Jules Rimet è ricordato come il padre della Coppa del Mondo di calcio, ma la sua storia è più ampia di quella di un semplice dirigente sportivo. Fu uno di quegli uomini del primo Novecento convinti che lo sport potesse diventare una forma di educazione popolare, un modo per avvicinare classi sociali diverse, popoli diversi, giovani diversi. La sua intuizione fu semplice e grandiosa: creare un torneo internazionale autonomo, non più dipendente dai Giochi olimpici, capace di mettere di fronte le nazionali di tutti i continenti e di trasformare il calcio in un linguaggio universale.
Jules Ernest Séraphin Valentin Rimet nacque il 14 ottobre 1873 a Theuley-les-Lavoncourt, un piccolo paese dell’Alta Saona, nella Francia orientale. Proveniva da una famiglia modesta: il padre era droghiere. Da giovane si trasferì a Parigi, dove studiò diritto e iniziò una carriera professionale nel mondo degli affari, ma la sua vera passione divenne presto l’organizzazione dello sport. Non fu un grande calciatore; fu piuttosto un organizzatore, un costruttore di istituzioni, uno di quegli uomini che vedono prima degli altri la forza sociale di un fenomeno ancora giovane. La FIFA stessa lo definisce “figlio di un droghiere” e sottolinea che, pur non essendo un atleta eccezionale, dedicò la vita a creare occasioni perché altri potessero giocare.
Nel 1897, a soli ventiquattro anni, Rimet fondò a Parigi, insieme ad alcuni amici e al fratello Modeste, il Red Star Club Français, oggi Red Star FC. Non era pensato soltanto come una squadra di calcio, ma come un’associazione sportiva e culturale, aperta, popolare, capace di unire esercizio fisico e formazione umana. Il Red Star ricorda ancora oggi che Rimet voleva dare al club un doppio obiettivo: “lavorare il corpo e risvegliare lo spirito”.
Questo aspetto è importante perché aiuta a capire tutta la sua biografia. Rimet non concepiva il calcio soltanto come spettacolo o competizione. Lo vedeva come una scuola di disciplina, lealtà, incontro, partecipazione. In una società francese ancora segnata dalle differenze di classe, immaginare un club aperto a tutti significava attribuire allo sport un valore civile. Il calcio, per lui, poteva diventare una forma di fraternità concreta, non un discorso astratto.
Dopo l’esperienza del Red Star, Rimet divenne una figura sempre più importante nell’organizzazione del calcio francese. Fu tra i protagonisti della nascita delle strutture federali nazionali e nel 1919 divenne presidente della Fédération Française de Football. La FIFA ricorda che fu determinante sia nella costruzione del primo campionato nazionale francese sia nello sviluppo della federazione calcistica francese.
Nel 1920, in un’Europa appena uscita dalla Prima guerra mondiale, Rimet assunse un ruolo di primo piano anche nella FIFA, e nel 1921 ne divenne presidente. Rimase alla guida della federazione internazionale per trentatré anni, fino al 1954: ancora oggi è il presidente più longevo nella storia della FIFA.
Il contesto era difficilissimo. L’Europa era ferita dalla guerra, i nazionalismi avevano mostrato il loro volto più distruttivo, le relazioni internazionali erano fragili. Proprio per questo Rimet attribuì al calcio un compito simbolico: far incontrare le nazioni in un campo regolato, riconoscibile, comune. Non era ingenuità; era la convinzione che anche lo sport potesse contribuire, almeno in parte, a ricostruire legami tra popoli.
Prima della Coppa del Mondo, il calcio internazionale trovava il suo principale palcoscenico nei Giochi olimpici. La FIFA aveva già collaborato con il Comitato Olimpico Internazionale, ma Rimet riteneva necessario un torneo autonomo, organizzato direttamente dalla FIFA e interamente dedicato al calcio. Già ai Giochi di Anversa del 1920 presentò la sua visione: un campionato internazionale da disputare ogni quattro anni. L’idea, però, non fu accolta subito con entusiasmo. La FIFA stessa ricorda che il progetto non ebbe inizialmente un consenso ampio e che Rimet dovette lavorare per anni per convincere federazioni e dirigenti.
