fatto del mese

La crisi in Siria: un’immane tragedia

Il fatto

Il fatto del mese riguarda un conflitto entrato nel decimo anno. Infatti il 15 marzo del 2011, sulla scia di quella che era stata definita la “Primavera araba”, esplose in Siria una protesta contro il regime di Assad.

Il popolo siriano continua a essere vittima di un dramma di enormi proporzioni: oltre ad aver già provocato centinaia di migliaia di morti, il conflitto ha anche causato il maggior numero di profughi dalla Seconda guerra mondiale, con più della metà della popolazione costretta a spostarsi all’interno del Paese o a fuggire oltre frontiera. Carlotta Sami, portavoce per Italia dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, afferma: «Sono cifre spaventose perché il numero di chi è scappato all’estero ha raggiunto quota 5,5 milioni mentre gli spostati interni sono più di 6 milioni. Costituiscono il gruppo di rifugiati più grande al mondo. E la maggior parte di loro ha un solo desiderio: rientrare a casa loro».

Mentre in Italia, e in gran parte del mondo, il coronavirus ha profondamente mutato la vita, abbiamo deciso di non occuparci di quello che per tutti è, senza dubbio, “il fatto del mese”, ma ricordare un dramma che coinvolge altri, occupandoci nel prossimo numero, con un’analisi meno “a caldo” della nuova pandemia che sta sconvolgendo la nostra vita. Desideriamo cogliere l’occasione dell’emergenza Covid19 per raccontare e guardare ai problemi che toccano altri popoli, come quello siriano, considerando ciò che capita attorno a noi, per rimanere sensibili ai drammi umani ovunque si svolgano.

Come già ricordato il conflitto scoppia il 15 marzo 2011 come movimento di protesta contro la dittatura di Assad con la sua struttura istituzionale del partito unico Ba’th, sulla scia della Primavera araba. Di fronte alla repressione del governo, i ribelli si organizzarono militarmente nell’Esercito libero siriano, nel quale confluirono anche molti elementi dell’esercito regolare, contendendo al regime il controllo delle città principali del Paese. Poco dopo essi si diedero anche una struttura di coordinamento politico, istituendo in Turchia un Consiglio nazionale siriano in esilio. A quel punto le manifestazioni contro il regime lasciarono il posto a scontri armati su vasta scala, spesso intrecciati a reciproche violenze tra gruppi religiosi contrapposti, che diedero inizio a un processo di crescente frammentazione del paese in enclave rivali.

A rendere ancor più gravi e complessi gli sviluppi della guerra civile contribuirono altri fattori.

Il primo fu l’intervento, a partire dal 2012, del Fronte al-Nusra, un gruppo terroristico legato ad Al Qaeda e al fondamentalismo islamico di matrice sunnita, il quale, pur agendo in maniera indipendente dall’Esercito libero, contribuì a inasprire il conflitto, ricorrendo a tecniche terroristiche, compresi attacchi suicidi. La risposta del governo fu l’impiego sempre più massiccio delle milizie shabiha, vale a dire bande criminali e gruppi paramilitari che, dalla primavera del 2012, misero in atto veri e propri massacri indiscriminati di ribelli e popolazione inerme.

In questo clima di crescenti violenze la guerra civile cominciò a internazionalizzarsi in modo sempre più netto. Iniziarono infatti a schierarsi con i ribelli dell’Esercito libero, fornendo armi, denaro, consiglieri, addestramento, Turchia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Qatar e Arabia Saudita. Il regime di Assad, a sua volta, ricevette aiuti altrettanto concreti dalla Russia, suo tradizionale alleato, e dall’Iran, deciso a presidiare la tenuta della cosiddetta «mezzaluna sciita», vale a dire dell’asse geopolitico che lega Teheran, Damasco e Hezbollah in Libano. La crisi siriana si apriva a pericolose prospettive di escalation, diventando parte di un gioco assai più grande e complesso la cui posta era l’affermazione di egemonie regionali e, al contempo, globali.

