettati come inevitabili. Difendere il multilateralismo, il diritto internazionale, la centralità della persona non è un lusso per tempi migliori: è l’unica forma di realismo che guarda lontano.

Se la forza diventa l’unico criterio, nessuno è davvero al sicuro, nemmeno i più forti, perché un mondo senza regole è un mondo senza futuro.

Una parola necessaria

La politica non può essere separata dall’etica e il futuro non può essere considerato una giungla inevitabile, ma una prospettiva che va guidata dalla responsabilità.

Di fronte a un mondo che sembra scegliere la forza, il compito di una coscienza civile, e cristiana, non è adeguarsi, ma continuare a ricordare che un’altra strada è possibile, anche quando è faticosa, anche quando è minoritaria. Perché senza questa ostinazione morale, la legge del più forte smette di essere un rischio e diventa una profezia che si autoavvera.

Ed è una profezia che non possiamo permetterci di accettare in silenzio.