testimone

Pierre Carniti: la passione per il sindacato

Il personaggio

Spesso si afferma di qualche persona che non se ne trovano più fatte così. L’espressione è certamente vera per Pierre Carniti, senza nulla togliere ai sindacalisti di oggi.

È stato un uomo che ha vissuto per i lavoratori e le lavoratrici, impegnato nel sindacato per oltre sessant’anni, per il «fare giustizia insieme», come si è espresso papa Francesco.

Il nostro protagonista nacque il 25 settembre del 1936 a Castelleone, centro agricolo del cremonese poco lontano da Bozzolo, luogo nel quale operò don Primo Mazzolari, che era di casa nella famiglia Carniti, e molto vicino a dove si impegnò Guido Miglioli, un cattolico fortemente coinvolto nel sociale, promotore di scioperi nell’ambito agricolo e di modalità di gestione delle imprese molto vicine a quella che sarà chiamata in seguito autogestione, nelle quali anche il giovanissimo Pierre si fece coinvolgere.

Il suo nome è frutto di una significativa scelta della famiglia: francese, come risposta al regime fascista che bandiva ogni espressione non autarchica.

Notato da alcuni amici di Luigi Macario, un giovane ma già importante sindacalista che sarà anch’egli segretario generale della CISL, venne invitato nel 1956 a partecipare al corso di formazione presso il mitico Centro Studi di Firenze della Confederazione. Una Scuola Quadri a cui la CISL aveva affidato la formazione dei suoi gruppi dirigenti, con corsi della durata di nove mesi, durante i quali venivano impartite nozioni di diritto del lavoro, economia, storia e scienze politiche, nonché lezioni sulle tecniche della contrattazione collettiva.

Con una scelta innovativa e non casuale, una volta terminato periodo formativo, i sindacalisti usciti dal Centro venivano inviati in un territorio diverso da quello di provenienza, con un sostegno economico di un paio di anni da parte della confederazione nazionale. Carniti, che aveva chiesto di rimanere nell’ambito del sindacalismo agricolo, fu invece collocato presso la Federazione metalmeccanici di Milano, della quale diventò segretario dopo qualche anno. Nel 1965 entrò nella segreteria nazionale che allora aveva la sua sede proprio nel capoluogo lombardo. Dopo il trasferimento a Roma della FIM-CISL ne divenne segretario nel 1970, avviando l’esperienza unitaria con FIOM-GCIL e UILM nella Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), una fase estremamente significativa del sindacalismo italiano mai più ripetuta.

Nel 1974 entrò nella segreteria nazionale della CISL, diventandone segretario generale aggiunto nel 1977, con Macario al vertice, al quale succederà dal 1979 al 1985.

Concluso tale incarico venne eletto al Parlamento Europeo, come indipendente, dapprima nelle liste del PSI, poi del PDS nel 1989, conservando il seggio per un decennio.

Con Ermanno Gorrieri fu tra i promotori, nel 1993, del Movimento dei cristiano-sociali di cui è stato coordinatore politico dal 1994 al 1999.

Ha proseguito il suo impegno sociale e politico, seppure in forma più defilata, fino alla morte nel giugno 2018.

 

 

 

Il commento

Pierre Carniti è stato un esponente del sindacato in un’epoca profondamente differente da quella attuale. Malgrado la distanza storica egli rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per riflettere sul lavoro, il movimento sindacale, nonché un esempio. Nell’ambito ecclesiale ricordare la sua esperienza è l’occasione per rilanciare il senso di un cattolicesimo impegnato nel sociale e in politica, riprendere i grandi valori e le prospettive del post concilio, meditare su concetti, forse datati, di essere progressista, come lui, cattolico nella sinistra, non democristiano.

Sindacalista in un’epoca nella quale la fabbrica, l’essere operaio, la classe operaia, erano espressioni di grande attualità. Carniti ha impersonato lo spirito di quel periodo, culminato in quello che venne chiamato l’Autunno Caldo del 1969, come rappresentante della nuova militanza operaia e sindacale apparsa alla fine degli anni Sessanta per fare di essa, nel corso di una significativa stagione di lotte, la colonna portante del movimento sindacale, con un’influenza sociale e politica considerevole.

Un elemento da rimarcare è la sua convinzione dell’estrema importanza di una compiuta unità sindacale, che invece non si realizzò, se si esclude la parziale e breve esperienza della FLM; non come scelta imposta dall’alto, dai vertici, bensì come un processo da far nascere dal basso, attraverso la partecipazione democratica dei lavoratori. Era molto importante per lui, sindacalista che vide l’ascesa e il declino dei consigli di fabbrica, una riflessione sul rapporto tra sindacato e democrazia partecipativa, su una prospettiva in grado di interpretare e collegare un mondo del lavoro sempre più frammentato e vorticosamente in cambiamento.

