Il calcio ama raccontarsi come il regno del merito, del talento e del rispetto delle regole. È probabilmente questa promessa di uguaglianza che ne ha fatto lo sport più popolare del pianeta. In novanta minuti tutti dovrebbero essere uguali: le decisioni spettano all’arbitro, le regole sono identiche per tutti, il risultato dipende da ciò che accade sul terreno di gioco.
Per questo ha fatto discutere la vicenda che ha coinvolto l’attaccante statunitense Folarin Balogun. Dopo il cartellino rosso e la conseguente squalifica automatica, la FIFA ha deciso di sospendere il provvedimento disciplinare, mentre il presidente americano Donald Trump chiedeva pubblicamente una revisione del caso. Al di là del merito della decisione, ciò che colpisce è il dubbio che una grande potenza possa influenzare, anche solo indirettamente, la giustizia sportiva. Nello sport, come nella democrazia, la fiducia conta quanto le regole: se i tifosi iniziano a pensare che non valgano allo stesso modo per tutti, si incrina il patto che rende credibile la rivalità.
Le regole sono il vero patrimonio dello sport
Lo sport vive di regole condivise, non è semplicemente una competizione, ma un patto collettivo: accettiamo i risultati perché crediamo che tutti abbiano giocato secondo le stesse norme e che nessuno goda di privilegi. Quando questa convinzione viene meno il danno va ben oltre il singolo episodio, si incrina il principio stesso della competizione. È l’identico motivo per cui il doping rappresenta una ferita così profonda: non solo altera una prestazione, ma rompe il patto di uguaglianza che rende possibile lo sport.
Lo stesso vale quando le decisioni disciplinari sembrano influenzate da fattori esterni. Le istituzioni sportive hanno certamente il diritto di riesaminare le proprie decisioni, ma devono poter dimostrare che lo fanno esclusivamente sulla base dei regolamenti e non in risposta alle pressioni dei governi, delle grandi federazioni o degli interessi economici.
Lo sport non è mai stato neutrale
Pensare che sport e politica siano mondi separati significa dimenticare la storia. Le Olimpiadi di Berlino del 1936 furono utilizzate dal regime nazista come vetrina della presunta superiorità del Terzo Reich, i mondiali di calcio del 1934 e del 1938 servirono al fascismo per rafforzare il consenso, nel 1978 la dittatura argentina li organizzò mentre migliaia di oppositori venivano incarcerati, torturati e fatti scomparire.
Lo sport è sempre stato molto più di una gara, è identità nazionale, consenso, prestigio internazionale, ma negli ultimi vent’anni questo rapporto è cambiato profondamente. Oggi i grandi eventi sportivi sono diventati uno degli strumenti più efficaci del cosiddetto soft power: la capacità di uno stato di rafforzare la propria influenza attraverso cultura, economia, turismo, spettacolo, e sport.
Le nuove potenze si raccontano attraverso lo sport
Le Olimpiadi di Pechino del 2008 segnarono il definitivo ingresso della Cina tra le grandi potenze globali, quelle invernali del 2022, pur caratterizzate dalle polemiche sui diritti umani, confermarono la volontà di presentarsi come protagonista del nuovo ordine mondiale.
Anche la Russia utilizzò i Mondiali del 2018 come una grande operazione di prestigio internazionale; pochi anni dopo, con l’invasione dell’Ucraina, lo sport divenne invece uno degli strumenti attraverso cui la comunità internazionale cercò di isolare Mosca.
Il Qatar ha scelto la stessa strada, e per organizzare il mondiale del 2022 ha investito oltre duecento miliardi di dollari, trasformando il calcio in uno straordinario strumento di diplomazia internazionale, ma accanto al successo organizzativo sono emerse le critiche sulle condizioni dei lavoratori migranti e sul rispetto dei diritti civili.
La stessa discussione accompagna già i campionati del 2034 assegnati all’Arabia Saudita. Anche qui il calcio è parte del progetto “Vision 2030”, con il quale il regno punta a ridurre la dipendenza dal petrolio, attrarre investimenti e rafforzare la propria immagine internazionale. Non è un caso che si parli sempre più spesso di sportswashing: utilizzare lo sport per migliorare la reputazione di governi criticati sul piano dei diritti e delle libertà.
