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Democracy index 2019: per pochi, e non per tutti

Un mondo spaccato a metà

Solo il 5,7% della popolazione mondiale vive in regimi democratici compiuti: il dato sembra inconcepibile. Ma a scorrere l’elenco delle nazioni del Democracy index, calcolato dal settimanale statunitense The Economist, e diffuso nello scorso mese di gennaio, si nota che solo 22 paesi siano stati classificati come «democrazie complete», e l’Italia non è tra queste. Nelle situazioni “privilegiate” troviamo i paesi scandinavi, con la Norvegia in testa (punteggio 9,87), l’Islanda (9,58), altri stati dell’Europa occidentale, Canada, Nuova Zelanda, Australia, poi Mauritius, Costarica e Cile.

Per contro il 35,6% dell’umanità appartiene a stati considerati autoritari; in fondo alla classifica si collocano Corea del Nord (1,03), Repubblica Democratica del Congo (1,13) e Repubblica Centraficana (1,32).

Quali regimi

L’elenco, infatti, è suddiviso in quattro segmenti: le democrazie «complete» (appunto 22) che hanno conseguito un punteggio superiore a 8, quelle «imperfette» (54, col 42,7% della popolazione mondiale) comprese tra 6 e 7,99, i «regimi ibridi» (37, col 16%) aventi punteggi da 4 a 5,99 e quelli «autoritari» (54, col 35,6%) sotto il 4. Insomma, l’umanità è divisa a metà.

Per il report le democrazie complete sono nazioni dove le libertà civili e politiche di base non solo sono rispettate, ma anche rafforzate da una cultura politica che favorisce lo sviluppo dei principi democratici. Esse possiedono un valido sistema di pesi e contrappesi di governo, una magistratura indipendente, governi che funzionano in maniera adeguata e un’informazione pluralista e autonoma; hanno problemi limitati nei meccanismi democratici. Le democrazie imperfette sono paesi nei quali le elezioni sono libere e i diritti civili di base sono garantiti, ma possono manifestarsi difficoltà in alcuni aspetti della vita democratica, come ad esempio una cultura politica non particolarmente evoluta, bassi livelli di partecipazione, inconvenienti nei meccanismi di governo.

I regimi ibridi sono stati dove avvengono spesso significative irregolarità nelle elezioni, che quindi non sono libere. Hanno solitamente governi che ostacolano l’opposizione, una magistratura non indipendente e un’estesa corruzione, pressione sui media, deboli principi di legalità e una cultura politica sottosviluppata, bassi livelli di partecipazione e problemi nel funzionamento del governo. I regimi autoritari sono nazioni dove il pluralismo politico è assente o estremamente limitato; sono spesso dittature, possono avere qualche istituzione convenzionale propria di una democrazia, ma scarsamente rilevante; le violazioni e gli abusi sulle libertà civili sono all’ordine del giorno, le elezioni non sono assolutamente libere o non ci sono affatto, i mezzi di comunicazione sono sovente controllati dallo stato o da gruppi legati al regime, la magistratura non è libera, la corruzione dilagante, la censura è onnipresente e sopprime ogni critica che interessi il governo.

Come è costruito

Il Democracy index è realizzato dalla Intelligence Unit, una divisione del periodico The Economist, e quest’anno ha preso in esame la situazione di 165 nazioni e due territori; quella del 2019 è stata la dodicesima edizione: la prima è stata diffusa, come accennato, nel 2006.

Il punteggio attribuito a ciascun paese, e quindi la graduatoria, è stabilito sulla base di 60 indicatori, raggruppati in cinque categorie: processo elettorale e pluralismo, libertà civili, funzionamento del governo, partecipazione politica e cultura politica. A ciascuna voce è assegnato un “voto” che va da zero a dieci, la cui media, per ciascuna categoria, fornisce il punteggio relativo: la media tra esse fissa il risultato finale. Nel calcolo vi sono alcuni correttivi, però. Ad esempio se una nazione ha un contesto estremamente negativo (punteggio 0 o 0,5) in alcuni indicatori quali il clima elettorale libero e corretto, la sicurezza durante il voto, una forte influenza straniera sul governo, il risultato finale della categoria è abbassato.

Il report è realizzato col contributo di esperti, che ad esempio valutano alcune risposte, ma non è indicata alcuna informazione su di loro, come il numero o le competenze. Un’altra fonte sono sondaggi nazionali o locali certificati e parametri quali la partecipazione elettorale.