La svolta arrivò nel 1928, al congresso FIFA di Amsterdam. In quell’occasione fu approvata la creazione di una nuova competizione mondiale. Il Museo FIFA ricorda che il 26 maggio 1928 il Congresso FIFA diede vita al nuovo torneo, mentre altre ricostruzioni storiche indicano nel congresso di Amsterdam il momento decisivo in cui Rimet portò formalmente avanti la proposta.
La scelta della prima sede cadde sull’Uruguay, campione olimpico nel 1924 e nel 1928, che si offrì anche di sostenere le spese di viaggio delle squadre europee. Era una decisione fortemente simbolica: la prima Coppa del Mondo non nasceva in Europa, ma in Sud America, là dove il calcio era già diventato passione popolare e identità nazionale.
Nel giugno 1930 Rimet partì per l’Uruguay a bordo del transatlantico Conte Verde, insieme alla delegazione FIFA e ad alcune squadre europee, tra cui Francia, Belgio e Romania. Portava con sé anche il trofeo destinato alla squadra vincitrice, una statuetta realizzata dallo scultore francese Abel Lafleur. La prima Coppa del Mondo si disputò a Montevideo nel luglio 1930, con tredici squadre partecipanti, e fu vinta dall’Uruguay, che batté l’Argentina in finale per 4-2.
Quel torneo non aveva ancora la dimensione planetaria che conosciamo oggi. Mancavano molte nazionali europee, frenate dai costi e dalla lunghezza del viaggio. Eppure l’idea era ormai nata. Rimet aveva trasformato un sogno organizzativo in un fatto storico. Da quel momento il calcio non sarebbe più stato soltanto un insieme di tornei nazionali o continentali, ma avrebbe avuto un proprio rito mondiale.
Il trofeo originario della Coppa del Mondo fu inizialmente chiamato Coupe du Monde de Football Association. Nel 1946, in occasione del venticinquesimo anniversario dell’elezione di Rimet alla presidenza della FIFA, venne ribattezzato Coppa Jules Rimet in suo onore. Il Museo FIFA ricorda che il trofeo, commissionato da Rimet prima del Mondiale del 1930 e realizzato da Abel Lafleur, fu consegnato ai capitani delle nazionali vincitrici delle prime nove edizioni della Coppa del Mondo.
Secondo il regolamento, la nazionale che avesse vinto tre volte il torneo avrebbe potuto conservarlo definitivamente. Accadde nel 1970, quando il Brasile, dopo i successi del 1958, 1962 e 1970, ottenne la Coppa Jules Rimet in via permanente. Il trofeo fu poi rubato nel 1983 a Rio de Janeiro e non venne più ritrovato.
La figura di Rimet va letta dentro le contraddizioni del Novecento. Da un lato egli immaginò il calcio come strumento di incontro tra i popoli; dall’altro, già negli anni Trenta, la Coppa del Mondo entrò dentro dinamiche politiche molto forti, basti pensare all’edizione italiana del 1934, segnata dal regime fascista. Rimet non poteva controllare tutto ciò che il torneo avrebbe generato, ma la sua intenzione originaria era chiara: costruire, attraverso lo sport, una forma di riconoscimento reciproco tra nazioni.
La FIFA ricorda che il suo impegno per il “riavvicinamento delle nazioni attraverso lo sport” gli valse persino una candidatura al Premio Nobel per la Pace nel 1956. È un dato significativo, perché mostra come la sua opera fosse percepita non soltanto in termini sportivi, ma anche come contributo culturale e internazionale.
Rimet lasciò la presidenza della FIFA nel 1954, a ottant’anni. Uno dei suoi ultimi atti simbolici fu consegnare la Coppa Jules Rimet alla Germania Ovest, vincitrice del Mondiale di Svizzera 1954. Morì due anni dopo, il 16 ottobre 1956.
La sua eredità è enorme. La Coppa del Mondo è diventata il più grande evento calcistico del pianeta e uno dei momenti più seguiti della vita collettiva globale. Ma dietro questa macchina sportiva, mediatica ed economica, resta l’intuizione originaria di un uomo che veniva da un piccolo paese francese, che non fu un campione in campo, ma seppe vedere nel calcio una forza capace di parlare a milioni di persone.
