fatto del mese

Saranno 600: ma non basta

Il fatto

La Camera dei deputati, con 553 sì, 14 no e 2 astenuti, una maggioranza “bulgara”, ha approvato il disegno di legge costituzionale n. 214-515-805-B che modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Carta, allo scopo di tagliare il numero dei parlamentari: a Montecitorio si passerà dagli attuali 630 a 400, mentre il Senato sarà di 200 componenti contro gli odierni 315. Ci sarà anche una riduzione dei senatori eletti all’estero: non saranno più 6, ma 4. Diminuirà anche il numero dei senatori a vita, che saranno sempre nominati dal Capo dello Stato e non potranno essere più di 5. Inoltre, nessuna Regione o Provincia autonoma potrà avere meno di tre senatori, a eccezione del Molise e della Val d’Aosta, che avranno un solo rappresentante.

Il provvedimento, dopo essere già passato, e approvato, una volta dalla Camera e due dal Senato, è arrivato il 7 ottobre a Montecitorio per l’ultimo, definitivo, voto che ha reso effettiva la riforma. Trattandosi di un decreto che modifica la Costituzione, ed essendo stato votato a maggioranza semplice e non con i due terzi, può essere sottoposto a referendum popolare, se richiesto da un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali.

Riducendo il numero degli eletti, e dunque anche della rappresentanza nei territori, alla riforma costituzionale dovrà seguire una modifica della legge elettorale, allo scopo di ridisegnare i collegi in modo da garantire che la popolazione delle varie aree del Paese concorra in modo equo, compatibilmente con i nuovi numeri di Camera e Senato. A livello politico questo è un nodo importante, poiché intervenire sulla legge elettorale richiede tempi tecnici: qualche mese. Approvare il taglio dei parlamentari nell’attuale legislatura vuol dire necessariamente che questa non si possa concludere rapidamente, a meno di uno slittamento della legge stessa di due legislature, quindi anche cinque anni dopo.

All’orizzonte, ma neppure troppo, si profila, come già accennato, la richiesta di un referendum abrogativo.

Riguardo all’opinione degli italiani, secondo una rilevazione di Swg, diffusa dal telegiornale dell’emittente La7, la riduzione dei parlamentari vede favorevole l’81% degli elettori: il 57% la considera un provvedimento molto giusto e un altro 24% pensa lo sia abbastanza.

 

 

 

Il commento

In una fase politica, diffusa peraltro in moltissimi paesi, caratterizzata dalla semplificazione, a volte banalizzazione, delle soluzioni ai problemi, anche questa novità, nel panorama istituzionale italiano, appare così contraddistinta.

Esistono certamente delle questioni serie e importanti sul funzionamento del parlamento, sui meccanismi decisionali, sulla “produttività” e il ruolo degli eletti, sul tema fondamentale e sempre attuale della rappresentanza del “popolo”; così pure sono fonte di contraddizioni i costi della politica, a iniziare dalle retribuzioni degli onorevoli e dei senatori,

La decisione di ridurre il numero dei parlamentari appare però una risposta solo parziale a tali problemi.

Partiamo comunque dall’esaminare meglio le motivazioni che hanno portato alla riforma e le ragioni di chi la critica.

Le motivazioni alla base sono essenzialmente tre: il Parlamento costa eccessivamente, i parlamentari sono troppi, la macchina legislativa è lenta e inefficiente.

Rimandando alla prossima pagina, dedicata alle “fonti”, un approfondimento sui numeri collegati alla riforma, esaminiamo le varie questioni.

Innanzitutto il tema del risparmio.

Sotto questo profilo sono emerse cifre discordanti: secondo l’Osservatorio Economico dei Conti Pubblici di Carlo Cottarelli la minor spesa sarebbe di poco inferiore agli 82 milioni di euro all’anno, a fronte di circa 975 milioni di costo della Camera dei deputati e ai 550 del Senato. I risparmi sarebbero dovuti alla riduzione delle indennità, delle spese per l’esercizio del mandato e dei rimborsi concessi a senatori e deputati.