Un terzo fattore rese il conflitto ancor più caotico e ingovernabile: l’annosa questione curda. Essa si riaccese nel luglio di 2012, proprio mentre l’Esercito libero e altri gruppi islamisti, sia pure con esiti incerti, attaccavano le forze governative sui due fronti di Damasco e Aleppo. I curdi, residenti nelle regioni settentrionali della Siria, a lungo discriminati e perseguitati dal regime, approfittarono della crisi del governo centrale per scatenare una campagna militare finalizzata alla «liberazione» dei loro territori. Il fronte antigovernativo si ampliò ulteriormente, senza assumere però una fisionomia unitaria. I curdi, infatti, agivano in modo indipendente dai ribelli, guardando anzi con grande sospetto ai legami che li univano alla Turchia e agli islamisti, due soggetti tradizionalmente del tutto ostili alla loro causa.

È con questi attori in campo che la guerra civile, sia pure con diversa intensità, dilagò in tutto il Paese producendo violenze indicibili e ben pochi risultati stabili e strategicamente rilevanti.

I successi degli islamisti spinsero l’Iran, sciita, a sostenere in modo più deciso il governo attraverso le milizie libanesi di Hezbollah, che, con l’esercito regolare siriano, inflissero gravi perdite ai ribelli. Poco dopo, al fronte antigovernativo, si aggiunsero i miliziani dell’emergente Stato islamico dell’Iraq (Isi), poi Stato islamico dell’Iraq e della Siria (Isis), che nel giugno 2014 proclamarono lo Stato islamico tout court, ponendo il proprio quartier generale a Raqqa e di fatto cancellando la frontiera tra Siria e Iraq.

L’ingresso dell’Isis nel conflitto siriano spezzò il già fragile fronte che ancora legava gli islamisti ai ribelli dell’Esercito libero. Quest’ultimo divenne anzi uno degli obiettivi espliciti degli attacchi dell’Isis, perdendo rapidamente molte delle proprie posizioni nella lotta contro Assad. Crebbero altresì, nel nord del paese, gli attriti tra i curdi e le forze islamiste, in un contesto di crescente dilagare delle violenze, soprattutto ai danni della popolazione civile.

Un segno chiaro dell’imbarbarimento progressivo degli scontri fu, nell’agosto del 2013, l’attacco chimico di Ghuta, nei pressi di Damasco, di cui si accusarono reciprocamente le forze governative e i ribelli. L’aggressione, oltre a provocare centinaia di vittime, suscitò una grave crisi internazionale. Gli Stati Uniti, insieme a Gran Bretagna, Francia e Turchia, si dichiararono pronti a intervenire militarmente a favore dei ribelli. Lo stesso fecero, ma a favore di Assad, la Russia e l’Iran. La crisi fu scongiurata per vie diplomatiche e si chiuse nel mese di settembre con una risoluzione Onu che imponeva, in cambio del non intervento degli Usa e dei loro alleati, la distruzione dell’arsenale chimico del regime.

Questi sviluppi, così come la fallimentare conferenza di pace di Ginevra indetta dalle Nazioni Unite nel gennaio-febbraio 2014, non arrestarono in alcun modo la guerra civile. Nei primi mesi del 2014 essa vide prevalere in diverse parti del Paese le forze governative e spaccarsi ulteriormente il fronte dei ribelli. Il 3 giugno, sia pure in questo contesto, si svolsero le elezioni presidenziali, che per la terza volta confermarono per altri sette anni, e a grande maggioranza, il mandato di Assad.

Nel giro di poche settimane la situazione doveva drasticamente mutare con la travolgente offensiva dell’Isis tra Iraq e Siria, culminata, come prima ricordato, con la proclamazione del califfato il 29 giugno 2014. Da quel momento e sino alla fine del 2017, quando fu sostanzialmente smantellato, esso impresse un maggiore impulso al caos siriano. La sua rapida espansione, anche nelle province curde irachene e siriane, provocò un’ulteriore internazionalizzazione del conflitto e l’emergere di molteplici contraddizioni.

Mentre continuavano gli scontri tra le diverse parti, furono dapprima gli Stati Uniti, nel settembre 2014, a bombardare le postazioni dell’Isis in Siria, col rischio di offrire importanti vantaggi al regime di Assad, e poi a sostenere sempre più l’avanzata dei ribelli curdi nel nord, cosa che preoccupò la Turchia.  A partire dal settembre 2015, di fronte alla crescente debolezza delle forze governative, furono poi soprattutto i russi a bombardare le postazioni dei ribelli e dell’Isis e a sostenere le offensive dell’esercito, insieme a Hezbollah e all’Iran. In tal modo, attraverso una miriade di attacchi e contrattacchi, assedi, offensive e controffensive, fragili tregue e riprese violentissime delle ostilità, nel corso del 2016 lo Stato islamico cominciò a perdere posizioni. Il suo smantellamento quasi completo ebbe luogo verso la fine del 2017, con la caduta di Raqqa nelle mani dei curdi e di Deir ez-Zor in quelle dell’esercito governativo.

