Rapporto Censis 2025: nell’età selvaggia

Il Rapporto Censis 2025 introduce un cambio di paradigma radicale: l’Italia non si trova semplicemente in una fase di transizione economica o sociale, ma vive dentro «un’età selvaggia, del ferro e del fuoco», dominata da logiche di forza, da paure profonde, da miti collettivi che rimpiazzano le narrazioni dello sviluppo. Non è più il tempo delle visioni lineari: a guidare le società sono pulsioni antropologiche, non strategie.

In questo quadro, il Paese si muove «faccia a faccia con il presente», in una condizione che il Censis descrive come tipicamente italiana: resistere, assorbire, metabolizzare i colpi della storia, evitando il collasso, ma senza riuscire a progettare davvero il futuro.

Presentiamo il Rapporto con una particolare attenzione al nostro territorio, anche utilizando altri studi.

Un mondo che cambia senza più regole

L’Italia del 2025 vive in un contesto globale in cui la diplomazia lascia il posto alla forza, le istituzioni multilaterali perdono legittimità e l’Europa fatica a ridefinire un ruolo credibile.

Sette italiani su dieci non vedono più gli Stati Uniti come paese guida, mentre oltre il 60% considera l’Unione Europea irrilevante, priva di capacità di influenzare gli eventi e di proteggere i cittadini.
È un arretramento culturale e politico che ha effetti profondi, soprattutto in territori con forte vocazione industriale come il Piemonte, esposti alle catene globali del valore e alla competizione internazionale sulle tecnologie.

La società dell’adattamento

Secondo il Censis, gli italiani hanno sviluppato un peculiare meccanismo di difesa: una resilienza quotidiana che permette alla società di assorbire scosse economiche, politiche e sociali. Ma questa capacità di «stare nell’esistente» rischia di trasformarsi in immobilismo: si metabolizzano le crisi senza affrontarle, si vivono le instabilità senza correggerle, si perde la forza propulsiva delle mobilitazioni collettive.

Il Piemonte, con la sua storia di grande regione industriale oggi più fragile, è un esempio di questa dinamica: sistemi locali che reggono, ma non si rigenerano con la rapidità necessaria. Torino stessa, pur mantenendo coesione sociale, fatica a ritrovare una chiara traiettoria di crescita.

La frattura demografica

Il Rapporto è inequivocabile: la regressione demografica è il vero motore profondo del declino italiano. Negli ultimi vent’anni gli imprenditori sono diminuiti del 17% e quelli sotto i 30 anni di quasi la metà, la popolazione invecchia e i giovani diminuiscono. La base produttiva, soprattutto quella fondata sulle piccole imprese, si riduce.

Torino e il Piemonte incarnano questa tendenza in modo drammatico: la regione è tra le più anziane d’Italia, il saldo naturale è fortemente negativo e la città metropolitana non compare più tra i poli urbani in crescita: è un cambiamento strutturale che tocca economia, welfare, scuola, mercato del lavoro.

Il «Grande Debito» e la fine dell’età del welfare espansivo

Un’altra grande novità del Rapporto 2025 è il tema del «Grande Debito». Con un rapporto debito/PIL al 134,9% e oltre 85 miliardi di euro spesi nel 2024 solo per pagare gli interessi, più della spesa per scuola, più degli investimenti pubblici, l’Italia entra nel «secolo delle società post-welfare».
Questo significa meno risorse per sanità, istruzione, infrastrutture e più pressioni sui territori.

Per il Piemonte, che ha una rete ospedaliera in affanno, un sistema scolastico diffuso e aree interne bisognose di investimenti, questo scenario rappresenta una sfida enorme.

Il lungo autunno dell’industria

La produzione manifatturiera italiana è negativa da trenta mesi consecutivi, con crolli marcati nel tessile, nella meccanica e nella metallurgia. E questi sono proprio i comparti che hanno fatto del Piemonte una delle regioni manifatturiere più forti del Paese.

Oggi quei settori affrontano una crisi che investe contemporaneamente il tessile, la meccanica e la metallurgia in molte aree. Si salva un solo comparto, quello delle armi, che cresce a doppia cifra: un dato che racconta meglio di tante analisi il tipo di mondo in cui viviamo.

Un Paese che consuma meno e diversamente

La contrazione dei consumi non è congiunturale: negli ultimi vent’anni le famiglie hanno ridotto gli acquisti di beni culturali, come giornali e libri, insieme alla diminuione delle spese per il tempo libero.

Il ceto medio non scompare, ma cambia pelle: consuma in modalità “economy” nella quotidianità per concedersi saltuariamente un’esperienza “premium”.

Sono dinamiche visibili anche in Piemonte, dove convivono discount e ristorazione di alta gamma, musei affollati e librerie in difficoltà, nuovi poli turistici e periferie commercialmente desertificate.

Immigrazione tra potenzialità e fragilità

Il Censis sottolinea tre elementi: oltre un terzo degli stranieri vive in povertà assoluta; più della metà dei laureati stranieri svolge lavori sottoqualificati; cresce la richiesta sociale di limitare i flussi migratori.
Nel Piemonte e a Torino, che hanno una presenza straniera rilevante e radicata, questo scenario solleva interrogativi cruciali: come evitare la ghettizzazione? Come valorizzare competenze che oggi restano invisibili? Come coniugare coesione sociale e bisogni del mercato del lavoro?

Un Piemonte che riflette l’Italia, ma più in profondità

Alla luce del Rapporto Censis, il Piemonte appare come una lente d’ingrandimento delle trasformazioni nazionali. Per quanto riguarda la demografia è una delle regioni più anziane e con meno nascite; il tessuto produttivo risente più della media della crisi manifatturiera; i servizi territoriali sono sotto pressione; la società civile è una forza ancora viva, ma non più sufficiente da sola a reggere la complessità sociale. Torino appare una città che conserva potenziale culturale e tecnologico, ma che fatica a trattenere i giovani e sviluppare nuova imprenditorialità.

Il Piemonte è, insieme, parte e anticipazione del destino italiano.

La sfida del prossimo decennio

Il Rapporto Censis 2025 non è un esercizio solo di pessimismo: è un invito a guardare con rigore le dinamiche profonde del Paese, senza illusioni, ma anche senza fatalismo.

L’Italia può ancora scegliere di trasformare questa «età selvaggia» in un nuovo inizio, a patto di non limitarsi a sopravvivere nel presente.

La vera sfida del prossimo decennio sarà questa: stare nel presente senza esserne prigionieri, rigenerare ciò che funziona, ripensare ciò che manca, costruire futuro in un mondo che non lo offre più spontaneamente.