Nel marzo 2025, la Civil Liberties Union for Europe (Liberties) ha pubblicato l’annuale Rapporto sullo Stato di diritto, un documento che da sette anni monitora la salute democratica del Continente. Il quadro che emerge è preoccupante: l’erosione delle libertà fondamentali non è più un fenomeno isolato in paesi problematici, ma si estende in forme diverse anche in contesti considerati tradizionalmente solidi. Per Liberties, il 2024 ha segnato una nuova fase della recessione democratica.
Una democrazia sempre più fragile
Secondo il rapporto, in diversi Stati membri dell’Unione Europea sono aumentate le interferenze politiche nel potere giudiziario, gli attacchi alla libertà di stampa, le restrizioni al diritto di protesta e le discriminazioni nei confronti di ONG e attivisti. La classificazione dei paesi segue una scala in cinque livelli, da “campioni” a “demolitori”, e l’Italia figura tra i peggiori.
I “demolitori” (Italia, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Croazia) sono definiti così perché, secondo Liberties, «minano sistematicamente lo Stato di diritto in quasi ogni ambito, spesso con intenzionalità». Questa valutazione si basa su decine di indicatori: dalla qualità delle leggi alla libertà dei media, dalla trasparenza istituzionale alla partecipazione civica.
Il caso Italia: una deriva preoccupante
L’Italia, nel rapporto, riceve critiche severe in più aree. La più evidente è la libertà dei media: il governo è accusato di esercitare una pressione senza precedenti sul servizio pubblico, con censure e cambi di vertici che ne avrebbero compromesso l’indipendenza. Il caso della sospensione del monologo di Antonio Scurati sul 25 aprile viene citato come esempio emblematico di censura politica.
Altre criticità riguardano il sistema giudiziario, con preoccupazioni per le riforme che aumenterebbero il controllo politico sulla magistratura; lo spazio civico, per le limitazioni al diritto di protesta, retorica ostile verso le ONG, in particolare quelle che operano in ambito migratorio; le
politiche migratorie, in relazione a provvedimenti giudicati in contrasto con il diritto internazionale, con impatti gravi sui diritti umani.
Questa analisi coincide con la percezione diffusa tra osservatori nazionali e internazionali: il modello italiano di democrazia, mai perfetto, appare oggi più fragile e polarizzato.
Contro-argomentazioni e dibattito pubblico
Va detto che non tutti accettano il giudizio di Liberties. Alcuni commentatori italiani hanno contestato il rapporto, definendolo ideologico, politicizzato e poco basato su criteri oggettivi. Secondo queste critiche, l’accusa di autoritarismo al governo italiano sarebbe sproporzionata rispetto alla realtà istituzionale.
Tuttavia, resta il fatto che i segnali di allarme si moltiplicano anche da fonti indipendenti: la libertà di stampa è in calo secondo Reporters sans Frontières, e l’indice V-Dem classifica l’Italia tra le democrazie elettorali, con un netto calo nella partecipazione civica.
Una responsabilità europea
Il rapporto Liberties non si limita a denunciare. Invita la Commissione Europea ad agire, usando tutti gli strumenti a disposizione: meccanismi di condizionalità economica, procedure d’infrazione e, nei casi estremi, l’articolo 7 del Trattato UE. L’obiettivo è proteggere lo Stato di diritto come pilastro dell’Unione e contrastare il «contagio autoritario».
In questo senso, la questione non è solo italiana. Se l’UE tollera la regressione democratica in alcuni paesi membri, mina la sua stessa credibilità e coesione. La democrazia europea, oggi, si gioca anche sulla capacità di autotutela istituzionale.
Conclusione: una battaglia culturale prima che politica
La libertà non muore di colpo: si erode lentamente, tra decreti, silenzi e abitudini. Il Rapporto Liberties 2025 è un invito a riconoscere i segnali deboli prima che diventino irreversibili. La difesa dello Stato di diritto non può essere solo tecnica o giuridica: è, prima di tutto, una sfida culturale. Spetta ai cittadini, ai media, alle scuole e alle istituzioni rispondere. Perché, come recita la Costituzione italiana, «la sovranità appartiene al popolo», ma solo se il popolo se ne prende cura.
Lo Stato di diritto sotto pressione: l’Europa tra crisi e resistenza democratica
Nel marzo 2025, la Civil Liberties Union for Europe ha pubblicato il suo sesto rapporto annuale sullo Stato di diritto. Si tratta di un’iniziativa indipendente, parallela al monitoraggio della Commissione Europea, basata sul contributo di 37 organizzazioni in 21 Stati membri. L’obiettivo è chiaro: dare voce alla società civile nel documentare le violazioni democratiche e mettere sotto osservazione le politiche che, pur rientrando nella legalità formale, minacciano le libertà sostanziali.