Molti stati sovrani non sono considerati, la maggior parte perché troppo piccoli, un esempio vicino a noi è San Marino.

Le variazioni

Una nota non particolarmente ottimistica è che il valore medio dell’indice tra tutti gli stati considerati è il più basso mai riscontrato, infatti è calato rispetto al 2018, passando 5.48 a 5.44, e inferiore al 5,46 del 2010. Nonostante alcuni miglioramenti, la situazione si è aggravata nella maggior parte delle regioni del mondo: in Asia è rimasta stabile, con miglioramenti compensati dai cali di India e Cina. L’Africa subsahariana, che è composta per circa il 50 per cento da regimi autoritari, ha visto diminuire il proprio valore medio, così come il vicino Oriente, il Nord Africa e anche l’America Latina, a causa soprattutto dei tumulti in Bolivia e Venezuela. L’Europa orientale continua a soffrire la mancanza di una cultura democratica consolidata, con un indice costantemente in declino.

«Nel 2019 circa 68 paesi hanno registrato un calo del punteggio totale rispetto al 2018, ma quasi altrettanti (65) hanno registrato un miglioramento. Gli altri (34) hanno ristagnato, con punteggi rimasti invariati rispetto al 2018». Vi sono stati alcuni incrementi significativi, come il caso della Tailandia, come pure cali importanti, ad esempio la Repubblica Popolare Cinese. Cile, Francia e Portogallo sono stati inclusi nella prima fascia, mentre Malta ha fatto il percorso inverso, inserita nelle democrazie imperfette. Altri spostamenti hanno riguardato Iraq e Palestina, scesi nell’ultima categoria, l’Algeria è salita tra i regimi ibridi, mentre El Salvador e la già citata Tailandia hanno lasciato tale situazione per essere valutate tra le democrazie imperfette; il Senegal ha percorso la strada contraria.

L’Italia

Il nostro Paese ha ricevuto un punteggio di 7,52 e si colloca nella casella numero 35. È da mettere in risalto, però, la caduta nella graduatoria avvenuta tra il 2017 e il 2018: in quell’anno siamo passati infatti dal 21° al 33° posto.

Entrando in qualche dettaglio, si registra un valore molto alto (9,58) per quanto riguarda il processo elettorale e il pluralismo. Il punto debole dell’Italia è invece il funzionamento del governo, solo un punto superiore a quello turco e addirittura tre punti e mezzo al di sotto di quello norvegese. La crisi di governo di agosto e la successiva creazione di un nuovo esecutivo per evitare il ritorno alle urne hanno avuto un impatto su questa categoria, oltre che sulla partecipazione democratica e sulla cultura politica, fiaccate da un’ulteriore perdita di fiducia verso le istituzioni. Anche il dato sulle libertà civili non è incoraggiante: escludendo la Turchia, l’unico regime ibrido dell’Europa occidentale, l’Italia ha il peggior punteggio della regione nella categoria ed è l’unico paese a segnare un valore inferiore a otto. La nostra è indicata come una democrazia imperfetta, insieme a Malta, Belgio, Cipro e Grecia.

Notiamo inoltre come l’Italia abbia avuto un periodo di crescita del punteggio del Democracy Index arrivando a sfiorare l’8, valore soglia per la definizione di “democrazia piena”. Da osservare come, per le ragioni già menzionate, dal 2017 in poi il punteggio sia sceso fino ad attestarsi all’attuale 7,53, il peggior valore della serie storica. Da sottolineare come questo andamento recente non sia coerente con quello delle altre grandi economie europee (come accaduto post crisi finanziaria del 2008) ma sia un fenomeno tipicamente italiano.

È complesso individuare un singolo aspetto che definisca la democrazia, intesa in tutte le sue articolazioni istituzionali e sociali. Il caso dell’Italia è esemplare: il nostro paese, pur avendo subìto un regime totalitario nel XX secolo, ha conosciuto 70 anni di democrazia e, tramite la sua Costituzione, garantisce da decenni la possibilità di eleggere liberamente un parlamento, di associarsi in partiti, di partecipare attivamente alla costruzione del benessere collettivo della nazione. I risultati deludenti dell’indice, però, evidenziano come siano necessarie varie e numerose tradizioni e consuetudini sociali, oltre a un articolato sistema normativo, per fare in modo che la democrazia formale si traduca in democrazia sostanziale.