Nel frattempo, la guerra civile siriana aveva proiettato la sua ombra oltre i confini del paese: in particolare nel 2015, con gli attentati terroristici di Parigi e la colossale «crisi dei rifugiati».

Il tramonto dello Stato islamico non significò la fine della guerra civile siriana, che proseguì con interventi diretti della Turchia nelle province curde, bombardamenti effettuati dall’aviazione americana contro truppe e milizie governative, e con un’offensiva del regime di Assad contro il fronte ancora assai composito dei suoi oppositori. È in questo quadro che si colloca il grave attacco chimico contro la cittadina di Douma, roccaforte dei ribelli a est di Damasco, compiuto il 7 aprile 2018, si presume dalle forze governative. Come in passato il presidente siriano respinse l’accusa di aver fatto ricorso a tali armi. Secondo le sue dichiarazioni, confermate anche dalla diplomazia russa, sarebbero state le fazioni in lotta contro il suo regime a utilizzarle contro civili inermi per provocare la reazione della comunità internazionale. Una settimana più tardi, il 14 aprile, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sferrarono un attacco missilistico in Siria, con l’obiettivo di neutralizzare l’arsenale di Assad. L’attacco doveva al contempo lanciare, ancora una volta, un chiaro monito ai principali alleati del regime siriano: la Russia, l’Iran e Hezbollah in Libano.

Nello stesso periodo gli Stati Uniti annunciarono la loro uscita dagli accordi sul nucleare con l’Iran, gli iraniani stessi lanciarono missili sulle alture del Golan e vi furono rappresaglie israeliane in Siria, segnali di un’ulteriore e assai pericolosa escalation dei conflitti mediorientali.

Nell’ultimo periodo in Siria il regime di Assad ha ripreso gran parte dei territori grazie all’aiuto russo e l’ultima offensiva, in corso dal 2019, si concentra a Idlib, dove sono raccolti i ribelli.

Dalla città sono sfollate quasi un milione di persone, delle quali l’80% sono donne e bambini, che vivono in tende, in edifici bombardati o in fattorie abbandonate, in condizioni preoccupanti poiché scarseggiano i mezzi di sussistenza. È un’emergenza umanitaria colossale, con bambini morti di freddo e casi sempre più numerosi di malnutrizione.

La situazione del conflitto è estremamente complicata, aggravata, come già visto, dalla presenza di più eserciti: siriano, russo, turco, iraniano e libanese di Hezbollah. Tale presenza è dovuta a ragioni politiche e religiose. La Siria è in una posizione strategica nel Medio Oriente e le varie nazioni hanno preso delle posizioni differenti a seconda dei propri calcoli di politica internazionale, con una profonda spaccatura tra Cina e Russia, che sostengono il governo, e Stati Uniti, Francia e Regno Unito dalla parte dei ribelli. Inoltre la composizione etnica e religiosa siriana aggrava il contesto, in quanto dopo un avvio delle proteste di stampo “laico”, i due principali ambiti religiosi musulmani hanno caratterizzato gli schieramenti. Da una parte la componente sciita ha sostenuto Assad, con le minoranze religiose protette dal partito Ba’th, mentre il fonte di ribelli è composto prevalentemente da sunniti, anche se parte della popolazione sunnita continua a sostenere il governo. È importante aggiungere che la minoranza curda, stanziata nel nord del Paese, è anch’essa ostile al regime.

Gli ultimi drammatici sviluppi nella regione di Idlib hanno riportato improvvisamente l’attenzione del mondo sulla Siria. Il 27 febbraio un raid dell’aviazione siriana avrebbe ucciso oltre 30 soldati turchi, e la reazione di Ankara non si è fatta attendere, con operazioni militari per i quali sarebbero morti diversi soldati del regime. La NATO ha convocato di una riunione di emergenza e per porre maggiore pressione sugli alleati occidentali la leadership turca ha riaperto i confini del paese al passaggio dei profughi siriani presenti sul proprio territorio, circa 3 milioni, che, come nel 2015, potrebbero muoversi nuovamente in massa verso l’Europa.