I sostenitori tendono a sovrastimare il vantaggio economico, ma al di là della quantità di denaro è evidente il significato simbolico di una riduzione dei costi della politica, oltre alle poche risorse da riutilizzare.

Secondo i detrattori della riforma la scusa del risparmio è ridicola: quello annuale equivale a poco più di un giorno di spese militari, una goccia se rapportata ai 10 miliardi che potrebbero essere tagliati votando l’uscita dal programma militare degli F35, ad esempio. Oppure viene ricordato come il costo complessivo dei famosi 80 euro del governo Renzi sia sempre 10 miliardi: con i risparmi, quindi, si potrebbe fare ben poco. Non solo, c’è chi sostiene il rischio di un incremento del costo di ogni singolo parlamentare a causa di una mole di lavoro maggiore e spostamenti più ampi.

Sarebbe necessaria una revisione dei processi e delle strutture che determinano alcune spese.

Riguardo al numero dei parlamentari i sostenitori ricordano che l’Italia, prima della riforma, era al secondo posto in Europa, dietro solo al Regno Unito, che ne ha 1442. Citando altri paesi, in Francia siedono 577 deputati all’Assemblea nazionale e 348 senatori, in Germania il Bundestag è composto da 709 membri mentre il Reichstag da 69; in Spagna invece siedono nel Congreso in 350 e al Senado in 266.

Il problema maggiore, per i detrattori, si trova tuttavia nella riduzione della rappresentanza che questa riforma comporta. Il numero degli eletti va considerato in rapporto alla popolazione: prima della riforma per ogni 100 mila abitanti il numero dei deputati era 1 in Italia, contro lo 0,9 in Francia e Germania. Con la riforma tale cifra scende a 0,7. Si tratta quindi del numero più basso d’Europa: ben lontano dal 14,3 di Malta, dal 10 del Lussemburgo, nazioni piccole per la verità, ma anche dal 3,3 dell’Irlanda.

Tra i 14 Stati che hanno anche una Camera Alta, l’Italia si piazza oggi al 9° posto, mentre con la riforma diventerebbe penultima a pari merito con la Polonia (0,3 senatori ogni 100.000 abitanti) e davanti solo alla Germania (0,1). Per quanto riguarda la Germania è necessario ricordare, però, che il senato è l’istituzione di rappresentanza dei Länder, come negli USA lo è degli stati della federazione: a ognuno in America spettano due membri, indipendentemente dalla quantità di popolazione.

Riferirsi solo al numero dei parlamentari, secondo i critici, non avrebbe senso. Il rischio è quello di ridurre la rappresentanza, in un paese, tra l’altro, composto da diverse minoranze etniche, linguistiche e religiose.

La riforma ha ricadute anche sulla molteplicità dei partiti e sui meccanismi della rappresentanza, per cui il taglio dei parlamentari è legato alla riforma della legge elettorale. Un minor numero di eletti rischia, soprattutto al Senato, di porre uno sbarramento difficilmente superabile per le formazioni politiche più piccole. Per ovviare a questi rischi, le forze di governo hanno siglato un accordo che prevede proprio il progetto di una nuova legge elettorale. Affidare a essa il compito di riequilibrare la situazione può rappresentare un problema rilevante, infatti, non essendo di tipo costituzionale, è modificabile con una maggioranza semplice e qualunque governo potrebbe riformarla piuttosto facilmente, sfruttando a vantaggio di una parte i limiti evidenziati.

Un argomento centrale è il bicameralismo perfetto che vige in Italia: la riduzione del numero dei parlamentari, senza modificarlo, non può migliorare da sola l’efficienza dell’iter legislativo e il funzionamento del parlamento.

Altro elemento è il cambiamento non abbinato, o almeno non ancora, con una riforma dei regolamenti parlamentari e del lavoro delle commissioni.