Quali i problemi

Emerge una preoccupante frattura tra l’elevato livello di considerazione della democrazia e una certa delusione che sembra aumentare tra le popolazioni a proposito del suo funzionamento e delle sue strutture. Uno dei più importanti studiosi del campo, Larry Diamond, afferma che stiamo assistendo a un periodo di «recessione» della democrazia e di tendenza verso l’autoritarismo nei paesi in via di sviluppo. Tale fenomeno si riflette nei punteggi medi in calo per quanto concerne le democrazie avanzate.

Gli elementi più rimarchevoli messi in evidenza dal report riguardano la crescente enfasi sul ruolo delle élite e degli esperti nel governo piuttosto che sulla partecipazione popolare; la sempre più rilevante importanza e influenza di istituzioni e altri centri di potere sulle dinamiche di governo; la rimozione di tematiche importanti riguardanti la sostanza della democrazia nel dibattito deciso da politici, gruppi di potere, organismi sovranazionali a porte chiuse, senza trasparenza; il divario crescente tra forze politiche ed élite da un lato e l’elettorato, dall’altro; un lento ma costante declino delle libertà e dei diritti civili, compresi quelli di espressione e di informazione. «Queste tendenze regressive nelle democrazie mature si sono sviluppate dagli anni ’90 in poi, accelerate negli anni 2000 e raggiunto l’apogeo nel decennio chiuso nel 2019».

Le politiche nei paesi occidentali si sono dimostrate spesso vuote di contenuti e incapaci di mantenere gli impegni pressi, problematiche che hanno provocato un calo della fiducia popolare nei partiti e nelle istituzioni, una disaffezione per l’impegno politico e una crisi di rappresentanza. Tutto ciò ha avuto molte conseguenze, tra le quali la crescita dei movimenti populisti.

Questi elementi, seppure in maniera differente, si manifestano anche in altre aree, come deficit democratico, in Asia, in America Latina e in Africa, provocando movimenti di protesta, motivati anche dai difficili contesti economici, dalla disoccupazione, dall’aumento del costo della vita, dalle forti disparità di reddito. Queste manifestazioni hanno avuto una ripercussione nell’indice relativo alla partecipazione politica, che ha conseguito un incremento nel punteggio medio, pur correndo il rischio di caratterizzarsi come espressioni “anti-sistema” di stampo populista.

Alcune considerazioni

Il Democracy Index ci ricorda che la democrazia non è una situazione, un valore, una cultura, delle istituzioni acquisiti per sempre, non va data per scontata, è necessario coltivarla. Ci aiuta a considerare la democrazia non con un semplice approccio dicotomico, c’è o non c’è, bensì come una condizione che può assumere forme differenti, sfumature grandi o piccole, diverse intensità a seconda dei contesti, di come viene considerata e applicata.

Una riflessione è stimolata dalla constatazione che oltre metà dell’umanità non vive in un regime democratico e che, dopo un periodo di sviluppo nei decenni successivi al secondo dopoguerra, la democrazia è in una fase di affanno, di difficoltà, sia nella diffusione, sia nella sua “qualità” nei paesi in cui sembra essere consolidata.

Ulteriori spunti possono derivare dalla constatazione dell’assenza di democrazia in alcuni contesti, quali ad esempio la gran parte delle aziende e del mondo del lavoro, nonché nella scuola e, perché no, anche nella famiglia: sembrano esserci, anche nei paesi di lunga tradizione democratica, delle “zone franche”, impermeabili. Su questo probabilmente non si riflette abbastanza e non si interviene con determinazione.

L’economia poi merita un discorso a parte. Troppe le disuguaglianze, troppo forti le differenze di possibilità di agire nel campo, troppa la disparità di “potere” tra chi ha, pochissimi, e gli altri, tantissimi. Gli organismi internazionali deputati alla sua gestione e al controllo possiedono un deficit democratico che andrebbe affrontato, superando una generale deriva tecnocratica che riguarda anche altri settori e altre istituzioni, come l’UE.

Da queste poche considerazioni si nota come la questione sia estremamente complessa e gli aspetti più evidenti di un sistema democratico, il voto e il rispetto della volontà popolare, non siano gli elementi essenziali, ma devono essere affiancati da molte altre componenti, quali la tutela dei diritti fondamentali e, soprattutto, dalla consapevolezza personale e collettiva dell’importanza di far crescere la democrazia, unita a un’educazione in grado di formare persone sensibili, responsabili e attive.

Sarà interessante osservare, nella prossima edizione, il panorama di quest’anno pesantemente condizionato dalla pandemia.