Jules Rimet non ha inventato il calcio, ma ha inventato il suo grande appuntamento mondiale. Ha capito che una partita poteva diventare racconto, appartenenza, incontro tra popoli, competizione regolata, memoria condivisa. Per questo il suo nome resta legato non soltanto a un trofeo, ma a una delle più potenti narrazioni popolari del Novecento.
Il commento
La figura di Jules Rimet colpisce perché appartiene a una categoria oggi forse più rara: quella dei dirigenti capaci di pensare le istituzioni sportive non soltanto come macchine organizzative, economiche o spettacolari, ma come strumenti di crescita umana e civile. Egli non fu un grande calciatore, non divenne famoso per un gesto tecnico, per un gol o per una vittoria sul campo. La sua grandezza fu di un altro tipo: seppe vedere prima di altri che il calcio, proprio perché semplice, popolare, comprensibile a tutti, poteva diventare una lingua comune tra persone e popoli diversi.
Rimet non costruì la Coppa del Mondo partendo dall’idea dello spettacolo globale, come potremmo pensarlo oggi, ma da una visione educativa e quasi umanistica dello sport. Nel calcio vedeva una possibilità di incontro, una disciplina capace di mettere insieme competizione e regole, identità nazionale e riconoscimento dell’altro, passione popolare e responsabilità collettiva. La Coppa del Mondo nasce quindi da un’intuizione molto più profonda di un semplice torneo: parte dall’idea che lo sport possa aiutare gli uomini a conoscersi senza farsi la guerra.
Il calcio come educazione popolare
Un tratto importante della vita di Rimet è la sua attenzione al carattere popolare dello sport. Il Red Star non nasceva soltanto come club calcistico, ma come luogo di formazione, aperto a giovani di provenienze diverse. In questa scelta c’era una visione molto moderna: lo sport non come passatempo per pochi, non come privilegio delle élite, ma come esperienza accessibile, formativa, comunitaria.
Questa intuizione conserva ancora oggi un grande valore. In molte biografie sportive si insiste sul campione, sul talento individuale, sulla carriera eccezionale, mentre Rimet ci ricorda invece l’importanza di chi costruisce contesti, di chi apre porte, di chi organizza spazi perché altri possano crescere. È una lezione molto utile anche per l’educazione: non bastano i talenti, servono istituzioni capaci di farli emergere; non bastano le passioni individuali, servono luoghi in cui quelle passioni possano diventare esperienza condivisa.
In questo senso può essere presentato come un educatore che non utilizzava lezioni o manuali, ma creando occasioni. Pensava che un campo, una squadra, una competizione regolata potessero insegnare qualcosa sulla vita comune: il rispetto delle regole, l’accettazione del limite, il valore dell’avversario, la responsabilità verso i compagni, la capacità di perdere e di vincere senza perdere umanità.
Una visione internazionale nata dopo la guerra
La sua idea della Coppa del Mondo matura in un tempo segnato profondamente dalla Prima guerra mondiale. È un dato decisivo. Rimet appartiene a una generazione che aveva visto l’Europa distruggersi, le nazioni trasformarsi in nemiche, milioni di giovani morire nei campi di battaglia; proprio in quel contesto, immaginare una competizione mondiale tra nazionali non era soltanto un progetto sportivo: era anche un modo per dare alle nazioni un’altra forma di confronto.
Naturalmente non bisogna idealizzare, in quanto una partita non cancella i conflitti, un torneo non risolve le ingiustizie, il calcio non sostituisce la politica e la diplomazia. Tuttavia Rimet intuì che le nazioni avevano bisogno anche di luoghi simbolici in cui incontrarsi senza distruggersi; il campo da gioco diventava così uno spazio regolato, nel quale l’identità nazionale poteva esprimersi senza trasformarsi necessariamente in aggressione. La bandiera, l’inno, la maglia, il tifo, tutti elementi che possono alimentare nazionalismi chiusi, venivano collocati dentro un quadro di regole comuni.
Questa è una delle riflessioni più interessanti sulla sua figura, poiché il nostro testimone non elimina il sentimento nazionale, ma prova a educarlo; non cancella l’appartenenza, ma la mette in relazione con altre appartenenze; non dice ai popoli di smettere di sentirsi tali, ma costruisce un’occasione perché possano riconoscersi reciprocamente.