Un ulteriore aspetto che i sostenitori portano è già stato accennato: la riforma, alzando l’asticella del consenso per entrare in parlamento, potrebbe avere l’effetto di ridurre il numero dei partiti e semplificare lo scenario politico. È chiaro che dipenderà dal tipo di legge elettorale in vigore. Con una soglia di sbarramento non molto alta, ed è questa l’ipotesi più probabile, anche per i partiti più piccoli sarà possibile essere presenti, così come in passato. Se venisse introdotto un sistema col proporzionale puro il risultato probabilmente non sarebbe la riduzione dei partiti, anzi. L’adozione di sistemi elettorali diversi non ha un effetto certo e riconoscibile sul sistema partitico, lo si è già constatato con l’adozione del maggioritario, che non è stato sufficiente a realizzare un bipolarismo.

Un’altra conseguenza diretta della riforma è la necessità di adeguare i già vasti collegi elettorali previsti dall’attuale legge, con la conseguenza che se ne avranno di ancora più grandi, col pericolo che potrebbero aumentare le spese dei candidati e dilatare ulteriormente la distanza, anche geografica, tra eletti ed elettori. Ciò vale in particolare per i parlamentari votati all’estero, col paradosso che un eletto possa rappresentare un collegio di più continenti.

La riduzione di deputati e senatori avrebbe delle ripercussioni sul loro rapporto con le rispettive formazioni politiche. Il rischio potrebbe essere una maggiore fidelizzazione degli eletti alle segreterie, sempre meno disposti ad allontanarsi dalle indicazioni di partito, insomma influirebbe sulla loro autonomia di giudizio e di capacità di rappresentare gli interessi di chi li ha votati.

Oggi in Italia abbiamo circa un deputato ogni 96.000 abitanti e un senatore ogni 191.000; con la riforma si avrà più o meno un deputato ogni 151.000 abitanti e un senatore ogni 302.000. Ciascun parlamentare rappresenterà un bacino decisamente più ampio di cittadini, dovendo dunque mediare tra un numero di interessi e necessità decisamente maggiori. Ciò comporterà il pericolo di uno scollamento ancora più forte dell’attuale.

In merito all’efficienza del parlamento, questo è un altro pro, secondo i sostenitori del taglio. La riforma sarebbe un modo per snellire le procedure istituzionali e l’approvazione delle leggi, verrebbero ridotti anche gli emendamenti eventualmente presentati. La diminuzione del numero dei partiti avrebbe poi l’effetto di rendere più stabili i governi.

Anche da questo punto di vista vengono sollevati dei dubbi. Ciò poiché la riforma non interviene sui meccanismi istituzionali, non intacca, come già citato, il bicameralismo perfetto, non modifica i rapporti col governo, né i regolamenti parlamentari e le dinamiche interne alle assemblee. Il tempo medio di approvazione di una legge nella precedente legislatura è stato di 237 giorni, con un effetto di accelerazione provocato dalla volontà politica del governo di ratificare i suoi decreti. Le 46 leggi di iniziativa parlamentare hanno richiesto in media 504 giorni l’una, siamo vicini all’anno e mezzo, mentre le 195 leggi di iniziativa governativa sono state approvate in media in 172 giorni, neanche 6 mesi. La riforma non intacca questi meccanismi, ma potrebbe aumentare il carico di lavoro per il singolo parlamentare e per il suo staff.

Al di là di tutte le considerazioni nel merito, dei pro e dei contro, di ogni scelta che possiede elementi positivi e negativi, rimane fondamentale il valore della rappresentanza, elemento basilare di una democrazia parlamentare.

Questa non ha solo una dimensione quantitativa, ne ha anche una di qualità: strumenti e cultura democratica. Senza passi in avanti in tali caratteri si rischia di limitarla, appunto, a un fatto di numeri.

