Incidenti sul lavoro: lavorare per vivere e non per morire

Il fatto

La prima settimana di maggio si è aperta con la terribile morte di Luana D’Orazio, una giovane lavoratrice di 22 anni, mamma di un bambino di cinque, in un incidente avvenuto nei locali di un’azienda tessile in provincia di Prato ed è proseguita con una lista che si allungava fino alla tragica cifra 11. Quasi due tragedie al giorno.

Questi fatti, come sempre accade, hanno riportato l’attenzione dei mezzi di comunicazione, dell’opinione pubblica e della politica sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro.

I numeri in Italia

I dati mostrano due aspetti del grave problema. Da una parte il calo degli infortuni e delle morti sul lavoro in rapporto a qualche decennio fa, e un loro stabilizzarsi, con modeste variazioni, da metà degli anni ’90; dall’altra il permanere di questi incidenti, che colpiscono migliaia di famiglie.

Nel 1963 si toccò la punta più alta con 4.644 morti, nel 1994 furono 1.328, ordine di grandezza mantenuto negli anni successivi. Gli ultimi numeri attendibili si riferiscono al 2019 e ci dicono che gli incidenti mortali sono stati 1.179.

I dati diffusi dall’INAIL per il 2020 sono infatti fortemente influenzati dalla pandemia, poiché quasi il 25% delle denunce di infortunio e circa il 30% di quelle mortali sono dovute al contagio da Covid-19. Nei 12 mesi la diminuzione è stata del 13,6% (554.340 casi rispetto ai 641.638 del 2019), dovuta certamente alle pause lavorative derivate dalle chiusure: tanto è vero che nel quarto trimestre si è registrato un incremento nelle denunce del 9,1% in riferimento all’analogo periodo del 2019. Il numero dei morti è passato a 1.270.

Il primo trimestre 2021 ha avuto un andamento simile se confrontato con i primi tre mesi del 2020, in quanto le denunce per infortunio sono calate dell’1,7%, ma quelle con esito mortale sono aumentate dell’11,4% arrivando alla cifra di 185, contro le 166 del 2020.

E negli altri paesi

Nel panorama europeo il confronto è difficile, poiché i criteri per la definizione dell’incidente sul lavoro sono differenti tra i vari paesi; premesso ciò, in base agli ultimi dati pubblicati da Eurostat l’Italia si pone vicina alla media UE.

Spostando l’orizzonte al mondo intero le cifre sono ancora più agghiaccianti. Ogni minuto muoiono quattro persone a causa di un incidente sul lavoro o una malattia professionale e 612 subiscono un infortunio: più di dieci ogni secondo! Sono dunque oltre 2,1 milioni di morti e 321 milioni di feriti. Questo comunica l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Le cause per l’OIL sono da riferire alle «scarse pratiche di messa in sicurezza dei luoghi di lavoro» e il loro costo sociale è quantificabile nel 4% del PIL mondiale: una cifra astronomica.

I numeri non devono spingere a dimenticare che non stiamo parlando di aride statistiche, bensì di persone, di donne e uomini che hanno perso la vita lavorando per vivere e mantenere la propria famiglia. Come Luana.

 

 

Il commento

Non parlare di fatalità

L’espressione incidente non deve trarre in inganno. Per il dizionario Treccani il senso è di un avvenimento inatteso, un contrattempo, generalmente non lieto, una disgrazia. Ma non si tratta di un evento fortuito se a provocarlo sono situazioni prevedibili e alle quali si poteva porre rimedio.

Il Ministero della Salute propone un’importante osservazione: «Gli infortuni sul lavoro non sono delle fatalità ineluttabili, ma sono eventi prevenibili che possono e devono essere evitati rendendo più sicuri gli ambienti lavorativi e le attrezzature utilizzate, garantendo una valida formazione sui rischi e adottando efficaci misure di prevenzione».

La sicurezza sul lavoro segue i cambiamenti sociali, l’evolversi di una società, per questo le considerazioni devono esser frutto di un’analisi su tempi lunghi; sono da considerare il modo con cui si valuta la dignità della persona, l’evoluzione del mondo del lavoro, ma anche lo sviluppo tecnologico, gli interventi normativi, la cultura aziendale, l’istruzione e la formazione.

Non per niente in alcuni paesi si assiste a forme di utilizzo del personale caratterizzate nessuna considerazione delle negative condizioni degli ambienti di lavoro e da sfruttamento.

In Italia la sensibilità al problema è cresciuta rispetto agli anni del boom economico e i numeri sono diminuiti. Ciò non significa che il problema sia risolto, come confermato dall’andamento lineare dei dati degli ultimi due decenni e i tragici fatti di questo periodo: un incidente sul lavoro è sempre un evento gravissimo, che non può essere accettato passivamente.

È necessario quindi tenere alta l’attenzione, continuare a indignarsi e operare perché la sicurezza sia un elemento centrale nel mondo del lavoro.

