Rapporto Amnesty International: i diritti umani sotto assedio

Il mondo si trova oggi di fronte a un crocevia epocale. Gli ideali che hanno ispirato la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, nati dal trauma collettivo della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto, sono oggi sotto attacco come mai prima d’ora. Il nuovo Rapporto 2024/25 di Amnesty International lancia un grido d’allarme che è anche un’accusa: stiamo assistendo a un arretramento globale dei diritti umani, a un vero e proprio cambio di paradigma. E l’accelerazione impressa da Donald Trump al suo secondo mandato alla guida degli Stati Uniti ne è il simbolo più evidente.

Il ritorno dell’uomo forte

Nei suoi primi 100 giorni, Trump ha smantellato pezzo per pezzo i fragili equilibri del multilateralismo. Attacchi contro le Nazioni Unite, sospensione degli aiuti umanitari, disprezzo per il diritto internazionale: azioni che non inaugurano una nuova era, ma amplificano tendenze già in atto da anni. Amnesty parla di un “effetto acceleratore” che ha dato nuova linfa a regimi autoritari in tutto il mondo. Il risultato? Sempre più governi reprimono la libertà d’espressione, criminalizzano il dissenso e riducono gli spazi di partecipazione civile.

Il genocidio in diretta

Il 2024 verrà ricordato come l’anno in cui il genocidio è stato trasmesso in streaming. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, la risposta israeliana ha colpito duramente la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, provocando migliaia di morti, la distruzione di interi quartieri, ospedali, scuole. Il Sudafrica ha portato Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per violazione della Convenzione sul genocidio. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto per Netanyahu e i vertici militari israeliani. Ma Stati Uniti, Germania e altri paesi europei hanno continuato a fornire sostegno politico e militare a Israele, ignorando deliberatamente il diritto internazionale.

Conflitti ignorati e armi ben vendute

Mentre Gaza occupava i titoli dei media, altre crisi si consumavano nel silenzio generale: in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo, in Burkina Faso e in Myanmar si sono moltiplicate le vittime civili, gli sfollati, le violenze di genere. Amnesty denuncia l’inerzia della comunità internazionale di fronte a queste tragedie, ma anche l’ipocrisia di chi, mentre chiude un occhio sulle stragi, continua a vendere armi ai regimi coinvolti.

Libertà d’espressione e dissenso sotto attacco

Il 2024 ha visto l’adozione di nuove leggi autoritarie in oltre 20 paesi, volte a limitare la libertà d’informazione e colpire le organizzazioni non governative, nonché un’ondata autoritaria globale. In paesi come Bangladesh, Georgia, Pakistan, Perù, ma anche in democrazie consolidate, manifestazioni pacifiche sono state represse con violenza.

In molti paesi i governi hanno stretto le maglie della legge per criminalizzare la protesta e l’opposizione politica. ONG e media indipendenti sono stati chiusi, giornalisti incarcerati, attivisti etichettati come “terroristi”.

 Il numero di giornalisti uccisi ha raggiunto livelli record: oltre 120 in un solo anno, due terzi dei quali erano palestinesi. Amnesty parla di “criminalizzazione sistemica del dissenso”.

Emergenza climatica: parole, ma pochi fatti

Il 2024 è stato anche l’anno in cui la temperatura globale ha superato per la prima volta i +1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Tuttavia, la conferenza COP29 si è chiusa con un nulla di fatto. Gli Stati continuano a proteggere le industrie fossili, e la decisione di Trump di ritirare nuovamente gli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi ha fatto scuola. Le comunità colpite, dall’Asia meridionale all’Amazzonia, dalla Somalia all’America centrale, continueranno a bruciare, affogare, migrare.

Migrazioni e razzismo sistemico

Anche nel 2024 la politica migratoria globale è stata guidata dal razzismo e dalla paura, con repressioni e deportazioni. La strategia prevalente è quella dell’esternalizzazione: delegare a paesi terzi il contenimento dei flussi migratori, ignorando i diritti umani.

Nel frattempo, le minoranze etniche continuano a essere perseguitate: i rohingya in Myanmar, i non-han in Cina, le popolazioni che discendono dall’Africa in America Latina e i nativi nei paesi occidentali. La discriminazione razziale si manifesta anche in algoritmi e sistemi di welfare digitale che penalizzano le persone più fragili.

Guerre e genocidi: diritto umanitario in frantumi

In Ucraina, Sudan, Yemen, Gaza e decine di altri paesi, i conflitti armati hanno continuato a colpire soprattutto i civili. La Striscia di Gaza è il simbolo tragico del 2024. Amnesty parla apertamente di “genocidio in diretta streaming”, documentando bombardamenti indiscriminati, fame usata come arma, distruzione sistematica di scuole, ospedali, infrastrutture. La risposta internazionale è stata divisa e contraddittoria: mentre alcuni stati hanno promosso indagini e congelato la vendita di armi, altri, come gli USA, hanno ostacolato le risoluzioni ONU, usando il veto per proteggere Israele da ogni forma di responsabilità.

