Ottant’anni fa, in questo periodo, saremmo a metà tra l’approvazione della legge sul suffragio universale, datata 1° febbraio 1945, e le prime votazioni aperte a tutte e a tutti, nella primavera del ’46 per le elezioni amministrative, e, soprattutto, il referendum del 2 giugno. In quell’occasione l’affluenza al voto fu altissima: gli aventi diritto erano 28 milioni (28.005.449), i votanti furono quasi 25 milioni (24.946.878), pari all’89,08%. Niente a che vedere con le ultime chiamate alle urne, che, in un costante calando, hanno raggiunto alle regionali del 22 e 23 novembre scorso una cifra di poco superiore al 40 %.
Appare oramai di una tendenza che sembra non avere un punto di svolta: per tante ragioni elettrici ed elettori non vanno a votare. Si tratta di un problema non banale per la democrazia.
Un po’ di storia
La storia del suffragio in Italia è un lento e complesso processo di allargamento della cittadinanza politica. Con lo Statuto Albertino (1848) poterono partecipare alle elezioni solo pochi maschi ricchi e istruiti: nel 1861 meno del 2% della popolazione. Il voto era considerato un privilegio, non un diritto di cittadinanza. Una prima apertura arrivò nel 1882, quando si abbassano i requisiti di censo e istruzione. La svolta vera fu nel 1912, con l’introduzione del quasi suffragio universale maschile.
Il fascismo interruppe il percorso democratico: dal 1926 non ci furono più vere elezioni. Il voto libero tornò solo dopo la guerra e nel 1945 le donne lo ottennero.
La Costituzione del 1948 riconosce il voto come diritto fondamentale, libero, uguale e segreto.
Dal dopoguerra fino agli anni ’80 l’affluenza è restata altissima, dagli anni ’90 in poi, invece, ha iniziato a scendere costantemente. Le riforme elettorali della Seconda Repubblica (Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum) hanno cambiato il sistema, ma non hanno invertito il calo.
Oggi l’Italia è passata da Paese con la più alta partecipazione europea a uno con un’astensione molto elevata, con meno di una persona su due che votano.
I dati
L’astensionismo è in continuo aumento. In base ai numeri consultabili grazie al Ministero dell’Interno, alle elezioni politiche, dopo il minimo storico raggiunto nel 1976 con il 6,6% , il numero di chi non vota è andato crescendo fino al massimo del 36,1% del 2022: dunque è più che quintuplicato. Per le elezioni europee si è passati dal 14,4% del 1978 al 50,4% del 2024, mentre in relazione alle amministrative, riguardanti comuni e regioni, le affluenze variano dal 45% al 55%. Una conferma, al ribasso, arriva dalle ultime riguardanti Veneto, Puglia e Campania, dove si è andati ancora sotto tali cifre.
Le analisi evidenziano che il fenomeno non va considerato in modo generico, infatti non è distribuito in modo omogeneo su tutto il territorio, alcune aree mostrano tassi di astensione molto elevati e persistenti nel tempo; non solo, essa tende a diffondersi nelle zone vicine a quelle con una già alta mostrano la tendenza a registrare aumenti nel non-voto in successive elezioni. Gli studi fanno distinzione tra un’astensione consapevole, la scelta di non votare, e una “involontaria”, fatta per motivi logistici, demografici, di mobilità, di cambiamenti sociali: il contributo di quest’ultima è in crescita: fattori quali migrazioni interne, spostamenti, modifiche demografiche e sociali rendono il disertare le urne non sempre una scelta politica. L’astensionismo diventa un fenomeno strutturale e territoriale, non solo episodico, non si tratta di “picchi” occasionali legati a elezioni specifiche: c’è una struttura persistente nel tempo e nello spazio che fa dell’astensione una componente stabile del sistema elettorale. Questo lo rende un indicatore importante, non solo numerico, ma sociale, territoriale e demografico, per misurare la crisi della partecipazione.
Variabili come l’istruzione, il reddito, la posizione geografica, e la “distanza culturale” dal sistema politico sono correlate con la probabilità di non votare: un livello d’istruzione più alto è associato a una maggiore probabilità di partecipare al voto.
Per gli italiani all’estero (oltre quattro milioni) motivazioni come «non ho ricevuto la scheda», «non conosco bene le dinamiche politiche italiane», oppure «non mi sento collegato al Paese» giocano un ruolo significativo nell’astensione.