Perché accade

Sono molte le ragioni per le quali si continua a morire. Le situazioni in base ai contesti sono differenti, ma è possibile una loro identificazione. Una prima è da individuare dalla natura delle aziende italiane, caratterizzata da una forte preponderanza di realtà piccole e medie: il 92% del totale. La maggior parte delle imprese edili, una delle categorie più a rischio, sono formate da poche persone, hanno bilanci modesti e possono investire in modo limitato sulla sicurezza rispetto a quelle più grandi, mentre per contro relazioni più strette facilitano una maggiore attenzione.

Un fattore ulteriore è l’ammodernamento delle attrezzature e dei mezzi, problema rilevante ad esempio nel settore agricolo, nel quale sono spesso utilizzati macchinari obsoleti. A causa delle ripetute crisi economiche molte aziende sono indietro nell’investire in tale aggiornamento.

Ad aggravare la situazione vi è anche un altro dato diffuso in questi giorni: la diminuzione dei controlli sulla sicurezza nelle imprese, dovuta principalmente a un numero di ispettori non sufficiente a garantire verifiche approfondite e capillari. Se nel 2017 gli accertamenti sono stati 22.805 lo scorso anno sono scesi a 10.179; e le irregolarità registrate erano 17.580 nel 2017 a fronte delle 8.068 del 2020: le non conformità, dunque, sono molto elevate, segnale di scarsa attenzione, se non addirittura di dolo, da parte dei responsabili delle imprese.

Proseguendo nell’enumerazione delle cause degli infortuni, questi dipendono anche da una mancata informazione, un’insufficiente formazione, fretta e stress, stanchezza, superficialità nella considerazione dei pericoli, macchinari privi delle idonee misure di sicurezza, locali non a norma, cartellonistica assente. Altri fattori sono il malfunzionamento di strumenti e macchinari, operazioni e procedure non corrette. A volte si può parlare di incuria e addirittura di colpevole mancato rispetto delle norme di sicurezza da parte di chi invece la dovrebbe garantire.

Come affrontare le cause

In estrema sintesi si può affermare che le cause sono riconducibili a due fattori: tecnologico e umano. La prevenzione deve riferirsi a tali elementi, a partire dal profilo legislativo.

Per quanto concerne il primo è necessario considerare l’ambiente di lavoro e gli strumenti utilizzati, in modo che siano adeguati e sicuri. Oltre alla normativa è essenziale che nelle imprese chi ha ruoli importanti, come la proprietà e i livelli manageriali, senta e pratichi un forte senso di responsabilità.

In relazione al fattore legato ai lavoratori la formazione deve giocare un ruolo centrale: si tratta di accrescere la consapevolezza intorno agli infortuni, attraverso iniziative di informazione e assistenza.

È indispensabile porre la persona e la qualità del lavoro davanti a tutto. Seguendo le indicazioni contenute nei principi dell’Industria 5.0, proposti dall’Unione Europea, porre al centro del processo produttivo la persona significa anche operare concretamente per condizioni sicure.

Dai due elementi emergono altrettante notazioni. Innanzitutto il ruolo fondamentale di tutti i soggetti coinvolti perché agiscano con responsabilità per se stessi e gli altri e, infine, l’importanza dei controlli, perché lo stato reciti il suo ruolo di garanzia della collettività con le opportune verifiche e gli interventi necessari.

 

 

Le fonti

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali fornisce una definizione di infortunio sul lavoro: «si intende ogni lesione originata, in occasione di lavoro, da causa violenta che determini la morte della persona o ne menomi parzialmente o totalmente la capacità lavorativa. Gli elementi integranti l’infortunio sul lavoro sono:

  • la lesione
  • la causa violenta
  • l’occasione di lavoro

Il concetto di “occasione di lavoro” richiede che vi sia un nesso causale tra il lavoro e il verificarsi dei rischio cui può conseguire l’infortunio. Il rischio considerato è quello specifico, determinato dalla ragione stessa del lavoro».

Nel nostro Paese la legislazione si fonda sul Testo Unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (noto anche come TUSL), un complesso di norme in tema di salute e sicurezza sul lavoro, emanate con il Decreto Legislativo 81 del 9 aprile 2008. Il Testo Unico propone un sistema di gestione della sicurezza e della salute in ambito lavorativo preventivo e permanente, attraverso: l’individuazione dei fattori e delle sorgenti di rischio; la riduzione, che deve tendere al minimo del rischio; il continuo controllo delle misure preventive messe in atto; l’elaborazione di una strategia aziendale che comprenda tutti i fattori (tecnologie, organizzazione, condizioni operative, ecc.).

L’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) diffonde periodicamente i dati sugli infortuni sul lavoro e sulle malattie professionali: segnaliamo il rapporto relativo al 2020 disponibile qui.

A livello internazionale è attiva l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), l’Agenzia specializzata delle Nazioni Unite sui temi del lavoro e della politica sociale. Fondata nel 1919 come parte del Trattato di Versailles, che pose fine alla Prima Guerra mondiale, l’OIL adotta norme internazionali del lavoro, promuove i principi fondamentali e i diritti sul lavoro, opportunità lavorative dignitose, il rafforzamento della protezione sociale e il dialogo sociale sulle questioni inerenti al lavoro. L’Organizzazione ha adottato oltre 40 convenzioni e raccomandazioni riguardanti la salute e la sicurezza sul lavoro e ha promulgato altrettanti codici di comportamento.