Il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante. In molte democrazie europee si assiste a una erosione lenta ma sistematica dello Stato di diritto, che non si manifesta con colpi di Stato, ma attraverso riforme giudiziarie ambigue, attacchi striscianti alla stampa, concentrazione del potere esecutivo e repressione del dissenso.
I sei pilastri della crisi democratica
Il rapporto analizza sei aspetti fondamentali del sistema democratico. Il primo è il sistema giudiziario, ed emerge che in diversi paesi europei le nomine dei giudici sono influenzate dalla politica e le corti costituzionali perdono indipendenza. Alcuni governi evitano deliberatamente di eseguire sentenze scomode. La carenza di risorse, le pressioni sui pubblici ministeri e le campagne diffamatorie contro i magistrati indeboliscono la giustizia come potere autonomo.
Un secondo elemento riguarda la lotta alla corruzione, denunciando controlli deboli sui conflitti di interesse, scarsa protezione di chi segnala fatti irregolari e tentativi di restringere il diritto all’informazione. La corruzione resta uno dei principali ostacoli a una governance trasparente.
Il terzo concerne il pluralismo dell’informazione, minacciato dalla concentrazione proprietaria, dalle interferenze sui media pubblici e dalle cosiddette SLAPP (azioni legali temerarie contro giornalisti e attivisti).
Un quarto problema segnala che i parlamenti vengono spesso scavalcati con procedimenti d’urgenza e la società civile viene esclusa dalla consultazione legislativa. Manca un controllo efficace sull’azione dei governi, anche per l’assenza in molti paesi di istituzioni nazionali per i diritti umani.
La partecipazione dei cittadini è scoraggiata o repressa, e questo è il quinto fattore. In alcuni casi, il diritto di protesta viene criminalizzato, le ONG sono ostacolate da vincoli amministrativi e campagne di delegittimazione e le università diventano bersaglio di riforme autoritarie.
Infine vi è un attacco ai diritti fondamentali, con le comunità più vulnerabili che subiscono l’erosione delle tutele e sono spesso usate come capro espiatorio per fini politici.
Secondo Liberties, queste dinamiche non sono casuali, ma fanno parte di una strategia consapevole da parte di alcuni governi per concentrare il potere, svuotare le istituzioni di controllo e ridurre la critica pubblica. In questo contesto l’UE fatica a reagire in modo efficace: gli strumenti esistono (meccanismo di condizionalità, procedura dell’art. 7, procedure di infrazione, ad esempio), ma sono spesso usati con prudenza eccessiva, o bloccati per motivi politici.
Italia: una deriva sottovalutata
Tra i casi più critici del 2025 figura l’Italia, collocata tra i paesi «demolitori» insieme a Bulgaria, Romania, Croazia e Slovacchia. I segnali di allarme riguardano in particolare quattro elementi. La giustizia, con riforme volte a rendere più controllabile la magistratura e tentativi di delegittimazione dell’autonomia giudiziaria; i media, sui quali si segnalano pressioni sui vertici del servizio pubblico, episodi di censura indiretta, utilizzo politico delle comunicazioni istituzionali; lo spazio civico attraverso restrizioni al diritto di manifestare, in particolare verso studenti e attivisti ambientali, oltre a ostacoli all’operato delle ONG nel settore migratorio; e questioni relative ad alcuni diritti fondamentali.
La novità più inquietante è l’apparente normalizzazione di questo clima: l’indebolimento dello Stato di diritto non provoca più scandalo, ma viene narrato come “necessario” per garantire sicurezza o efficienza.
Democrazia in bilico
La libertà non muore di colpo: si erode lentamente, tra decreti, silenzi e abitudini. Il Rapporto Liberties 2025 è un invito a riconoscere i segnali deboli prima che diventino irreversibili. La difesa dello Stato di diritto non può essere solo tecnica o giuridica: è, prima di tutto, una sfida culturale. Spetta ai cittadini, ai media, alle scuole e alle istituzioni rispondere. Perché, come recita la Costituzione italiana, «la sovranità appartiene al popolo», ma solo se il popolo se ne prende cura.
Il Rapporto non lancia solo un grido d’allarme, ma invita l’Unione Europea ad agire con maggiore fermezza: serve una vigilanza più indipendente, un’applicazione più coraggiosa dei meccanismi sanzionatori e una strategia per rafforzare il ruolo delle società civili nei singoli Stati.
Come recita l’introduzione al documento: «La democrazia europea non morirà in un giorno, ma rischia di dissolversi sotto i nostri occhi se continuiamo a dare per scontati i suoi fondamenti». Tocca a ciascun cittadino riconoscere i segnali del declino e invertire la rotta, prima che sia troppo tardi.
