Pubblicato il 9 marzo 2026, il nuovo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) sui trasferimenti internazionali di armamenti nel quinquennio 2021–2025 consegna un’immagine difficile da ignorare: quella di un pianeta che, di fronte all’incertezza, sceglie il riarmo.
I numeri sono imponenti. Ma ancora più rilevanti sono le domande che essi sollevano.
Il volume globale dei trasferimenti di armamenti è cresciuto del 9,2% rispetto al periodo 2016–2020, il balzo più significativo dell’ultimo decennio. A trainare questa dinamica è soprattutto l’Europa: il vecchio continente ha più che triplicato le proprie importazioni di sistemi d’arma (+210%), diventando per la prima volta dagli anni Sessanta la principale area importatrice al mondo, con una quota del 33% degli acquisti globali.
Non si tratta solo di un dato economico. È il segno di un cambiamento più profondo: l’Europa, che per decenni si è percepita come spazio di pace, torna a confrontarsi con la logica della sicurezza armata.
La guerra in Ucraina come moltiplicatore
Il conflitto in Ucraina è il fattore più evidente di questa trasformazione.
Kiev è balzata al primo posto tra gli importatori mondiali di armi: nel quinquennio analizzato ha assorbito il 9,7% di tutti i trasferimenti globali, contro lo 0,1% del periodo precedente. Almeno 36 Paesi hanno inviato sistemi d’arma all’Ucraina dal 2022, con gli Stati Uniti in testa (41% delle forniture), seguiti da Germania (14%) e Polonia (9,4%).
Ma sarebbe riduttivo spiegare tutto con la guerra.
La maggior parte degli Stati europei ha nel frattempo incrementato autonomamente i propri acquisti, spinta da una percezione diffusa di vulnerabilità. Come ha osservato Mathew George, direttore del programma Arms Transfers del SIPRI, «il forte aumento dei flussi di armi verso gli Stati europei ha fatto crescere i trasferimenti globali di quasi il 10%».
Il riarmo, dunque, non è solo una risposta contingente: è l’effetto di un cambiamento di clima, di una fiducia che si incrina.
Gli Stati Uniti: 42% del mercato mondiale
In questo scenario, gli Stati Uniti rafforzano ulteriormente la loro posizione dominante, infatti nel periodo 2021–2025 hanno coperto il 42% di tutti i trasferimenti internazionali di armi (erano il 36% nel quinquennio precedente), rifornendo 99 Paesi su cinque continenti. Le esportazioni verso l’Europa sono cresciute del 217%, un dato che misura concretamente il grado di dipendenza strategica del continente da Washington, reso ancora più evidente dall’incertezza sull’“ombrello” NATO nell’era Trump.
Per la prima volta in vent’anni, la quota maggiore delle esportazioni statunitensi è andata all’Europa (38%) e non al Medio Oriente (33%). Come ha spiegato il ricercatore Pieter Wezeman, «per Washington le esportazioni di armi sono uno strumento di politica estera e un volano per l’industria della difesa», come ribadisce la nuova America First Arms Transfer Strategy varata nel febbraio 2026.
L’Italia: dal decimo al sesto posto mondiale
Tra i dati che riguardano più da vicino il nostro Paese, colpisce l’ascesa dell’Italia tra i principali esportatori di armamenti: +157% tra il 2016–2020 e il 2021–2025, con il passaggio dal decimo al sesto posto mondiale e una quota del 5,1% del mercato globale. Davanti all’Italia restano solo Stati Uniti, Francia, Russia, Germania e Cina.
La principale destinazione delle armi italiane è il Medio Oriente: il 59% delle esportazioni si dirige verso quell’area, in particolare verso Qatar (26%) e Kuwait (17%), grazie alle grandi commesse di Fincantieri e Leonardo. Seguono Asia-Oceania (16%) ed Europa (13%).
È un dato che non può essere letto in modo neutrale.
Gran parte delle aree destinatarie sono segnate da conflitti o da gravi violazioni dei diritti umani. Non sorprende, allora, che la Rete italiana pace e disarmo abbia rilanciato la campagna «Basta favori ai mercanti di armi», chiedendo maggiore trasparenza e il rispetto rigoroso della legge 185/90.
Russia in caduta, Israele in ascesa
Il rapporto SIPRI evidenzia anche una forte redistribuzione degli equilibri nel mercato globale delle armi.
La Russia registra un crollo significativo: le sue esportazioni si sono ridotte del 64%, con la quota globale scesa dal 21% al 6,8%. A pesare sono la guerra in Ucraina e la perdita di clienti storici.
Al contrario, Israele entra per la prima volta tra i primi dieci esportatori mondiali, portando la propria quota al 4,4% e superando il Regno Unito. Un dato che si inserisce in un contesto di operazioni militari su più fronti e che, pur non commentato dal SIPRI, apre interrogativi evidenti.
La coscienza di fronte al riarmo
I dati del SIPRI non sono numeri freddi: dietro ogni trasferimento di armi ci sono scelte politiche, risorse economiche, conseguenze umane. Per questo la loro lettura non può essere neutrale.
Papa Francesco ha parlato più volte del «paradosso della paura»: ci si arma perché si teme la guerra, e si finisce per renderla più probabile proprio perché si è armati. La deterrenza, da sola, non costruisce la pace. La Gaudium et Spes al numero 81 lo afferma con parole nette: «La corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell’umanità e danneggia i poveri in modo intollerabile».
Papa Leone nell’Angelus del 1° marzo ha affermato: «La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con armi che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile».
Scegliere su quale pace scommettere
I dati del SIPRI 2026 arrivano in un momento in cui anche l’Europa è chiamata a ridefinire la propria identità.
La scelta di riarmarsi può apparire comprensibile in un contesto di insicurezza reale. Ma proprio per questo deve essere accompagnata da una consapevolezza piena delle sue conseguenze: risorse sottratte ad altri ambiti essenziali, rischio di escalation, dipendenze strategiche, ambiguità nei rapporti con regimi che violano i diritti umani.
Una comunità di fede non può limitarsi a registrare questi dati.
È chiamata a porre domande, anche scomode: siamo sicuri di costruire la pace con le armi? Stiamo investendo almeno altrettanto in diplomazia, cooperazione, mediazione? Siamo consapevoli di dove finiscono le armi prodotte nel nostro Paese?
Il rapporto SIPRI non offre risposte, ma, proprio per questo, ci obbliga a non sottrarci, perché la pace non è un effetto automatico degli equilibri di forza: è una scelta.
E il Vangelo continua a ricordarci che non sono i costruttori di armi, ma i costruttori di pace a essere chiamati beati.