In conclusione è opportuno ricordare che il fenomeno non è solo italiano, ma internazionale: anche paesi con tradizione democratica consolidata mostrano affluenze in calo o moderate. Tuttavia le dimensioni variano molto: alcuni paesi mantengono ancora tassi alti (oltre l’80 %) in particolare laddove il voto è obbligatorio (come ad esempio in Belgio e Lussemburgo), altri sono ben al di sotto del 60 %. Anche dove l’affluenza è notevole ci possono essere grandi differenze interne, come tra giovani e anziani o tra città e periferie, il che rende il fenomeno composito.
Perché l’astensionismo aumenta
Dagli studi emergono vari fattori che contribuiscono all’astensione.
In primo luogo si tratta di motivi individuali, quali l’istruzione – chi ha studiato meno tende ad astenersi di più -, il reddito e la condizione socio-economica: nelle regioni con più diseguaglianze e redditi più bassi l’astensione tende ad essere più alta. Gioca un ruolo anche il senso di efficacia, poiché alcuni cittadini dichiarano come motivi per non andare a votare: «non serve» o «non mi rappresentano» i partiti e i loro esponenti. L’età influisce, infatti emerge che tra i giovani ci sono tassi di partecipazione minori, anche se questo non è uniforme in tutti gli studi.
Vi sono poi componenti istituzionali e contestuali come la complessità o scarsa chiarezza delle procedure elettorali, difficoltà logistiche, mancanza di accessibilità; la distanza dal sistema politico di chi vive all’estero, o in contesti locali deboli, può avere motivazioni e condizioni di partecipazione peggiori.
Ancora emergono fattori culturali e sociali, tra i quali vi sono una tradizione civica radicata e l’abitudine alla partecipazione, come si manifestano in regioni con forte cultura partecipativa che mostrano valori più bassi di astensionismo. La disaffezione alla politica è un elemento rilevante: quando i cittadini percepiscono che il loro voto ha poca efficacia o che le forze politiche sono distanti, la partecipazione cala.
Cosa si può fare?
L’astensionismo non è un fenomeno marginale e sta diventando uno spartiacque della democrazia. Contrastarlo richiede molto più di un appello morale al “dovere civico”. Il fenomeno è diventato strutturale e ha cause articolate e complesse, quindi non si affronta con ricette semplicistiche o, peggio, ignorandolo, ma solo affrontando insieme le sue radici profonde.
Da una parte c’è una dimensione pratica, fatta di ostacoli logistici: studenti fuori sede, lavoratori mobili, cittadini che non riescono a votare dove vivono davvero. rendere il voto più accessibile, tramite quello fuori sede, anticipato, o con modalità alternative può rappresentare un contributo.
Serve intervenire sul fronte educativo, perché la disaffezione nasce spesso da un deficit di comprensione più che da un rifiuto ideologico. Le ricerche lo mostrano con chiarezza: chi possiede competenze civiche ed economiche vota di più. Vi è la necessità pressante di un’educazione civica reale, operativa, capace di spiegare istituzioni, bilanci pubblici, riforme, competenze dello Stato e delle amministrazioni locali, attraverso strumenti informativi accessibili, affidabili e indipendenti, che aiutino i cittadini a orientarsi. Tutto ciò a partire dalla scuola, che potrebbe diventare un luogo importante di educazione a una cittadinanza responsabile.
Infine, vi è la dimensione politica e relazionale, forse la più difficile: ricostruire fiducia tra cittadini e istituzioni. Significa partiti più aperti, più presenti sul territorio, più capaci di ascolto e di rappresentanza; significa ridurre la polarizzazione, restituire centralità al Parlamento, riconoscere il valore di un’informazione giornalistica e di altri strumenti che facciano da ponte credibile tra la gente e la politica. Senza questo legame umano e istituzionale ogni riforma rischia di restare inefficace.
L’astensionismo è un fenomeno complesso, ma non irreversibile. Se si saprà agire agisce su tutti i fronti, se la politica recupera il coraggio di avvicinarsi, spiegare, coinvolgere, ascoltare, sarà possibile invertire la tendenza. La soluzione sta nel ricostruire, passo dopo passo, la fiducia, col contributo di tutti e l’impegno personale.
La democrazia, per vivere, ha bisogno dei cittadini: riportarli al centro non è solo un obiettivo, è la condizione stessa del suo futuro.