Il modo stesso con cui si è dibattuto del problema, e col quale il tema è stato presentato all’opinione pubblica, mostrano la delicatezza della questione e le possibili derive negative. Presentare la riforma come taglio delle poltrone e risparmio di soldi, esibendo tale ridimensionamento come un successo del “popolo” contro la “casta” e il sistema, pur facendone oggi tutti parte, rischia di placare un certo risentimento verso il “potere”, senza affrontare e risolvere seriamente i problemi che pur esistono. Una spia di allarme, per i cittadini, dovrebbe derivare proprio dalla quasi unanimità con la quale la legge è stata approvata, che ha un sapore “gattopardesco”: cambiare tutto perché niente cambi.

Aver modificato una parte della Costituzione deve porre il problema di ricalibrarla. Essa è nata per offrire garanzie alle minoranze e per bilanciare i poteri delle istituzioni, in modo da evitare prevaricazioni e squilibri. Ritoccare alcuni articoli deve far emergere la domanda sulla necessità di passi successivi, di ulteriori integrazioni, altrimenti si pecca di superficialità.

Un secondo aspetto di fondamentale importanza è il ruolo e l’identità del potere legislativo. C’è chi pensa a un suo ulteriore ridimensionamento verso una democrazia diretta gestita con le moderne tecnologie, c’è chi lo ritiene una palla al piede che rallenta solo la velocità dei leader che hanno chiara la strada da percorrere.

Come al solito la questione è molto più complessa e seria. Tocca alla radice il concetto stesso di democrazia rappresentativa, le sue articolazioni, gli strumenti, come i partiti, le caratteristiche e le doti di una persona impegnata in politica, i criteri di selezione dei candidati, che dovrebbero basarsi sulla competenza, la qualità, l’onestà, le modalità di comunicazione e di informazione dei cittadini, e via discorrendo.

La riduzione numerica degli eletti, che ha già visto diminuire da molti anni anche il numero degli componenti i consigli comunali e regionali, la sparizione delle assemblee provinciali sostituite da nomine di secondo grado, non deve condurre verso una visione, e una pratica, sempre più elitaria della politica, rischio che, portato all’eccesso, può condurre “all’uomo solo al comando” o a un governo di pochi considerati superiori e per questo abilitati a guidare un gregge di sprovveduti. Si deve evitare che la riforma diventi una tappa dell’ulteriore delegittimazione delle assemblee rappresentative.

Non si deve poi cadere nella trappola di ridurre, nel pensiero del cittadino comune, la democrazia e la rappresentanza a dei costi, possibilmente da abbattere.

Un pericolo ulteriore, nell’epoca considerata post ideologica, caratterizzata dall’assenza di idee forti, di vision, e dal trionfo del senso pratico e delle soluzioni semplici e immediate, è di premiare una concezione della politica che può fare a meno dei grandi riferimenti e delle prospettive d’insieme, che cerca il facile consenso, propone la propaganda come fine e la deresponsabilizzazione come bussola dell’azione politica, ridotta a semplice amministrazione.

In conclusione, il taglio dei parlamentari non è un bene o un male in se stesso, è solo un aspetto del più ampio e complesso problema dei rapporti tra la classe politica e la gente, delle garanzie per le minoranze, dell’equilibrio tra i poteri della Repubblica.

Se la strada intrapresa è semplicemente populista è facile conduca verso esiti discutibili, se è un tentativo per ridisegnare e rilanciare una democrazia in difficoltà dovrà essere percorsa con altre tappe in linea con tale prospettiva.

 

 

 

 

Le fonti

Molte delle considerazioni formulate hanno come base una serie di dati che è opportuno riprendere e approfondire.

Prima, però, esaminiamo cos’è e come si fa una riforma costituzionale.