Tutto ciò avviene sullo sfondo di quella che l’Onu ha definito la peggiore crisi umanitaria dall’inizio del conflitto e tra le peggiori della recente storia mondiale, infatti il già citato milione di persone è ammassato al gelo dell’inverno da intere settimane a ridosso del confine turco, tentando di fuggire dall’offensiva del regime.

La crisi siriana ha subito un inasprimento, come poco sopra accennato, a partire dalla fine del 2019, con una nuova offensiva da parte del regime di Assad volta alla riconquista della regione di Idlib, ultimo bastione territoriale dell’opposizione armata. Damasco sembra decisa a riprendere i territori comprendenti due importanti arterie stradali e tentare un’avanzata anche più a nord. Da quanto emerge dalle manovre militari del governo, l’obiettivo appare quello di isolare la stretta area intorno a Idlib da nord e da sud, separandola dal confine turco e dalle principali vie di comunicazione, trasformandola in una sorta di Gaza siriana.

La Turchia ha però reagito con durezza alle avanzate siriane, che potrebbero riversare verso i suoi confini una nuova ondata di profughi. La tensione tra Ankara e Damasco è giunta all’apice il 3 febbraio, quando l’artiglieria siriana ha colpito una postazione dell’esercito turco all’interno dell’area di Idlib, uccidendo 8 militari e un civile di nazionalità turca. Una crisi economica senza precedenti dall’inizio del conflitto ha colpito, nel contempo, le aree controllate dal regime, causata in primo luogo dal grave deterioramento della situazione finanziaria del vicino Libano.

La nuova offensiva sulla regione ha riportato l’attenzione sull’area occidentale del Paese, nella quale si confrontano le truppe fedeli ad Assad e le milizie dell’opposizione armata, dopo il termine, almeno temporaneo, delle operazioni turche nel nord-est contro le milizie curde delle Unità di protezione popolare (Ypg).

Dal settembre 2018 la regione di Idlib è soggetta, almeno formalmente, all’accordo stipulato tra il presidente turco Erdoğan e quello russo Putin, che prevede la creazione di una fascia demilitarizzata lungo il confine meridionale dell’area al fine di dividere i miliziani ribelli e le forze fedeli al regime siriano. L’esercito turco ha creato perciò diversi punti di osservazione nella zona demilitarizzata aventi il compito di monitorare il cessate il fuoco tra le parti. Fin dai primi mesi l’intesa è risultata però altamente problematica nella sua attuazione, soprattutto a causa del consolidarsi nell’area di de-escalation del dominio della milizia jihadista, in passato formalmente legata ad al-Qaeda. Secondo l’accordo, infatti, la Turchia avrebbe avuto il compito di disarmare e smantellare i gruppi attivi nell’area legati all’universo jihadista e riconosciuti dalla comunità internazionale come organizzazioni terroristiche. Il fallimento di Ankara nell’assolvere tale compito è stato usato, negli ultimi mesi, come giustificazione per frequenti violazioni della tregua da parte delle forze del regime siriano sostenute dall’aviazione russa. Inoltre, l’ampliamento delle zone nel nord siriano sotto il controllo della Turchia e delle milizie ribelli a essa fedeli dopo l’operazione Peace Spring dell’ottobre 2019, e il concomitante parziale ritiro delle truppe americane nella stessa area, sembrano aver spinto il regime a intraprendere una nuova offensiva su larga scala nella zona di Idlib per evitare un ulteriore consolidamento del dominio turco anche in quel territorio.

L’ultima offensiva lanciata da Damasco si inquadra quindi nella volontà da parte del regime di eliminare l’ultimo bastione dell’opposizione armata e di evitare che possa consolidarsi come un’ulteriore area di influenza turca.

Nell’area risiedono circa tre milioni di civili, di cui, ripetiamo, quasi un milione avrebbe già iniziato a muoversi verso nord per sfuggire ai bombardamenti siriano-russi che, secondo l’Onu, hanno ripetutamente preso di mira aree e infrastrutture civili. Le condizioni di vita di queste persone sono state il soggetto di ripetute denunce da parte di numerose organizzazioni internazionali. Secondo le Nazioni Unite quella che avviene oggi a Idlib è la peggiore crisi umanitaria dall’inizio del conflitto.

I profughi siriani sono presenti oramai in molti Paesi, con alcune situazioni estremamente problematiche.

