L’energia: un peso su famiglie e imprese

L’energia costa, e in Italia più che altrove. Non è un’impressione, ma un dato documentato e persistente che interpella la politica, l’economia e, in definitiva, anche la giustizia sociale. Nel 2025 famiglie e imprese italiane hanno pagato l’elettricità significativamente più della media europea: secondo analisi di Confindustria il differenziale rispetto ad altri grandi paesi dell’UE è sensibilmente superiore alla media europea. Un divario che non è una congiuntura temporanea, ma il sintomo di un sistema segnato da fragilità strutturali.

I numeri del divario energetico

Tra l’Italia e gli altri principali paesi europei di differenza resta evidente. Secondo l’analisi del sistema energetico di ENEA, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità (PUN) negli ultimi mesi si è attestato in Italia tra i 110 e i 115 euro per megawattora, contro i circa 85/90 euro della Germania, i  65 (ma anche meno) della Spagna e i 50/52 della Francia. Un differenziale che riflette modelli energetici profondamente diversi: maggiore dipendenza dal gas nel caso italiano, più ampia presenza di nucleare in Francia e una più elevata quota di rinnovabili in Spagna. Questo scarto nei prezzi all’ingrosso tende inoltre ad ampliarsi lungo la filiera, traducendosi in costi più elevati per famiglie e imprese. Il risultato è un sistema in cui il prezzo dell’energia non è solo una variabile economica, ma un fattore di competitività e, sempre più, di equità sociale.

Un primato poco invidiabile

Sempre ENEA evidenzia come i prezzi dell’energia restino ancora elevati rispetto ai livelli precedenti alla crisi del 2021: il gas è cresciuto di circa il 70% e l’elettricità ha registrato aumenti fino al 100% nei momenti di picco. Anche nel 2025, i prezzi finali si sono mantenuti ben al di sopra dei livelli pre-crisi: secondo Confartigianato risultano ancora superiori di circa il 40% rispetto al 2021.

Nel frattempo, mentre i prezzi all’ingrosso europei tendono lentamente a ridursi, questa discesa non si trasferisce con la stessa velocità sui consumatori finali. I prezzi restano “vischiosi”, come si dice in gergo economico, vale a dire salgono in fretta, ma non scendono con la stessa rapidità al cambiare delle condizioni: un segnale di inefficienze di mercato, aggravate dal peso degli oneri di sistema e da una scarsa diffusione di strumenti di gestione attiva della domanda, come le tariffe dinamiche.

Le cause: non solo la crisi internazionale

Attribuire tutto alle tensioni geopolitiche sarebbe riduttivo, e le ragioni sono più profonde e in parte interne al sistema italiano.

La prima è la forte dipendenza dal gas, poiché in Italia circa il 40% della produzione elettrica deriva ancora da questa fonte, una quota significativamente superiore rispetto ad altri grandi paesi europei. Questo significa che il prezzo dell’elettricità è spesso determinato da centrali a gas, le più costose, secondo il meccanismo del prezzo marginale, e il risultato è che anche l’energia prodotta da fonti più economiche finisce per essere pagata al prezzo del gas.

A ciò si aggiunge lo spread strutturale tra il prezzo italiano del gas (PSV) e quello europeo (TTF), che comporta un costo aggiuntivo stimato in circa un miliardo di euro all’anno per il sistema paese, secondo Confindustria.

Un ulteriore elemento critico è rappresentato dagli oneri generali. Queste componenti parafiscali, che finanziano incentivi e politiche pubbliche, incidono in modo rilevante sulla bolletta: in alcuni casi per le imprese superano il 20%, come evidenziato sempre da Confcommercio. Una riforma di questi oneri è da anni discussa, ma mai realmente affrontata.

Infine, pesa la questione infrastrutturale: la produzione di energia rinnovabile è concentrata soprattutto nel Sud, mentre la domanda è più elevata nel Nord. La rete di trasmissione non è ancora adeguata a gestire pienamente questi flussi, generando inefficienze e sprechi, dunque il problema non è solo produrre energia, ma distribuirla dove e quando serve.