La Costituzione è la legge fondamentale di uno stato; in Italia è stata elaborata nel secondo dopoguerra ed è entrata in vigore il 1° gennaio del 1948. Se le forze politiche desiderano modificarne il testo, non possono ricorrere a una legge ordinaria, ma al cosiddetto “procedimento aggravato” descritto nell’articolo 138 della Carta stessa. Questo prevede che la riforma deve essere approvata due volte da entrambe le Camere e tra la prima e la seconda votazione devono passare almeno tre mesi. Se nella seconda tornata il testo riceve una maggioranza dei due terzi da ciascuna Assemblea esso viene promulgato e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e modifica la Costituzione; se invece la legge è approvata solo con la maggioranza assoluta può essere sottoposta a referendum qualora, entro tre mesi dalla sua pubblicazione, ne facciano richiesta 500.000 elettori o cinque Consigli regionali o un quinto dei componenti di ciascuna Camera.

Abbiamo già ricordato che l’attuale riforma rientra nella seconda casistica.

Per quanto concerne gli aspetti da riprendere, iniziamo dai dati sui costi.

Procedendo a un esame della spesa relativa al funzionamento delle assemblee legislative dei vari paesi è necessario premettere che i parlamenti nazionali hanno storie e funzioni parzialmente differenti, dunque il confronto diretto delle cifre è solo in parte indicativo, anche in ragione dei diversi regimi fiscali, per cui le cifre e la “classifica” potrebbero essere rettificate.

A ogni modo, riferendosi ai dati disponibili, la dotazione di fondi pubblici per la Camera dei deputati italiana è di circa 975 milioni di euro, per il Senato è intorno ai 550 milioni, per un totale quindi di poco superiore al miliardo e mezzo.

Prendendo come esempio il bilancio della Camera, questo si divide più o meno a metà tra spese per il funzionamento e spese per le pensioni di ex deputati e dipendenti. Infatti, 540 milioni vanno nelle spese correnti, 410 milioni di euro sono spese previdenziali (circa 140 di pensioni per gli ex deputati e 270 per gli ex dipendenti). Il restante riguarda le spese in conto capitale. Tra i principali costi per il funzionamento emergono circa 80 milioni di euro per le indennità e quasi 65 per i rimborsi spesa, una cifra vicina ai 180 milioni per la retribuzione del personale e 31 di contributi ai gruppi parlamentari.

Diversi paesi occidentali sembrano spendere meno. Nel Regno Unito il costo per la Camera dei Comuni è di 210 milioni di sterline e per la Camera dei Lord di 100: circa 310 in tutto, poco più di 350 milioni di euro, al cambio attuale. In Francia, il Senato riceve una cifra di poco superiore ai 320 milioni di euro, che per l’Assemblea Nazionale sono circa 520. In totale il parlamento francese costa più o meno 840 milioni di euro.

Il Congresso americano è più caro, invece, e supera anche le nostre Camere. Mediamente le spese totali del Senato ammontano a oltre 850 milioni di dollari, mentre quelle della Camera a 1,2 miliardi. In totale più di 2 miliardi di dollari, oltre 1,8 miliardi di euro. A queste vanno aggiunti altri costi: il mantenimento delle strutture del Campidoglio, tra le quali la Library of Congress, una delle più grandi biblioteche del mondo e quello del corpo di polizia dedicato.

Sull’elevata spesa di gestione del parlamento italiano vi è un aspetto che potrebbe sorprendere: la colpa non è tanto degli stipendi degli eletti, bensì dei costi di una struttura molto dispendiosa, come sopra riportato.

La storia parte da lontano. Nel 1946, subito dopo il fascismo, si ritenne opportuno tenere il Parlamento sempre aperto e agibile, come presidio della democrazia, con quel che ne conseguiva in termini di turni dei dipendenti e di apparati di sicurezza. Oggi non è più così, poiché da anni la chiusura avviene alle 22 e una delle polemiche sotterranee investe proprio il dispendio di risorse, per una struttura che, salvo casi rari, potrebbe tranquillamente fermarsi qualche ora prima, evitando, ad esempio, il pagamento degli straordinari, oltre ai costi di gestione. Un ulteriore problema è il costo pro capite dei dipendenti, che andrebbe equiparato, come tutte le altre voci di spesa, alla media europea. Tale costo, infatti, pesa in modo significativo sul bilancio della Camera, con situazioni di stenografi e commessi che al massimo dell’anzianità guadagnano più di alcune alte cariche dello stato, alle quali sono affidate ovviamente responsabilità differenti.