Il Libano ospita circa un milione e 500.000 siriani (con una popolazione di quattro milioni e mezzo!), in condizioni molto precarie. L’Unhcr cerca di aiutarli con quella che viene denominata cash assistance, ossia con piccole somme di denaro con cui affittare un posto per vivere e acquistare cibo, ma, ad esempio per quanto concerne la salute, in Libano il sistema sanitario è quasi tutto in mani private, perciò per i poverissimi profughi siriani risulta molto difficile garantirla.

Un’altra situazione a rischio è quella del campo attrezzato a Lesbo, nel quale si trovano 36.000 profughi in una struttura capace di ospitarne meno di 5.000, quindi in una condizione di sovraffollamento, con un pasto al giorno e un ambiente disastrato sotto il profilo sanitario, anche pieno di topi. Una soluzione non è stata ancora trovata e non sembra emergere una volontà politica per gestire con raziocinio e umanità la sorte di queste persone, garantendo un flusso regolare con la terraferma e accelerando le procedure di richiesta di asilo, in Grecia e nei vari Paesi europei.

Andando oltre i profughi siriani il problema assume contorni ancora più vasti. Nel mondo, secondo i dati delle Nazioni Unite, vi sono oltre 25 milioni di rifugiati. I più in difficoltà e vulnerabili sono circa un milione e 200.000 e per questi l’Unhcr ha chiesto ospitalità in Paesi sicuri. Da tutta la comunità internazionale l’organizzazione ha ricevuto un’apertura per appena 55.000 persone.

Un bicchiere per svuotare una piscina.

 

 

 

Il commento

Mentre in Italia, e in gran parte del mondo, il coronavirus ha profondamente mutato la vita, abbiamo deciso di non occuparci di quello che per tutti è, senza dubbio, “il fatto del mese”, ma ricordare un dramma che coinvolge altri. Un’emergenza che si protrae da anni alle porte dell’Europa.

Con questo non desideriamo sminuire o dimenticare i problemi di casa nostra, bensì affrontarli guardando non solo al nostro ombelico, consapevoli e sensibili anche a quelli di altre persone, considerando quanto accade intorno a noi.

Abbiamo descritto la storia di questa guerra civile diventata sempre più una guerra per procura tra potenze internazionali e attori regionali, in un Medio Oriente devastato anche da crisi economiche, sociali e politiche che nei vari Paesi tormentano i cittadini, per lo più povera gente.

Il contesto è complicato. Erdoğan può ricattare l’Europa con la minaccia dell’invasione di ondate di profughi, la Nato sostiene, almeno formalmente, la Turchia come membro dell’Alleanza, sebbene Ankara abbia in dotazione un sistema missilistico comprato dai russi e sia un importante cliente del gas di Mosca. La Turchia ha massacrato, appena nell’ottobre scorso, i curdi siriani che sono i principali alleati dell’Occidente contro quel che resta del Califfato.

Insomma, europei e americani stanno a guardare, seppure con modalità differenti, non vogliono sporcarsi le mani e lasciano le popolazioni coinvolte ai loro drammi. I curdi, un popolo senza Stato, sono le vittime di logiche geopolitiche di grandi e piccole potenze.

Di questo scenario complesso, che invitiamo ad approfondire anche con gli strumenti che più avanti segnaleremo, vogliamo considerare ora solo gli aspetti umanitari. In generale la situazione dei milioni di profughi e in particolare i 900.000 sfollati della regione di Idlib che non hanno un posto dove andare, bloccati tra le forze armate siriane e la frontiera turca che li respinge, impossibilitati a tornare indietro. La loro situazione è definita come una colossale crisi umanitaria, la più grande oggi nel mondo.

Al di là delle considerazioni militari e di strategia internazionale, il vero grande sconfitto è proprio il popolo della Siria e, in particolare, i curdi siriani, che hanno sperimentato la guerra, distruzioni e la fuga dalle proprie case per sopravvivere a tutte queste brutalità. Ciò che stupisce e preoccupa è il numero delle persone coinvolte, milioni, nelle quali spiccano i più deboli, i bambini soprattutto. I profughi vivono per lo più in condizioni disperate, mancando delle risorse indispensabili, quali rifugio, vitto, medicinali, e così via.

Essi, però, provocano ostilità, nei Paesi confinanti verso i quali sono andati o cercano di recarsi, come la Turchia, e nelle nazioni europee, preoccupate di una possibile “invasione”.

