Il 9 maggio 2024, nella Solennità dell’Ascensione, papa Francesco aveva indetto ufficialmente il Giubileo Ordinario, pubblicando la Bolla Spes non confundit, «La speranza non delude». L’ispirazione arriva da Romani 5,5 e sottolinea che la speranza cristiana è un «animo aperto, un cuore fiducioso e una mente lungimirante»; il documento invita a una «parola, un cammino, segni, appelli» di speranza nel contesto contemporaneo. Il motto «Pellegrini di speranza» evidenzia l’idea del viaggio come esperienza di crescita interiore, accompagnato da un forte appello alla giustizia sociale: riforme, rispetto per l’ambiente, cancellazione del debito.
Speranza attiva e giustizia sociale
Il Giubileo 2025 non è solo un evento spirituale e religioso, ma anche una proposta culturale e politica radicale nel contesto di un mondo segnato da ingiustizie strutturali, crisi ambientale e disuguaglianze crescenti. Papa Francesco, fedele al suo magistero sociale, ha voluto che questo anno sacro diventasse un messaggio profetico, un’opportunità per ripensare il futuro dell’umanità.
Il cuore politico del Giubileo è il recupero della speranza come forza trasformativa, non come fuga consolatoria. Papa Francesco ha ribadito che la speranza è possibile solo laddove esistano giustizia, dignità e riconciliazione concreta. In questo senso, il Giubileo è un appello rivolto ai governi e alle istituzioni a correggere le disuguaglianze economiche, ambientali e sociali.
Francesco ha insistito su una politica della speranza che si traduca in azioni concrete quali la cancellazione o ristrutturazione del debito estero dei paesi più poveri, l’affermazione dei diritti alla terra, all’acqua e al lavoro dignitoso come fondamenti della pace, la fine di guerre, embargo e militarismi.
Anno sabbatico e Giubileo
Nel mondo contemporaneo dominato dall’accelerazione, dalla produttività e dalla prestazione, parlare di anno sabbatico e di Giubileo può sembrare un anacronismo. Eppure, proprio in questo tempo di crisi, sociale, spirituale ed ecologica, questi antichi istituti biblici offrono una provocazione potente anche per la politica: considerare il tempo come spazio di giustizia, liberazione e riconciliazione.
A ispirare tali indicazioni c’è un’idea potente e sovversiva: la terra non è nostra, ma di Dio, e i ritmi della vita devono adattarsi a questa consapevolezza, espressione profonda di una teologia del dono, della libertà e della giustizia. È una presa di posizione contro l’accumulazione e per la redistribuzione. I frutti che crescono spontaneamente non sono proprietà privata, ma cibo per chiunque: i poveri, i forestieri, persino gli animali selvatici. È un tempo di gratuità, in cui si ristabilisce il principio che nessuno ha diritto esclusivo sulla terra: ogni possesso, anche legittimo, è relativo, provvisorio, non assoluto.
Ci si trova di fronte a una sfida radicale: l’invito a fermarsi, a non produrre, a non guadagnare, a non dominare. Si tratta della proposta di una pedagogia del limite e della speranza: ci ricorda che si può vivere anche senza appropriarsi di tutto.
Nella tradizione biblica il sabato è il giorno settimo, il giorno del riposo, ma non solo: è il tempo della sospensione dal lavoro per tutti ed è quindi una forma di liberazione sociale. Il sabato è il ricordo della Creazione, ma anche dell’Esodo, cioè della liberazione dall’Egitto e dalla schiavitù.
Questa logica si espande nell’anno sabbatico, da celebrare ogni sette anni. La terra riposa, non si semina, non si pota, non si miete; è un anno agricolo in cui la terra è lasciata libera di rigenerarsi. Si vive quindi dei frutti spontanei che essa offre, in segno di affidamento a Dio e non al lavoro umano e i prodotti non appartengono ad alcuno, sono per tutti. È un invito alla condivisione e alla sobrietà. È anche il momento per la remissione dei debiti, «ogni creditore che abbia diritto a una prestazione personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto», come recita il capitolo 15 del Deuteronomio. Viene stabilita anche la fine della schiavitù: «Se un tuo fratello ebreo o una ebrea si vende a te, ti servirà per sei anni, ma il settimo lo manderai via da te libero».
Una società fondata sulla giustizia deve sapersi fermare, restituire dignità, correggere le disuguaglianze.
Ancora più radicale è il Giubileo (che prendeva nome dallo yobel, il corno rituale che lo annunciava), da celebrare ogni 50 anni (dopo sette volte sette anni). Prevedeva la restituzione delle terre agli antichi proprietari, la liberazione degli schiavi e il ripristino di condizioni economiche e sociali eque. Era un reset profondo del sistema sociale ed economico, per evitare accumuli insostenibili di potere e ricchezza. Un’utopia? Forse. Ma anche un orizzonte etico-politico.
La Chiesa ha fatto proprio il Giubileo, rielaborandolo come tempo di misericordia, pellegrinaggio e conversione, a partire dal 1300, quando Bonifacio VIII ne indisse il primo. Il Giubileo cristiano conserva la logica biblica del perdono, della riconciliazione, della rinnovata alleanza tra Dio e l’umanità. Ma nel messaggio giubilare c’è anche una dimensione profondamente politica, nel senso più alto del termine, in quanto richiama alla giustizia sociale, alla redistribuzione, al diritto al riposo e alla terra. Papa Francesco, nel solco della dottrina sociale della Chiesa, non ha mai smesso di richiamare governi, istituzioni e cittadini a vivere questo tempo proprio come occasione di rigenerazione sociale ed ecologica.
Giubileo e politica: una sfida attuale
L’idea di anno sabbatico è stata ripresa anche in ambiti laici, soprattutto nel mondo accademico e culturale, come tempo per sospendere le attività ordinarie e dedicarsi alla ricerca, al rinnovamento personale e professionale. Ma oggi, questa idea può essere ripensata politicamente come diritto al tempo: al tempo per riflettere, per prendersi cura, per rigenerarsi.
In un’economia sempre più accelerata, che sfrutta la terra e le persone, la proposta sabbatica può diventare una politica pubblica: congedi retribuiti, incentivi al lavoro sostenibile, promozione di stili di vita che includano la cura e la gratuità. In tempi di stress collettivo, un periodo che non è produttivo bensì generativo può salvare non solo le persone, ma le istituzioni democratiche stesse.
Il Giubileo può essere l’occasione per rilanciare un’agenda politica del perdono e della giustizia: amnistie, moratorie del debito, riforme strutturali che restituiscano dignità ai poveri, accoglienza ai migranti, lavoro ai giovani. Non è un caso che nel Giubileo del 2000 una campagna riuscì a ottenere la cancellazione del debito estero per molti paesi africani.
Allora, e oggi più che mai, Giubileo e anno sabbatico possono sfidare la politica a ripensarsi non come gestione dell’esistente, ma come esercizio di immaginazione per un futuro più etico, più giusto. Una politica che sa prendersi cura, che sa fermarsi per ripartire, che sa dire “basta” a ciò che opprime e “ancora” a ciò che dà vita. In un tempo segnato da crisi multiple, democratiche, spirituali, ambientali, l’umanità ha bisogno di ritrovare il senso del tempo come dono, non come capitale da sfruttare. Il sabato, l’anno sabbatico e il Giubileo ci insegnano a rallentare, a riconciliare, a ricominciare. E se la politica avesse il coraggio di ispirarsi a questa sapienza antica, potrebbe forse tornare a essere davvero arte del bene comune.