A ogni cittadino italiano il parlamento costa tre volte di più che in Francia (27,15 euro rispetto a 8,11 euro), quasi sette volte rispetto al Regno Unito (4,18 euro) e dieci volte in rapporto alla Spagna (2,14 euro).

Limitandosi a considerare quanto percepiscono i parlamentari è utile riferirsi ai dati, in sterline, provenienti dalla Independent parliamentary standards authority (Ipsa), in un confronto che prende in considerazione anche Paesi extraeuropei. Gli italiani guidano la classifica con 120.546 sterline, seguiti da australiani (117.805), statunitensi (114.660), canadesi (100.166) e norvegesi (87.964). Con cifre inferiori troviamo gli onorevoli di Irlanda (79.556), Germania (78.979), Nuova Zelanda (74.154) e Svezia (69.017), mentre a chiudere questa classifica ci sono Regno Unito (66.396), Francia (56.815) e Spagna (28.969).

Entrando nel dettaglio, l’indennità di un parlamentare italiano è all’incirca di 10.000 euro lordi, che diventano 5.000 al netto delle ritenute fiscali e previdenziali. Il rimborso spese per il soggiorno è di 3.500 euro, con una detrazione di circa 200 euro per ogni giorno di assenza in occasione di votazioni elettroniche. I deputati viaggiano gratis in autostrada, treno, nave e aereo sul territorio nazionale. Per i trasferimenti in aeroporto c’è un rimborso: un migliaio di euro al mese, a seconda della distanza dall’aeroporto. In aggiunta percepiscono 3.700 euro per il rapporto con gli elettori, utilizzabili per pagare dei collaboratori, 250 per l’uso del telefono e 2.500, per tutta la legislatura, di spese informatiche. L’assegno di fine mandato ammonta a quasi 47.000 euro per una legislatura e 140.000 per tre; mentre il vitalizio è all’incirca di 2.400 euro al mese con un mandato a partire dai 65 anni, 4.900 dai 60 anni con due, 7.400 con tre. Dal 2012, però, è entrato in vigore un regime di tipo contributivo, per cui i parlamentari, da quell’anno, percepiscono un trattamento economico differente.

I senatori ricevono importi simili a quelli dei deputati, ogni mese sono 11.500 euro di indennità, 3.500 di diaria, 1.600 per i trasporti e 4.200 per le spese di rappresentanza.

Prendendo in esame altri paesi, in Francia l’indennità lorda di un eletto all’Assemblée nationale è di 7.100 euro, vale a dire circa 5.500, tolte le ritenute previdenziali, ma il netto varia in base all’imposta sul reddito. Alcuni parlamentari hanno a disposizione uffici doppi dove dormire, altri alloggiano in un residence a tariffa agevolata, inoltre possono accedere a un prestito di 76.000 euro al 2 per cento per comprare un appartamento. Per i trasporti, il treno è gratuito, ma sono solo 40 i viaggi aerei pagati fra il collegio e Parigi e 6 quelli che esulano il collegio elettorale. Le spese relative al mandato sono coperte con un ulteriore emolumento di 6.400 euro al mese, mentre circa 9.000 euro sono utilizzabili per la retribuzione di un massimo di cinque collaboratori, pagati dal deputato o direttamente dall’assemblea. Al termine del mandato non percepiscono un assegno, ma un sussidio di reinserimento, se disoccupati, per al massimo tre anni. Il vitalizio ammonta a 1.200 euro per un mandato a partire dai 62 anni, che diventano 2.400 per due.