L’Unione europea ha delle responsabilità, non giocando un ruolo significativo, non avendo un piano da proporre per la risoluzione dei conflitti, e dando a Erdoğan la possibilità di usare il ricatto dei migranti per i suoi obiettivi; inoltre chiude gli occhi davanti al ricorso abusivo, da parte del governo greco, all’articolo 78 del trattato sul funzionamento dell’Ue, che si riferisce a una situazione di pressione alle frontiere, ma, come ricorda l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, il diritto alla domanda d’asilo e il principio di non respingimento sono internazionalmente riconosciuti e non possono essere sospesi.

Già nel marzo 2016 l’Europa aveva aperto la porta a un congelamento del diritto internazionale umanitario, firmando un accordo, certo non buono, con la Turchia, che si impegnava a non lasciar partire i migranti verso la Grecia, com’era accaduto nel 2015, e ad accettare il ritorno dei richiedenti asilo respinti, in cambio di un aiuto finanziario da parte dell’Ue e alcune altre promesse rimaste lettera morta. Ma l’accordo ha palesato basi fragilissime. La Turchia pur avendo ratificato la convenzione di Ginevra nel 1951, considera i milioni di migranti che si trovano attualmente nel Paese privi ufficialmente dello status di rifugiati. Sono degli «invitati», degli «ospiti» o, nel migliore dei casi, dei richiedenti asilo dotati di «protezione temporanea». Per questo motivo tutte le organizzazioni di difesa dei diritti umani si opposero a questo accordo ricordando che la Turchia non è «un paese terzo sicuro» per i richiedenti asilo non europei, preoccupati però del flusso di migranti che avrebbe invaso l’Europa, i paesi dell’Unione, fatte alcune rare eccezioni, furono d’accordo a chiudere gli occhi.

Le dinamiche internazionali non sono mai disinteressate, gli attori operano per un qualche guadagno. In questo caso bisognerebbe dire «basta» e agire, con forza, solo per aiutare i profughi. Oggi, in risposta al coronavirus, gli Stati stanno attivando miliardi di euro e di dollari, con la stessa decisione andrebbero affrontate altre emergenze, come quella della quale stiamo parlando.

L’Italia può svolgere un ruolo importante, contribuendo a traghettare l’Europa dal caos delle divisioni verso un programma comune, condiviso e realizzabile. In particolare, insieme a Stati Uniti e Russia, occorre investire risorse ed energie in quei paesi dove oggi la gente scappa perché senza speranza. Fra le tante misure possibili, la più importante rimane infatti quella di sostenere il diritto a non emigrare, cioè a essere nelle condizioni di rimanere nella propria terra. Per questo occorre un progetto di superamento dei conflitti e un piano di interventi per affrontare i problemi delle popolazioni coinvolte. Si tratta di pensare a risposte di sistema a problemi globali.

Come si può agire, nel piccolo di ciascuno? In primo luogo non fare finta di niente, continuare a seguire gli sviluppi della situazione. Papa Francesco, a questo proposito, ha affermato che a questi conflitti non bisogna approcciarsi con uno sguardo ristretto, ma come facenti parte di una terza guerra mondiale, un evento bellico diffuso che genera non solo morti e distruzioni, ma anche esodi. Per il Pontefice tutto ciò non è tanto un’emergenza, ma l’inizio strutturale di un cambiamento che segnerà profondamente i prossimi decenni e modificherà la natura delle nostre società, ma non si può fermare la storia con i muri, né con il filo spinato che si impedisce a migliaia di persone di muoversi dal Sud al Nord del pianeta perché in cerca di dignità e speranza per sé e i propri cari. È un moto naturale che sempre ha guidato e guiderà l’uomo nel corso della storia. Per questo occorre che tutte le istituzioni si aprano alla responsabilità di affrontare con coraggio e determinazione questa straordinaria sfida.

Un modo per contribuire, anche a livello personale, è fare delle donazioni a organizzazioni attive nell’assistenza alla popolazione siriana, come l’Unhcr, Medici senza frontiere, solo per citarne due.

Che questo momento di emergenza sanitaria interna ci renda più sensibili ai drammi che quotidianamente altre popolazioni vivono da decenni. Solo così potremmo attivare le preziose risorse della solidarietà circolare.