La forza delle istituzioni
Rimet è anche un esempio della forza delle istituzioni quando sono guidate da una visione. La Coppa del Mondo non nasce per caso, non nasce da un gesto improvviso, non nasce soltanto perché il calcio era già popolare, prende le mosse perché qualcuno ha avuto la pazienza di proporre, convincere, organizzare, superare resistenze, trovare alleanze, trasformare un’idea in una struttura stabile.
Questo aspetto è molto importante, poiché spesso si è portati a pensare che le grandi trasformazioni derivino soltanto da eventi eccezionali o da personalità carismatiche; Rimet mostra invece un’altra strada: quella della costruzione lenta, paziente, istituzionale. La sua opera fu fatta di congressi, regolamenti, trattative, viaggi, relazioni tra federazioni, decisioni amministrative; tutto ciò può apparire meno affascinante di una finale mondiale, ma senza quel lavoro nascosto la finale non sarebbe mai esistita.
È una lezione preziosa anche fuori dallo sport. Le grandi intuizioni hanno bisogno di istituzioni per durare, un’idea per quanto bella se non trova una forma organizzata rischia di spegnersi. Rimet riuscì a dare forma alla sua intuizione e per questo il suo nome è rimasto legato non soltanto a un sogno, ma a una realtà che ha attraversato quasi un secolo di storia.
Il dirigente come costruttore di pace possibile
Rimet fu anche candidato al Nobel per la Pace, e questo dato, al di là dell’esito, aiuta a comprendere come venisse percepita la sua opera. Non perché il calcio fosse in sé una garanzia di pace, ma perché il progetto della Coppa del Mondo conteneva una visione di convivenza internazionale. Egli credeva che i popoli potessero incontrarsi anche attraverso il gioco, la festa, la competizione regolata.
La sua idea di pace non era ingenua, ma concreta, non una pace fatta solo di dichiarazioni solenni, ma di pratiche comuni. Far viaggiare le squadre, far incontrare le federazioni, stabilire regole condivise, riconoscere la legittimità dell’avversario, accettare l’arbitraggio, misurarsi con altri stili di gioco: tutto questo costruiva una piccola grammatica della convivenza.
Certo, la storia successiva del calcio mostra anche molte ambiguità. I Mondiali sono stati usati dai regimi, sono diventati terreno di propaganda, hanno alimentato interessi economici enormi e talvolta opachi, ma proprio per questo la sua figura può essere letta in modo critico e non celebrativo. Egli ci consegna un ideale, non una realtà perfetta, ci ricorda ciò che lo sport potrebbe essere, anche quando la sua evoluzione concreta sembra tradire quell’ispirazione originaria.
Le ambiguità di un sogno
Ogni grande progetto storico porta con sé anche ambiguità. La Coppa del Mondo è nata come occasione di incontro tra popoli, ma presto è diventata anche uno spazio di competizione politica, economica e simbolica. Già l’edizione del 1934, disputata nell’Italia fascista, mostrò quanto un evento sportivo globale potesse essere utilizzato dal potere; più tardi, altri Mondiali avrebbero sollevato domande sui diritti, sulla propaganda, sul denaro, sulla corruzione, sul rapporto tra sport e geopolitica.
Queste ambiguità non cancellano il valore dell’intuizione di Rimet, ma impediscono di trasformarla in una favola. Il suo progetto è grande proprio perché continua a interrogarci. Il calcio unisce davvero i popoli o alimenta nuove forme di nazionalismo? La competizione sportiva educa al rispetto o diventa soltanto ricerca ossessiva della vittoria? Gli eventi globali sono occasioni di fraternità o grandi operazioni economiche? La Coppa del Mondo è una festa popolare o un prodotto commerciale?
Rimet non può essere ritenuto responsabile di tutto ciò che è accaduto dopo di lui, tuttavia la sua figura ci permette di porre queste domande; anzi, forse il modo migliore per onorarlo non è celebrare acriticamente la Coppa del Mondo, ma chiederci se essa sia ancora fedele alla sua ispirazione più alta.