Il potere cambia volto
Ma oggi il potere non coincide più soltanto con gli stati, e il calcio racconta molto bene la trasformazione della globalizzazione: accanto ai governi agiscono fondi sovrani, grandi gruppi finanziari, multinazionali e miliardari capaci di muovere capitali superiori ai bilanci di molti paesi.
Il Paris Saint-Germain appartiene al fondo sovrano del Qatar, il Manchester City è controllato dalla famiglia reale di Abu Dhabi, il Newcastle United è passato al fondo sovrano saudita; molti altri club europei sono nelle mani di fondi di investimento americani o asiatici e anche in Italia numerose società hanno cambiato proprietà entrando nell’orbita della finanza internazionale.
Dietro una partita non ci sono più soltanto tifosi e dirigenti sportivi, si intrecciano energia, finanza, diplomazia, piattaforme televisive, sponsor globali e strategie industriali: il calcio è diventato uno dei grandi mercati della globalizzazione.
Il peso dell’economia globale
Le grandi competizioni calcistiche muovono decine di miliardi di euro tra diritti televisivi, sponsorizzazioni, turismo, merchandising e investimenti infrastrutturali; in generale le grandi federazioni sportive sono ormai organizzazioni globali che amministrano ingenti risorse.
In questo contesto aumenta inevitabilmente il rischio che gli interessi economici condizionino le decisioni. Le nazioni più ricche, i mercati televisivi più importanti, gli sponsor internazionali e le grandi multinazionali rappresentano interlocutori dal peso crescente, per questo motivo la trasparenza delle istituzioni sportive diventa ancora più essenziale.
L’autonomia dello sport non consiste nell’essere indipendente dalla società, ma nell’essere capace di resistere alle pressioni di chi dispone di maggiore potere economico o politico.
Chi governa davvero il calcio?
In questo scenario anche la FIFA ha assunto un ruolo nuovo, non è soltanto una federazione sportiva, è una delle organizzazioni internazionali più influenti del pianeta, capace di amministrare miliardi di euro, dialogare con governi e grandi imprese, decidere l’assegnazione degli eventi più seguiti al mondo.
Per questo ogni sua decisione viene letta non solo in chiave sportiva, ma anche politica ed economica. Lo stesso è accaduto con il tentativo di creare la Superlega europea, che ha mostrato come il controllo del calcio sia ormai oggetto di una competizione tra federazioni, grandi club e investitori internazionali. In gioco non c’è soltanto il calendario delle competizioni, ma il governo di un’industria globale che coinvolge centinaia di milioni di persone.
Una questione che riguarda tutti
Di fronte a tali cambiamenti la riflessione non può fermarsi alla geopolitica o alla finanza. Il Magistero della Chiesa ricorda che lo sport è prima di tutto un’esperienza educativa. Papa Francesco lo ha definito «una scuola di pace», mentre san Giovanni Paolo II lo considerava uno strumento di crescita integrale della persona. Quando prevalgono esclusivamente il denaro, il prestigio internazionale o gli interessi politici, lo sport rischia di perdere la propria funzione educativa e di diventare soltanto un prodotto commerciale o uno strumento di propaganda.
Per questo la vicenda Balogun va oltre una decisione arbitrale poiché ci ricorda quanto sia preziosa la fiducia nelle istituzioni: come la democrazia vive soltanto se le regole valgono davvero per tutti, così anche lo sport conserva il proprio fascino soltanto se nessuno può sentirsi al di sopra delle regole.
Il calcio continua a emozionare milioni di persone perché alimenta una speranza antica: che Davide possa ancora battere Golia, che il talento prevalga sul privilegio e che il risultato non sia deciso dal potere. Difendere questa promessa significa difendere non soltanto lo sport, ma anche un’idea di società nella quale il diritto sia più forte della forza e le regole continuino a essere il fondamento della convivenza democratica.