 

 

 

Le fonti

Per chi desidera approfondire la conoscenza con la decennale crisi siriana e, in generale, dello scenario mediorientale, in rete è disponibile un vasto materiale da consultare. Tra questa ampia documentazione segnaliamo alcuni contributi.

L’Osservatorio di politica internazionale, progetto di collaborazione tra Senato, Camera dei deputati e ministero degli Affari esteri, ha elaborato un approfondimento, a cura del Centro di Studi Internazionali, intitolato “L’evoluzione della crisi siriana tra instabilità interna e competizione regionale”.

La rivista italiana di geopolitica Limes mette a disposizione una ricca documentazione sulla Siria.

La Caritas italiana ha diffuso un dossier dal titolo “Donne che resistono. Non solo vittime della guerra, ma parti attive del Paese che verrà”. Questo lavoro si aggiunge ai 54 già pubblicati da Caritas Italiana a partire dal 2015, tutti disponibili on-line, ed in particolare agli altri 5 già dedicati alla Siria: Beati i costruttori di Pace (2019), Sulla loro pelle (2018), Come fiori tra le macerie (2017), Cacciati e rifiutati (2016), Strage di innocenti (2015).

Sul sito Intopic è consultabile una vasta raccolta di articoli sul tema.

L’emittente televisiva La7 ha dedicato un’importante trasmissione dal titolo “Fuga dalla guerra, il dramma dei profughi siriani”.

Più sopra abbiamo citato l’articolo 78 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, ecco il testo:

«1. L’Unione sviluppa una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta a offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un paese terzo che necessita di protezione internazionale e a garantire il rispetto del principio di non respingimento. Detta politica deve essere conforme alla convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 e al protocollo del 31 gennaio 1967 relativi allo status dei rifugiati, e agli altri trattati pertinenti.

  1. Ai fini del paragrafo 1, il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria, adottano le misure relative a un sistema europeo comune di asilo che includa: a) uno status uniforme in materia di asilo a favore di cittadini di paesi terzi, valido in tutta l’Unione; b) uno status uniforme in materia di protezione sussidiaria per i cittadini di paesi terzi che, pur senza il beneficio dell’asilo europeo, necessitano di protezione internazionale; C 326/76 IT Gazzetta ufficiale dell’Unione europea 26.10.2012;
  2. c) un sistema comune volto alla protezione temporanea degli sfollati in caso di afflusso massiccio;
  3. d) procedure comuni per l’ottenimento e la perdita dello status uniforme in materia di asilo o di protezione sussidiaria;
  4. e) criteri e meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo o di protezione sussidiaria;
  5. f) norme concernenti le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo o protezione sussidiaria;
  6. g) il partenariato e la cooperazione con paesi terzi per gestire i flussi di richiedenti asilo o protezione sussidiaria o temporanea.
  7. Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati. Esso delibera previa consultazione del Parlamento europeo.

 

Moltissime organizzazioni hanno lanciato un appello pubblicato il 5 marzo su Avvenire.

«Caro direttore,

tra una settimana il conflitto siriano entrerà nel suo decimo anno. Quella che nel marzo del 2011 era iniziata come una rivolta largamente pacifica e di massa si è trasformata, a partire dall’anno seguente, in una guerra spaventosa – combattuta con strategie spietate di assedio e con armi bandite dal diritto internazionale – cui hanno preso parte forze di altri Stati e gruppi armati eterodiretti. Una guerra che, sebbene si parli già di ricostruzione, sta ancora distruggendo.

In questi nove anni la popolazione civile siriana non solo è stata sterminata. È stata anche progressivamente cancellata dalla narrazione dei vincitori. La storia dei vincitori, a proposito degli assedi, narra che c’erano città occupate da gruppi armati islamisti che dovevano essere “liberate”; che i vincitori avevano messo a disposizione percorsi sicuri per la popolazione assediata; che chi non aveva accettato la generosa proposta era d’accordo coi terroristi. Dunque, ad Aleppo, Homs, nella Ghouta orientale (così come del resto a Grozny, Gaza e altrove) non c’erano civili da proteggere. Solo terroristi. Certo, c’erano e ci sono anche loro. Noi però ci ostiniamo a raccontare la storia dei vinti della Siria. Delle decine di migliaia di siriani scomparsi e torturati. Di quelli sequestrati dai gruppi armati, come padre Paolo Dall’Oglio o i “quattro di Douma”. Dei milioni di sfollati interni. Degli altri milioni di rifugiati che vivono esistenze precarie in Giordania, Libano e Turchia, pochissimi dei quali bussano in questi giorni alle porte e alle coste dell’Europa e vediamo come vengono “accolti”.