La differenza tra vincere e costruire
Un altro elemento interessante è che Rimet è passato alla storia non per aver vinto una Coppa del Mondo, ma per averla resa possibile: è una distinzione importante. Nel nostro tempo, dominato dall’attenzione per il risultato immediato, per il successo personale, per la visibilità, la sua figura suggerisce un’altra forma di grandezza: quella di chi non occupa il centro della scena, ma prepara la scena perché altri possano viverla.
Questa è una lezione educativa molto forte. Ci sono persone che vincono e persone che permettono agli altri di competere; persone che conquistano trofei e persone che costruiscono le condizioni perché quei trofei abbiano un significato; persone che cercano il proprio nome nella cronaca e persone che lasciano il proprio nome nella storia delle istituzioni: Rimet appartiene a questa seconda categoria.
La sua biografia aiuta dunque a rivalutare il ruolo dei costruttori, degli organizzatori, dei fondatori, di coloro che lavorano dietro le quinte; senza di loro, molte passioni resterebbero disperse, molte energie non troverebbero forma, molti sogni non diventerebbero cammini comuni.
Una figura utile per parlare ai giovani
Rimet può essere una figura interessante da proporre ai giovani perché consente di affrontare il calcio da un punto di vista diverso. Non soltanto il calcio dei campioni, degli stipendi, delle televisioni, dei social, dei procuratori e del mercato, ma il calcio come fenomeno culturale, come esperienza collettiva, come luogo in cui si intrecciano identità, regole, emozioni, comunità e responsabilità.
Attraverso Rimet si può far capire che anche dietro una grande manifestazione sportiva esiste una domanda educativa e politica: che cosa vogliamo che lo sport insegni? Quale idea di competizione proponiamo? Che cosa significa riconoscere l’avversario? Come si può vivere l’appartenenza senza cadere nell’ostilità? In che modo una passione popolare può diventare occasione di incontro e non di divisione?
Sono domande molto attuali. In un tempo in cui il calcio è spesso attraversato da violenza verbale, razzismo, interessi economici e spettacolarizzazione estrema, tornare a lui significa recuperare una radice più alta, non per nostalgia, ma per discernimento: capire da dove nasce una storia aiuta anche a giudicare dove sta andando.
Il sogno di una fraternità regolata
La Coppa del Mondo, nella visione di Rimet, può essere letta come il sogno di una fraternità regolata. Fraternità, perché mette in relazione popoli diversi, culture diverse, continenti diversi; regolata, perché non si affida al sentimentalismo, ma a norme comuni, arbitri, calendari, responsabilità condivise: è una fraternità imperfetta, certo, ma concreta.
Questo è un punto molto bello. Rimet sembra dirci che l’incontro tra i popoli non nasce solo da buoni sentimenti, ma da istituzioni giuste, regole riconosciute, spazi comuni. Anche nel calcio, come nella vita civile, la fraternità ha bisogno di una forma; senza regole, la competizione diventa sopraffazione, senza riconoscimento dell’altro, l’identità diventa chiusura, senza istituzioni, la passione diventa disordine.
La sua opera può quindi essere letta anche in chiave politica, nel senso più alto del termine. Non la politica dei partiti, ma la politica come costruzione di convivenza. Rimet ha creato una piccola istituzione mondiale fondata su un’idea semplice: ci si può confrontare senza eliminarsi, si può competere senza negare l’altro, si può rappresentare il proprio Paese senza disprezzare quello altrui.
Un’eredità da custodire criticamente
L’eredità di Jules Rimet non consiste soltanto nel fatto che ogni quattro anni il mondo si ferma davanti alla Coppa del Mondo, risulta soprattutto nella domanda che la sua vita lascia aperta: lo sport può ancora essere uno strumento di educazione alla pace, alla lealtà e alla fraternità tra i popoli?
La risposta non è scontata. Dipende da come lo sport viene organizzato, raccontato, finanziato, vissuto; dipende dagli atleti, dai dirigenti, dai tifosi, dai media, dalle istituzioni; dalla capacità di non ridurre tutto al denaro, al risultato, alla propaganda o all’intrattenimento. Rimet non ci consegna una soluzione definitiva, ma una direzione: usare la forza popolare del calcio per costruire legami e non soltanto audience, incontri e non soltanto rivalità, memoria comune e non soltanto mercato.
