Il World Inequality Report 2026: le nuove frontiere della disuguaglianza globale

Il World Inequality Report 2026 offre un quadro nitido e inquietante della distribuzione globale di reddito, ricchezza, capitale climatico, opportunità educative, potere politico e carichi di lavoro tra uomini e donne. È la terza edizione del più importante osservatorio indipendente internazionale sulle disuguaglianze, frutto del lavoro di oltre 200 ricercatori coordinati dal World Inequality Lab. I dati, tratti dal più grande database mondiale sulla distribuzione della ricchezza (World Inequality Database), mostrano che il mondo continua a essere segnato da fratture profonde, crescenti e trasversali.

Il 10% più ricco supera il restante 90%

Il dato più immediato, e potente, è l’estrema concentrazione della ricchezza. Nel 2025 il 10% più ricco della popolazione mondiale detiene il 75% della ricchezza globale, mentre la metà più povera possiede appena il 2%.

Anche dal lato dei redditi la situazione è radicalmente squilibrata: il 10% che sta in cima percepisce il 53% del reddito mondiale, mentre il 50% più povero ne riceve soltanto l’8%. Ancora più impressionante è il dato sull’élite dell’élite: lo 0,001% della popolazione (vale a dire meno di 60.000 individui!) possiede tre volte la ricchezza di metà dell’umanità. Le analisi mostrano inoltre che, dagli anni ’90, i patrimoni dei miliardari crescono a ritmi vicini all’8% annuo, quasi il doppio rispetto alla metà più povera della popolazione.

Disuguaglianze climatiche: chi inquina e chi paga il prezzo

Il rapporto dedica molto spazio alla dimensione ecologica, evidenziando un aspetto spesso ignorato: la disuguaglianza climatica non riguarda solo le emissioni da consumo, ma soprattutto quelle legate alla proprietà del capitale.

Il 10% più ricco è responsabile del 77% delle emissioni da capitale privato e dell’amplissima quota di emissioni da consumo (47%). Al contrario, la metà più povera contribuisce solo al 3% delle emissioni di capitale e al 10% di quelle da consumo.

Le popolazioni che producono meno CO₂ sono anche le più esposte agli impatti climatici, con perdite di reddito proporzionalmente molto più alte. La crisi climatica, afferma il rapporto, è anche una crisi di giustizia distributiva e di governance economico-finanziaria.

Lavoro e genere: le diseguaglianze che restano invisibili

Il World Inequality Report 2026 ricostruisce con dati nuovi il divario tra uomini e donne, includendo finalmente il lavoro non retribuito di cura e domestico. Quando si calcolano insieme attività pagate e non pagate, le donne guadagnano solo il 32% degli uomini per ora lavorata, contro il 61% se ci si limita al lavoro retribuito.

La quantità totale di lavoro svolto dalle donne nel mondo, circa 53 ore settimanali, contro le 43 degli uomini, rivela come una larga quota di attività essenziali per la vita sociale ed economica rimanga non riconosciuta, non misurata e non retribuita. Una disuguaglianza che alimenta tutte le altre: reddito, ricchezza, autonomia, rappresentanza politica.

Un sistema finanziario che drena risorse dai Paesi poveri ai ricchi

Secondo il rapporto, ogni anno oltre l’1% del PIL mondiale fluisce dai paesi a basso reddito verso quelli ricchi sotto forma di pagamenti sul debito, rendimenti del capitale e plusvalenze finanziarie. Si tratta di una cifra tre volte superiore agli aiuti allo sviluppo erogati dai paesi ricchi verso i poveri!

Questa dinamica, definita «privilegio esorbitante», non è un effetto spontaneo del mercato, ma il risultato di regole finanziarie, commerciali e monetarie che rafforzano la posizione del Nord globale. Senza una riforma profonda della governance internazionale le disuguaglianze tra stati resteranno strutturalmente insuperabili.

Territori che si allontanano: la nuova geografia dei conflitti politici

Il rapporto segnala anche l’emergere di una divisione politica crescente tra grandi aree metropolitane e territori periferici o rurali. Ciò avviene soprattutto nelle democrazie avanzate, dove l’accesso diseguale a servizi, opportunità e protezioni sociali alimenta polarizzazione e sfiducia nelle istituzioni. Una dinamica che rende sempre più difficile costruire dinamiche e rapporti sociali favorevoli a politiche redistributive.

In Italia: disuguaglianze persistenti, ma non immutabili

Il World Inequality Report presenta una serie di schede dedicate a singoli paesi. Quella dedicata all’Italia evidenzia un quadro caratterizzato da divari ancora elevati, soprattutto nella distribuzione della ricchezza. Nel 2024 il top 10% detiene il 57,5% della ricchezza nazionale, la metà più povera possiede solo il 7% del patrimonio complessivo, l’1% concentra da solo il 18,7% della ricchezza totale.

Dal lato dei redditi la situazione appare meno estrema rispetto alla ricchezza, ma resta significativa: il 10% in cima percepisce il 32,6% del reddito nazionale, mentre il 50% si ferma al 23,4%.

L’indicatore del divario tra tale 10% e il 50% rimane stabile negli ultimi dieci anni (da 21,2 a 21,1), ma questo non indica un miglioramento sostanziale: segnala piuttosto un congelamento di posizioni sociali e opportunità.

Sul fronte del lavoro femminile, l’Italia continua a mostrare livelli inferiori alla media europea: la quota di reddito da lavoro percepita dalle donne è ferma al 35,4%, un dato tra i più bassi dell’Europa occidentale, effetto combinato di minore partecipazione, gap retributivo e carico di cura non retribuito.

Il quadro italiano appare dunque segnato da tre grandi criticità strutturali: alta concentrazione della ricchezza privata, superiore a Francia e Germania; mobilità sociale ridotta, con rendimenti dell’istruzione meno efficaci nel correggere gli svantaggi di partenza; persistente divario di genere, sia nella partecipazione sia nella retribuzione.

Il rapporto indica tuttavia alcune leve di intervento: rafforzamento delle politiche redistributive, investimenti sull’istruzione, riforme fiscali orientate al patrimonio e al contrasto dell’elusione, maggiore riconoscimento del lavoro di cura.

Conclusioni: la disuguaglianza come scelta politica, non come destino

Il World Inequality Report 2026 dimostra con chiarezza che le disuguaglianze attuali non sono un esito inevitabile del mercato globale, ma il risultato di scelte. Le società che hanno intrapreso politiche di redistribuzione, investimenti pubblici e regolazione del capitale hanno ottenuto risultati migliori.

La conclusione del rapporto è inequivocabile: ridurre la disuguaglianza è possibile e urgente, per ragioni economiche, sociali, democratiche e climatiche. Occorre però un cambio di paradigma che metta al centro giustizia fiscale, investimento nelle capacità umane, responsabilità climatica e istituzioni inclusive.