In questo racconto abbiamo due importanti alleati: “Avvenire”, sempre più il quotidiano dei diritti. Con grande professionalità e molto coraggio i suoi giornalisti sono sfuggiti a comode visioni del conflitto e lo hanno descritto dando voce ai senza–voce, alla domanda di pace e di giustizia che continua flebilmente a levarsi dalle città martoriate della Siria. E c’è papa Francesco. Che in modo sempre accorato ricorda costantemente al mondo che nelle guerre vengono colpiti civili e infrastrutture civili. Che distruggere queste ultime rende impossibile vivere. Che popolazioni assediate da mesi non ricevono aiuti umanitari indispensabili per sopravvivere.

Domenica 8 marzo saremo insieme per rappresentare i dimenticati e le dimenticate di Idlib (quelli che ieri Putin ed Erdogan hanno deciso di non ammazzare per un po’ di tempo). Saremo, a loro nome, fisicamente o idealmente qualora le norme a tutela della salute pubblica non lo permetteranno, nel luogo che in questa occasione è il più giusto possibile: a San Pietro».

 

Save the Children ci presenta Khalid, un bambino siriano.

«Khalid stava facendo gli esami, quando lo scorso marzo due missili colpirono la sua scuola alla periferia di Idlib, a sud-ovest di Aleppo in Siria. Avevano appena finito il test, lui e i suoi amici ed erano corsi in cortile per giocare. Un primo missile colpì direttamente la scuola e uccise tre insegnanti, il secondo raggiunse il cortile. È così che a 7 anni, Khalid ha perso la mano destra. Ed è stato fortunato, perché cinque dei suoi compagni con cui stava giocando quella mattina, non ce l’hanno fatta e altri 50 sono rimasti, come lui, gravemente feriti.

Solo pochi giorni fa abbiamo salutato l’inizio dell’anno scolastico in Italia, sottolineando come spesso i nostri bambini e ragazzi non abbiano abbastanza servizi e come sia necessario fare di più per rendere la scuola il luogo che “illumini il futuro” delle generazioni più giovani. In mezzo al traffico e al caos di questo caldo settembre, in questi giorni si possono incrociare gli sguardi di tanti bambini, con i loro zainetti, che corrono felici verso il cancello della scuola. E dall’altra parte ci sono mamme e papà che li guardano andare, con la giusta ansia di chi sa che il proprio figlio sta andando in luogo dove sta costruendo la propria strada e il proprio futuro.

Ecco perché il pensiero corre invece a Khalid, che una scuola non ce l’ha più e non ha più neanche un futuro, come altri 2,4 milioni di bambini che in Siria non hanno neppure potuto cominciare l’anno scolastico. Perché in Siria le scuole non ci sono più, sono state distrutte o trasformate in un luogo di orrore e dolore.

La madre e il padre di Khalid avevano paura, perché in Siria c’è la guerra e quando c’è la guerra, le scuole non sono più un luogo sicuro dove mandare i propri figli, perché proprio lì i bambini rischiano maggiormente la vita. Più della metà delle azioni militari che hanno colpito le scuole in tutto il mondo negli ultimi 4 anni sono avvenute in Siria, dove gli edifici scolastici hanno subito più di 4000 attacchi. Solo negli ultimi 18 mesi, le 53 scuole sostenute da Save the Children sono state attaccate 51 volte.

Quando ogni giorno i genitori non sanno se i loro figli torneranno a casa vivi da scuola, non c’è da meravigliarsi che centinaia di migliaia di famiglie abbandonino il paese, e dopo aver sostato senza prospettive nei campi profughi nei paesi vicini, cerchino l’unica vera opportunità di futuro per i loro bambini in Europa.

No one puts their children in a boat unless the water is safer than the land“, nessuno metterebbe i propri bambini su una barca a meno che l’acqua non sia più sicura della terra. Così recita la bellissima poesia “Home“, del 27enne somalo-inglese Warsan Shire. E allora cosa faremmo noi, se vivessimo in un luogo dove i nostri figli non sono al sicuro neanche a scuola? Probabilmente faremo come molti di loro, nonostante tutto proveremmo a portarli al di là del mare, lontano dai missili, lontano dalla guerra, lontano dal dolore».