Per questo la sua figura merita di essere ricordata. Non perché abbia creato un mondo perfetto, ma perché ha creduto che anche una passione popolare potesse essere messa al servizio di qualcosa di più grande. In fondo, la grandezza di Rimet sta proprio qui: aver capito che il calcio, se resta fedele alla sua parte migliore, può essere una scuola elementare di umanità, dove si impara che nessuno gioca da solo, che le regole rendono possibile la libertà, che l’avversario non è un nemico e che il mondo, almeno per novanta minuti, può riconoscersi dentro lo stesso campo.
Le fonti
Per approfondire la figura di Jules Rimet conviene partire dalle fonti istituzionali della FIFA, perché permettono di ricostruire con precisione il suo ruolo nella nascita della Coppa del Mondo e nella storia dell’organizzazione calcistica internazionale. Un documento utile è l’articolo pubblicato da FIFA, Remembering Rimet’s reign, 100 years on, che ricorda il centenario della sua elezione alla presidenza della FIFA, avvenuta nel 1921, è una fonte sintetica, ma molto importante, perché offre il punto di vista ufficiale della federazione sulla sua eredità.
Un secondo riferimento istituzionale è la pagina FIFA dedicata alla storia del trofeo della Coppa del Mondo. Questa fonte è utile soprattutto per collegare la figura di Rimet non solo alla nascita del torneo, ma anche alla memoria materiale e simbolica della Coppa del Mondo.
Molto interessante è anche il materiale del FIFA Museum, in particolare le pagine dedicate alla mostra Goals Create History, e questa fonte aiuta a dare spessore culturale alla vicenda, perché mostra come la Coppa del Mondo non sia soltanto una competizione sportiva, ma anche un insieme di simboli, oggetti, racconti e memorie collettive.
Per comprendere le origini sociali e popolari della visione di Rimet è utile consultare anche le fonti legate al Red Star, poiché la sua storia permette di vedere il primo laboratorio della sua idea di sport: non soltanto una squadra, ma un luogo educativo e popolare, pensato per unire esercizio fisico, formazione morale e apertura sociale. Fonti dedicate al club ricordano la fondazione da parte di Rimet e la lunga tradizione del Red Star come una delle società storiche del calcio francese.
Per una ricostruzione più narrativa della nascita del Mondiale, può essere utile l’articolo di Sky History, Jules Rimet and the Birth of the World Cup, che racconta il momento decisivo del Congresso FIFA del 1928, quando venne approvata l’idea di organizzare un torneo mondiale autonomo, e collega quel passaggio alla prima edizione disputata in Uruguay nel 1930. È una fonte divulgativa, ma chiara e adatta a ricostruire il contesto storico in cui il progetto di Rimet prese forma.
Tra le fonti giornalistiche più recenti si può segnalare anche l’articolo del New Republic, Searching for FIFA Founder Jules Rimet. È utile perché prova a restituire una figura meno celebrativa e più complessa: Rimet non come semplice “inventore” di un evento sportivo, ma come dirigente segnato da una sensibilità sociale e religiosa, convinto che il calcio potesse offrire dignità, solidarietà e occasioni di crescita alle classi popolari.
Un’altra pista di approfondimento riguarda il profilo religioso e umanistico di Rimet. Il National Catholic Register, in un articolo ripreso da Catholic News Agency, presenta Rimet come un cattolico francese convinto che lo sport potesse contribuire a unire il mondo. L’articolo cita anche il ricordo del nipote Yves Rimet, che lo descrive come un “umanista e idealista”.
Per completare il quadro, si possono consultare opere generali di storia del calcio e della Coppa del Mondo. Sono particolarmente utili i libri che ricostruiscono la trasformazione del calcio da sport nazionale e popolare a fenomeno globale, perché permettono di collocare Rimet dentro un processo più ampio: la nascita delle federazioni, il rapporto con le Olimpiadi, la crescita del professionismo, l’uso politico dei grandi eventi sportivi, la progressiva trasformazione del Mondiale in un rito planetario. In questa prospettiva, Rimet non va studiato soltanto come biografia individuale, ma come figura di passaggio tra il calcio delle origini e il calcio globale del Novecento.