I parlamentari del Bundestag tedesco hanno un’indennità lorda di 7.600 euro, il netto varia in base all’imposta sul reddito, mentre non ci sono ritenute previdenziali. Il contributo mensile per l’esercizio del mandato è di circa 4.000 euro, con trattenute dai 50 ai 100 euro per i giorni di assenza, che si riducono a 20 per malattia o a zero per maternità o figli malati. La circolazione ferroviaria è libera, per i viaggi aerei nazionali nell’esercizio delle funzioni e con giustificativi di spesa è previsto un rimborso. Tutti hanno un ufficio arredato nei palazzi della Camera e la possibilità di spendere 1.000 euro al mese per gestirlo. Ogni deputato può assumere collaboratori a carico del parlamento per un massimo di quasi 15.000 euro. A fine mandato la persona non riceve alcun compenso, ma un’indennità provvisoria per 18 mesi. Il vitalizio scatta a 67 anni e ammonta a 960 euro lordi per 5 anni e 1.900 per dieci.

Un componente della House of Commons britannica ha un’indennità mensile lorda di 6.300 euro, il netto varia, così come il contributo previdenziale. Come diaria può richiedere un rimborso massimo mensile di poco inferiore ai 2.000 euro, di cui 1.700 per spese di soggiorno, ma chi sceglie l’albergo può spendere fino a 150 euro a notte. Sono rimborsati gli spostamenti in metropolitana e in taxi, ma solo dopo le 23, nonché i viaggi per l’esercizio delle funzioni, esclusivamente in classe economica. Per l’ufficio nel collegio in cui è stato eletto il deputato riceve 1.200 euro di rimborso e 1.000 per le spese. I collaboratori sono pagati da un’apposita agenzia per conto della Camera fino a un massimo di 10.500 euro al mese. Al termine del mandato è possibile chiedere un rimborso di 47.000 euro per le spese connesse al completamento delle funzioni. A partire dai 65 anni il vitalizio varia in base ai contributi versati: 530 euro lordi per un mandato con il minimo, 790 con il massimo.

Nei Paesi Bassi l’indennità mensile lorda di un deputato è di 8.500 euro e la diaria prevede un massimo mensile di circa 1.600. Per le spese di segreteria e rappresentanza ha diritto ad altri 200 euro mensili. L’uso del treno è gratuito; in assenza di mezzi pubblici alternativi per la propria auto il parlamentare riceve un rimborso di 37 centesimi al chilometro, se invece esistono, il rimborso ammonta a 9 centesimi.

L’indennità parlamentare mensile lorda di un deputato in Belgio è pari a quasi 7.400 euro, ma non è prevista alcuna diaria. La circolazione su treni, aerei, navi e in autostrada è libera, per le spese di rappresentanza vi è un rimborso di 1.900 euro, comprensivo della telefonia e della dotazione informatica. I collaboratori degli eletti sono dipendenti della Camera.

Il Consiglio nazionale austriaco corrisponde a ciascun componente un’indennità mensile di 8.200 euro, più quasi 500 di spese di rappresentanza, comprendenti anche diaria, spese per i viaggi e per il telefono. I collaboratori sono dipendenti del parlamento e guadagnano al massimo 2.400 euro lordi.

In Spagna gli onorevoli percepiscono un’indennità mensile lorda di 2.800 euro, che li pone all’ultimo posto nella graduatoria europea degli emolumenti. L’indennità di residenza è di 1.800 euro per gli eletti fuori Madrid e 870 per quelli della Capitale. I rimborsi spese per i viaggi sono di 150 euro al giorno per l’estero e 120 per gli spostamenti interni.

Il Parlamento europeo, infine, prevede un’indennità netta di 6.200 euro, e 300 euro al giorno per il soggiorno nelle città che ospitano l’assemblea. Documentandoli, i deputati possono farsi rimborsare i viaggi effettuati per raggiungere le sedi parlamentari. Per gli spostamenti ufficiali ci sono indennità fisse basate su distanza e durata, mentre, per motivi diversi dagli impegni istituzionali, per i viaggi al di fuori dello Stato di elezione sono previsti 350 euro al mese di rimborso. I costi generali quali ufficio, telefono, informatica sono coperti da 4.300 euro mensili. I collaboratori sono pagati dal parlamento per un importo massimo di 19.700 euro. A fine mandato l’indennità, non cumulabile con pensioni o stipendi, è percepita da 6 a 24 mesi. Il vitalizio può essere disponibile a partire dai 63 anni per un importo di 1.390 euro per un mandato, 2.780 per due e 5.570 dalle quattro legislature in poi.