Il decreto bollette: un passo, non una svolta

Di fronte a questa situazione, il governo è intervenuto con il decreto-legge n. 21 del 2026, stanziando tra i 3 e i 5 miliardi di euro. Il provvedimento prevede un contributo straordinario per le famiglie più fragili di circa 115 euro per i beneficiari del bonus sociale e l’estensione degli aiuti a una platea più ampia di cittadini con ISEE medio-basso. Sono inoltre previste misure di alleggerimento per le imprese, anche attraverso interventi sugli oneri di sistema e sulla fiscalità del settore energetico.

Si tratta di interventi necessari, che rispondono a un’emergenza reale, ma il loro carattere resta prevalentemente temporaneo. Anche il mondo produttivo, a partire da Confindustria, sottolinea la necessità di rendere strutturali le misure. Più critico è il giudizio di ECCO Climate, un think tank italiano indipendente su clima ed energia, che evidenzia come alcune scelte, in particolare sulla gestione dei costi legati al sistema ETS, il sistema europeo di scambio delle emissioni, rischino di rallentare la transizione energetica e aumentare l’incertezza per gli investimenti.

Cosa servirebbe davvero

Il decreto contiene alcuni elementi di prospettiva, ma la loro efficacia dipenderà dalla capacità di trasformarli in riforme strutturali.

La prima direttrice è l’accelerazione delle fonti rinnovabili, non come slogan, ma come politica industriale. L’Italia resta in ritardo rispetto agli obiettivi aggiornati del Piano Nazionale Integrato Energia (PNIEC) 2030 e fatica a sviluppare impianti con la velocità necessaria.

La seconda è la riforma del mercato elettrico, in quanto occorre ridurre la dipendenza dal prezzo marginale del gas e favorire strumenti come i contratti di lungo termine, che permettono a imprese e consumatori di accedere a energia rinnovabile a prezzi stabili.

La terza riguarda l’uso delle risorse già disponibili, poiché oggi solo una quota limitata dei proventi del sistema ETS viene utilizzata per ridurre i costi energetici per cittadini e imprese, a differenza di quanto avviene in altri paesi europei: una riallocazione più equa di queste risorse rappresenterebbe una scelta di giustizia, oltre che di efficienza.

Ma accanto a queste direttrici, serve un salto di qualità.

Le Comunità energetiche rinnovabili rappresentano una leva ancora poco sviluppata: permettono a cittadini, imprese ed enti locali di produrre e condividere energia, riducendo la dipendenza dal mercato e stabilizzando i prezzi. Non è solo una soluzione tecnica, ma un cambio di paradigma: da consumatori passivi a protagonisti della produzione energetica. Allo stesso modo, investire in efficienza energetica può ridurre strutturalmente i costi, realizzando interventi che si ripagano attraverso il risparmio ottenuto.

Infine, senza un forte investimento nelle reti e nei sistemi di accumulo, la crescita delle rinnovabili rischia di restare inefficiente, poiché il nodo non è solo produrre energia, ma renderla disponibile in modo continuo e accessibile.

Una questione di giustizia sociale

Il tema dell’energia non è solo economico. In Italia milioni di persone vivono già in condizioni di povertà energetica, costrette a ridurre i consumi essenziali o a sostenere costi sproporzionati rispetto al reddito.

L’energia, oggi più che mai, rientra tra i beni della terra che dovrebbero essere orientati al bene comune. Un sistema energetico giusto non è semplicemente quello in cui si paga meno, ma quello in cui i costi sono distribuiti equamente, la transizione non penalizza i più fragili e le scelte di oggi non compromettono il futuro.

Le azioni della politica segnalano che il problema è riconosciuto, ma non basta intervenire sull’emergenza. Abbassare le bollette non è solo una questione tecnica: è una scelta politica che riguarda il modello di sviluppo, il rapporto tra stato e mercato e l’idea stessa di giustizia.

Senza una visione di lungo periodo, capace di unire transizione ecologica, equità sociale e autonomia energetica, il rischio è continuare a rincorrere le emergenze. Non si tratta solo di pagare meno, si tratta di costruire un sistema più giusto.