Per conoscere Jules Rimet si possono utilizzare anche alcune fonti audiovisive. Il film più noto in cui compare come personaggio è United Passions, diretto da Frédéric Auburtin e presentato nel 2014. Il film racconta la nascita e lo sviluppo della FIFA attraverso tre figure principali: Jules Rimet, João Havelange e Sepp Blatter; può essere utile perché visualizza il contesto della nascita del calcio internazionale e della Coppa del Mondo, ma va usato con cautela: fu finanziato in larghissima parte dalla FIFA e venne duramente criticato come operazione celebrativa e poco critica.
Un documentario utile non tanto su Rimet in persona, quanto sul trofeo che portò il suo nome, è Mysteries of the Rimet Trophy, disponibile su Disney+. È un breve documentario sportivo del 2014 che racconta le vicende quasi romanzesche della Coppa Jules Rimet. È una fonte interessante perché mostra come l’intuizione di Rimet abbia generato non solo una competizione, ma anche un oggetto-simbolo entrato nell’immaginario collettivo del calcio mondiale.
Un’altra pista audiovisiva è offerta dai materiali del FIFA Museum, che ha prodotto diversi contenuti video sulla storia della Coppa del Mondo e del trofeo Jules Rimet. Tra questi si può segnalare il video The Hidden History of the Jules Rimet Trophy at the FIFA Museum, utile perché permette di collegare la biografia di Rimet alla storia materiale del primo trofeo mondiale. Anche in questo caso non si tratta di una biografia completa, ma di una fonte visiva efficace sul simbolo più direttamente associato al suo nome.
Per il contesto del Red Star, il club fondato da Rimet nel 1897, si può citare anche il podcast-documentario francese Une étoile rouge ne meurt jamais, disponibile sulla piattaforma Sonique e su YouTube. Non è un documentario biografico su Rimet, ma racconta la storia del Red Star, la sua identità popolare, operaia, antifascista e territoriale. È utile perché aiuta a comprendere l’ambiente originario della visione sportiva di Rimet: il calcio non come prodotto commerciale, ma come esperienza sociale radicata in un quartiere e in una comunità.
Esistono luoghi che portano il nome di Jules Rimet. Il più significativo è certamente l’Avenue Jules-Rimet a Saint-Denis, vicino allo Stade de France; a Marsiglia esiste anche una Rue Jules Rimet.
Vi sono poi diverse strutture sportive intitolate a lui. A Villiers-sur-Marne, nel dipartimento della Val-de-Marne, il sito comunale elenca uno Stade Jules Rimet tra gli impianti sportivi cittadini, situato in Chemin des Prunais. A Verson, in Normandia, tra le infrastrutture sportive comunali è indicato uno stade Jules Rimet con campi da calcio, spogliatoi e club house. Anche a Sussargues, nell’Hérault, esiste uno Stade Jules Rimet, utilizzato dal club calcistico locale; le fonti del FC Sussargues lo citano come sede delle attività e degli incontri.
Nel paese natale di Rimet, Theuley-les-Lavoncourt, in Alta Saona, esiste inoltre un memoriale Jules Rimet, inaugurato nel 1998, ricordato in materiali locali e sportivi. Questa è forse l’intitolazione più biografica, perché riporta Rimet al suo punto di partenza: un piccolo villaggio francese da cui partì un uomo destinato a immaginare il più grande torneo calcistico del mondo.
Alla sua memoria è legato anche il Prix Jules Rimet, premio letterario francese dedicato alla letteratura sportiva. È un riferimento molto interessante perché sposta l’eredità di Rimet dal solo campo del calcio al rapporto tra sport, cultura e racconto.
Ecco in conclusione alcune sue citazioni particolarmente significative.
«Il calcio può rafforzare gli ideali di pace tra le nazioni.»
«Lo sport può unire gli uomini oltre le frontiere.»
«Il calcio contribuisce al riavvicinamento dei popoli.»
«Fare del football un mezzo di comprensione e di amicizia tra tutte le gioventù del mondo.»
«Il gioco non è un fine, ma un terreno di fraternità e di pace tra i popoli.»