Il risparmio preventivabile con la riforma del numero dei parlamentari, calcolato in base al costo di ciascuno, sui dati del bilancio della Camera per il triennio 2018-2020, è semplice. Per pagare indennità e rimborsi a 630 deputati lo Stato spende ogni anno 145 milioni di euro, con un costo annuo di 230.000 euro a eletto. Una riduzione di 230 onorevoli, dunque, crea un risparmio di 53 milioni di euro ogni anno. Facendo lo stesso calcolo per il Senato si ottiene un costo annuo di 249.000 euro per senatore, per cui il taglio di 115 componenti genera un risparmio potenziale di circa 29 milioni all’anno. Tra Camera e Senato, come sopra già riportato, i risparmi sarebbero all’incirca di 82 milioni di euro ogni anno, una stima da considerarsi leggermente imprecisa, perché non tiene conto degli ulteriori risparmi dovuti all’ospitare 345 persone in meno. Essa potrebbe alla fine essere stimata in circa 100 milioni.

Passando al numero dei parlamentari, altro argomento dibattuto, la tabella seguente, tratta da Il Sole 24 Ore, riassume la situazione relativa agli attuali paesi dell’UE.

Un altro dato significativo è quello del rapporto tra popolazione ed eletti che in Italia è tra i più bassi, con un deputato e 0,5 senatori su 100.000 abitanti.

Guardando solo alle Camere, la Germania ha un rappresentante ogni 116.855 cittadinicon un’incidenza dello 0,9 su 100.000, la stessa della Francia, leggermente superiore a quella di Gran Bretagna che è alla pari del nostro paese con un deputato. Citando altre nazioni, la Polonia ha un fattore 1,2 e la Spagna lo 0,8, quindi vicini tra loro; mentre quasi tutti gli altri stati hanno incidenze molto più elevate: Svezia e Bulgaria (3,4), Finlandia (3,6), Estonia (7,7) e Lussemburgo (10), solo per citarne alcuni.

Con la riforma l’Italia passerà a un fattore pari a 0,7 ogni 100.000 abitanti conquistando dunque il “primato” di questa speciale classifica.

Guardando alla graduatoria dei paesi in cui esiste anche il Senato, il Regno Unito ha un’incidenza di 1,2 per 100.000 abitanti (ma i suoi componenti non sono eletti e non ha competenze legislative), mentre la Germania, per le ragioni sopra accennate di rappresentanza dei Länder, detiene il primato con lo 0,1.

L’Italia ha un fattore dello 0,5 ogni 100.000 abitanti, identico a quello della Francia, leggermente inferiore allo 0,6 della Spagna, che precede Romania, Polonia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi e Germania. Dopo la riforma il nostro dato scenderà allo 0,3.

Un problema rilevante, di tipo costituzionale, che potrebbe sorgere con il Parlamento riformato nella cifra dei suoi componenti, è proprio quello della rappresentanza numerica. Nel 1948, i padri costituenti avevano legato la quantità dei membri alla popolazione, ossia potevano aumentare o diminuire in base a questo rapporto: un deputato ogni 80.000 abitanti e un senatore ogni 200.000. Il principio venne abbandonato con la revisione costituzionale del 1963 che stabilì in 945 il numero degli eletti, più ovviamente i senatori a vita. In rapporto alla popolazione oggi in Italia, come abbiamo già osservato, c’è un deputato ogni 95.000 abitanti circa e un senatore elettivo ogni 191.000. Con la riformaci sarà un deputato ogni 151.000 e a un senatore ogni 302.000.