Carniti, come altri giovani dirigenti della CISL, era arrivato all’impegno dall’incontro tra il cattolicesimo sociale e i temi della rappresentanza e della contrattazione, che si attuava durante i corsi di formazione tenuti presso la scuola sindacale di Firenze. La sua attività ebbe però aspetti peculiari. La FIM-CISL milanese con lui divenne un’organizzazione che manifestava la propria disponibilità alla protesta operaia e alla lotta, ricercando momenti unitari con le altre sigle e non avendo paura di rompere i tradizionali equilibri politici all’interno della Confederazione.

Egli perseguì anche un profondo rinnovamento culturale nel modo di fare sindacato, ad esempio coinvolgendo intellettuali nelle sue battaglie: noti sociologi del lavoro come Bruno Manghi e accademici, tra i quali Guido Baglioni e Gianprimo Cella.

Chi lo ha conosciuto ne ha apprezzato alcune doti umane, quali la fragilità, la tenacia e la pazienza; la capacità di saper far fare passi avanti, rompendo quando necessario, ma avendo cura, sempre, di privilegiare la coerenza a una strategia e non i vantaggi immediati.

Un’altra caratteristica di Carniti fu il pragmatismo. Se la sua ascesa nell’organizzazione e nella notorietà fu legata alla stagione della grande conflittualità, anni dopo fu il segretario generale che sottoscrisse gli accordi per depotenziare gli effetti inflazionistici del meccanismo della scala mobile per gli aumenti salariali legati all’aumento del costo della vita.

Fu una personalità sindacale fuori del comune, spesso aspra, guidata sempre dalle proprie forti convinzioni. Pochi leader sono riusciti, come lui, a influenzare tanto l’epoca in cui hanno vissuto e a modificare la cultura dominante della propria organizzazione.

Come tanti altri dirigenti sindacali e persone impegnate in politica Carniti ha conosciuto clamorose vittorie e patito dure sconfitte, ma il suo monito era quello di non rassegnarsi mai.

La sua concezione del lavoro in qualità di fatto sociale e relazionale, come più volte ebbe modo di esprimere, si colloca pienamente nel solco della Dottrina sociale della Chiesa. Significativo del suo sentire questa appartenenza è un passaggio del suo discorso di commiato alla segreteria generale; lasciando tale incarico a soli 49 anni, concludeva, parafrasando S. Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la mia corsa. Ho conservato la fede in quello straordinario fatto di solidarietà umana che è il sindacato, che è la CISL».

La distanza nel tempo dell’esperienza di Carniti, già messa in evidenza, si coglie anche, purtroppo, da come in lui si sono manifestati i sentimenti di solidarietà, di fraternità e di unione, che oggi sembrano diventati disvalori, con la vittoria di una politica del rancore, dell’invidia sociale, dell’odio, del giustizialismo. Per lui, che aveva dedicato l’intera vita alla causa dei lavoratori, è stato doloroso constatare, negli ultimi anni, che ampi settori di quella classe operaia ritenuta protagonista della storia e custode della libertà e della giustizia, hanno consentito, con il proprio voto, l’affermazione dei partiti populisti.

La generazione di Pierre Carniti credeva in una società divisa in classi e che fosse compito del sindacato, come si diceva a quei tempi “di classe”, difendere gli interessi, migliorare le condizioni di vita e affermare il potere dei lavoratori nelle aziende e nella società. L’avversario era il padrone come singolo e come gruppo sociale. Oggi i nemici sono altri: il vicino che sfoggia un’auto più lussuosa, l’ex collega che ha una pensione più elevata, oppure il profugo.

Nel periodo finale della sua vita ebbe modo di esprimersi in merito alla situazione contemporanea del lavoro, proponendo la riduzione dell’orario, in considerazione del contributo delle tecnologie digitali, la questione della ripartizione del lavoro in rapporto con il problema della disoccupazione e dei cambiamenti tecnologici. Per lui il sindacato avrebbe dovuto in modo creativo e in una dimensione europea continuare a riflettere e agire su tali tematiche.

Pierre Carniti è stato un testimone autentico, un protagonista del sindacato, e più in generale dell’impegno sociale, che è importante far conoscere ai lavoratori e ai sindacalisti di oggi, considerando la crisi dei corpi intermedi e del sistema della rappresentanza: simbolo della difficoltà in cui si dibatte il nostro sistema democratico.

La caduta di consenso, presa sociale e fiducia delle associazioni di rappresentanza segna probabilmente la fine del modello di società e di politica sorto alla fine dell’ultimo conflitto mondiale. Nell’opinione pubblica tali strumenti non godono di buona salute: il 38% degli italiani non hanno fiducia in essi, poiché la gran parte, compresi i sindacati, sono considerati parte della casta.

Un serio ripensamento che porti a cambiamenti positivi e azioni concrete è indispensabile per non rinunciare al ruolo fondamentale dei corpi intermedi. Fare tutto ciò a partire dall’esperienza di grandi protagonisti, come Carniti, potrebbe essere d’aiuto.