Nel frattempo, la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto per i vertici di Hamas e del governo israeliano, incluso Benjamin Netanyahu, e la Corte Internazionale di Giustizia ha confermato la plausibilità dell’accusa di genocidio.

Diritti delle donne in caduta libera

In Afghanistan, le donne sono state bandite dalla vita pubblica. In Iran, le nuove leggi sul velo impongono pene corporali e carcere. In tutto il mondo, i diritti sessuali e riproduttivi sono sotto attacco, con leggi restrittive in Argentina, Russia e perfino negli USA. Amnesty documenta anche una crescita della violenza di genere e del femminicidio.

Crisi climatica: il prezzo dei combustibili fossili

Il 2024 ha segnato un record negativo: per la prima volta la temperatura media globale ha superato stabilmente i +1,5°C. Gli effetti sono devastanti: inondazioni in Bangladesh e India, incendi in Amazzonia, siccità e carestie in Somalia, Sudan, Haiti. Eppure, la COP29 si è chiusa senza decisioni vincolanti.

Gli stati più responsabili delle emissioni non forniscono finanziamenti adeguati per l’adattamento climatico nei paesi poveri. E molti di essi continuano a sovvenzionare i combustibili fossili. I progetti per la transizione energetica avvengono spesso violando i diritti delle comunità locali. Intanto, la fame, legata a conflitti, povertà e crisi climatica, è tornata a livelli allarmanti.

Tecnologia e sorveglianza: il nuovo fronte dei diritti

Lo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale, l’uso di spyware, il riconoscimento facciale e la raccolta massiva di dati personali stanno trasformando la governance pubblica. Amnesty denuncia: gli algoritmi usati nei settori pubblici rafforzano disuguaglianze e discriminazioni.

La sorveglianza si fa sempre più invasiva: in Cina, Hong Kong e Indonesia, studenti e attivisti sono monitorati anche all’estero. La violenza online contro le attiviste è in crescita. Le aziende social, incapaci (o disinteressate) a moderare i contenuti d’odio, alimentano violenza, razzismo, sessismo e disinformazione.

E l’Italia? Diritti sotto pressione

Il Rapporto dedica un capitolo anche alla situazione del nostro Paese: per Amnesty l’Italia mostra segnali allarmanti di compressione dei diritti, arretramento sociale e crisi istituzionale. Il quadro che emerge dal dossier è quello di un paese in tensione, dove l’impianto democratico è sottoposto a stress crescenti e dove la difesa dei diritti umani richiede vigilanza e coraggio civile.

Uno dei temi più gravi è la situazione delle carceri, con sovraffollamento cronico, condizioni igieniche fatiscenti e carenza di attività riabilitative hanno reso la detenzione in Italia una condizione lesiva della dignità umana. Il dato più drammatico riguarda i suicidi: ben 83 detenuti si sono tolti la vita nel 2024.

La violenza nei confronti delle donne è un’emergenza: nel 2024 sono state uccise 95.

Nel 2024 il Parlamento ha introdotto norme che rischiano di limitare il diritto alla protesta pacifica e il Rapporto ricorda numerosi i casi di uso eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine.

Segnali allarmanti provengono dalle disuguaglianze, dalla povertà: quasi sei milioni di persone vivono in povertà assoluta. Il diritto alla salute è gravemente minacciato da liste d’attesa infinite e rinunce alle cure per motivi economici. A tutto questo si aggiungono le disuguaglianze territoriali, già denunciate da organismi internazionali, che penalizzano soprattutto Sud e aree interne.

Una chiamata alla responsabilità

Il Rapporto non è solo denuncia. È anche un catalogo di situazioni di resistenza e testimonianza di speranza: è, in definitiva, un invito a non restare indifferenti.

Il mondo non è condannato alla barbarie, ma senza una resistenza civile, organizzata e globale, l’oscurità rischia di prevalere. Come ci ricorda Amnesty, la società civile è l’ultima frontiera. Sta a noi, oggi, scegliere da che parte stare.

Il futuro non è ancora scritto, ma la finestra per agire si sta chiudendo. Se vogliamo evitare un mondo segnato dalla legge del più forte, dal dominio delle piattaforme, dalla repressione organizzata e dalla povertà diffusa, dobbiamo agire ora. Il tempo della neutralità è finito. È il momento della responsabilità.