 

 

 

 

Le fonti

Per chi desiderasse approfondire la conoscenza di Pierre Carniti sono stati pubblicati alcuni libri, scritti da lui o che lo riguardano. Tra i primi vi sono La società dell’insicurezza, Dove stiamo andando? Democrazia e lavoro nell’età dell’incertezza, La risacca. Il lavoro senza il lavoro e Passato prossimo. Memorie di un sindacalista d’assalto, 1973-1985. Tra i secondi vale la pena di citare: C. Torneo Il sindacalista d’assalto, due volumi a cura di R. Morese e M. Colombo Pierre Carniti e le lotte operaie degli anni Sessanta, Pensiero, azione autonomia. Saggi e testimonianze per Pierre Carniti Il fiore rosso. I testimoni, il futuro del cristianesimo di P. Giuntella.

Naturalmente in rete possono essere consultati articoli e contributi vari che lo riguardano.

La CISL gli ha dedicato un breve filmato, per rievocare la sua figura, nel luglio del 2018 a un mese dalla sua scomparsa.

Per coloro che non si ricordano il suo aspetto e la sua voce sono disponibili alcuni video. Uno significativo è forse l’ultimo, registrato nel 2017 in occasione di un dibattito sul libro da lui appena scritto, organizzato presso l’università di Parma, e al quale non poté partecipare per motivi di salute.

Infine è significativa una lettera aperta inviata ai tre principali sindacati il 9 ottobre 2017, quasi un testamento, pur prendendo spunto e commentando l’attualità politica, nella quale sollecita un profonda auto-riforma del movimento sindacale e una prospettiva unitaria.

 

Riportiamo, brevemente e in conclusione, alcune sue frasi che, con il resto, speriamo invitino a incontrarlo più in profondità.

 

«Ancora una cosa, prima che scenda la sera. Davanti a me ho un giovane. Lui ascolta, io termino di raccontare. Osserva con attenzione “Il quarto stato” di Pelizza da Volpedo: siamo nel 1907, vedi quei lavoratori? Non vogliono il “potere ai soviet”, ma un mondo migliore, un po’ più di eguaglianza e giustizia sociale. Ogni tanto accarezzo l’idea che il ragazzo lì dietro, di lato, con i pugni serrati, assomigli un poco a com’ero io da giovane. I ricordi, quando si è stanchi, cominciano a sovrapporsi fino a dare forma a strani pensieri. Uno di questi mi fa sorridere, in bilico tra passato e futuro. Ha a che fare con la convinzione che in tante parti del mondo, di sicuro anche qui da noi, ci siano ancora ragazzi e ragazze in tutto simili al giovanissimo tipografo con in mano la licenza media nella Cremona degli anni Cinquanta: un po’ timido, piccolo, magro, capelli cortissimi, tagliati a spazzola. Scoprono, quasi senza volerlo la vocazione a contestare il mondo così come è, per poi apprendere come d’incanto la misteriosa dote di portarsi appresso tanti altri come loro. Cominceranno così la loro avventura di sindacalisti, magari in prima fila, alla testa di un corteo. A seguirli, appena qualche passo più indietro, accanto a un ragazzo con piercing, felpa e zainetto del sindacato a tracolla, intravedo l’ombra sorniona del vecchio Pierre, addosso un vestito fuori moda, stretto tra i denti il suo amato sigaro toscano mai spento».

 

«C’è il problema, particolarmente grave, in Italia dell’occupazione. Il dato incontrovertibile e del quale si dovrebbe prendere atto, è che la coperta del lavoro disponibile è corta. Se copre gli ultracinquantenni, scopre i giovani. E viceversa. Occorre quindi che la contrattazione affronti, nei mille modi possibili, una ripartizione del lavoro disponibile».

 

«Sindacato e datore di lavoro collaborano in piena autonomia. In una società a capitalismo avanzato rimane e deve rimanere un rapporto dialettico che ha momenti di conflittualità».


«Non credo che la lotta diventi politica in relazione al numero di lavoratori, lo diventa a seconda dei contenuti».


«E oggi in questi nuovi tempi di individualismo sfrenato, di odio, di violenza, del sonno della ragione, in cui il suono della campana per ciascuno di noi è sommerso da un frastuono assordante, è essenziale recuperare il senso di solidarietà, di fraternità e di unione, pena la dissoluzione della comunità».

 

«Se il lavoro è sempre esistito e sempre continuerà ad esistere ci troviamo oggi di fronte ad un grave paradosso: mentre la disoccupazione cresce in tutto il mondo ed in particolare nei paesi “sviluppati”, chi lavora, complice il sempre più evidente mischiarsi del tempo del lavoro e del non-lavoro, invece di riuscire a ridurre le ore di impegno le vede accrescere».