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Ilva: l’insostenibile scelta tra lavoro e salute

Il fatto

La mattina del 4 novembre 2019 i dipendenti dell’ArcelorMittal Italia hanno ricevuto un’e-mail dell’amministratrice delegata Lucia Morselli, li informava che entro trenta giorni l’azienda avrebbe lasciato l’Ilva di Taranto, restituendo lo stabilimento ai commissari straordinari.

La ragione addotta è legata all’eliminazione dello “scudo penale” contenuta in un decreto-legge approvato il giorno precedente. Gli analisti ritengono che questo sia un pretesto, mentre la vera ragione dovrebbe essere legata alla volontà di rinegoziare gli accordi sottoscritti e a una fase difficile nel mercato dell’acciaio, colpito dalla frenata della domanda e dai dazi, per cui l’investimento non sarebbe così remunerativo.

L’immunità giudiziaria era stata garantita nel 2015 dal governo Renzi a chi rilevasse lo stabilimento, escludendo la responsabilità penale e amministrativa del commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente, e dei soggetti da questi delegati, nel periodo di riconversione dell’impianto secondo un Piano ambientale facente parte del progetto industriale.

Nell’aprile 2019 il primo governo Conte ha depotenziato lo scudo, per volere dell’allora ministro allo Sviluppo economico Luigi Di Maio e del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Dopo mesi di trattative si è arrivati a un suo ripristino, ora cancellato col decreto-legge prima ricordato.

Lo stabilimento è gestito da ArcelorMittal, una multinazionale franco-indiana, che dal novembre 2018 ha affittato i rami d’azienda dell’Ilva di Taranto, come fase preparatoria della completa acquisizione.

Il passaggio di proprietà, ratificato dall’allora ministro Carlo Calenda e confermato da Luigi Di Maio, prevede 18 mesi di affitto al termine dei quali ArcelorMittal rileverebbe la proprietà per 1,8 miliardi, detratto il canone nel frattempo pagato, pari a 45 milioni di euro a trimestre. L’accordo contempla anche investimenti ambientali, industriali e il mantenimento dei livelli occupazionali.

L’Ilva è la più grande acciaieria d’Europa, che impiega 10.700 operai, di cui 8.200 nello stabilimento di Taranto, ai quali vanno aggiunti gli oltre 3.000 dipendenti dell’indotto.

Dal 30 settembre scorso, 1.276 dipendenti sono in cassa integrazione ordinaria per 13 settimane a causa della crisi, non solo italiana, attraversata dal mercato dell’acciaio, preceduta da una prima fase di cassa integrazione, sempre di 13 settimane, partita dal 2 luglio e rivolta a 1.395 addetti.

Due ulteriori problemi sono dovuti al sequestro giudiziario di un’area del porto destinata allo scarico di materie prime, a causa della tragica morte di un gruista caduto in mare per una tromba d’aria, che ha reso problematico il rifornimento di coke e di minerali destinati ad alimentare lo stabilimento; nonché la chiusura di un altoforno imposta dalla magistratura in mancanza di una sua messa a norma, prevista il 13 dicembre.

La fabbrica pugliese è da moltissimi anni al centro delle polemiche per gli effetti dell’inquinamento. Ad essere esposti a gravissimi rischi per la salute sono in particolare gli abitanti del quartiere Tamburi, che si affaccia sull’acciaieria.

La situazione è particolarmente ingarbugliata proprio per questo conflitto tra lavoro e salute, oltre che, ovviamente, per il disimpegno minacciato da ArcelorMittal. Fermare la produzione significa andare incontro a una crisi occupazionale di proporzioni enormi per Taranto, ma allo stesso tempo proseguire in queste condizioni vuol dire non fermare o almeno limitare il problema ambientale, che dovrebbe essere affrontato con un percorso già segnato dal contratto con la nuova proprietà, e da realizzare in ogni caso.

Dopo l’annuncio della multinazionale sono iniziati confronti, incontri, polemiche, vicende giudiziarie. Ma è anche emerso il possibile disegno messo in atto dalla società.

I legali dei commissari dell’ex Ilva hanno presentato un ricorso d’urgenza contro l’atto di recesso della società, nel quale si avanzano sospetti sull’intera operazione: «Arcelor Mittal ha stipulato il contratto al solo fine di uccidere un proprio importante concorrente sul mercato europeo». La società sarebbe inadempiente in modo «plateale e conclamato» e se «l’illecito disegno» non verrà immediatamente bloccato «condurrà inevitabilmente al perimento degli altiforni. […] Se sottoposti a shock termici, gli impianti si deteriorano irrimediabilmente, creando gravissime problematiche di sicurezza». Il risultato sarebbe che l’ex Ilva si vedrebbe restituire «macerie, altiforni compromessi, nessuna materia prima per riavviare la produzione». Per i commissari l’obiettivo di ArcelorMittal è «forzare con violenza e minacce» un accordo che non ritiene più rispondente ai propri interessi. Ovviamente va ricordato che la multinazionale ha stipulato un regolare contratto nel quale sono presenti una serie di impegni che la società dovrebbe mantenere.

Sono due i fascicoli aperti dalle procure di Milano, dove si trova la sede legale italiana del gruppo, e di Taranto. Nel capoluogo lombardo ci si occupa di eventuali reati finanziari, mentre a Taranto si analizzano questioni più legate allo stabilimento: la compravendita di materiale a prezzi fuori mercato, lo svuotamento del magazzino, i contratti ai dipendenti, i rischi ambientali e industriali collegati a un eventuale spegnimento degli altiforni. I reati ipotizzati possono essere danneggiamento della produttività e dell’economia nazionale, appropriazione indebita (in relazione alle risorse che sembrano sparite dal magazzino), nonché connessi agli eventuali danni ambientali provocati dalle emissioni ulteriori dovute all’abbassamento graduale della temperatura degli altiforni.

La vicenda evolverà anche dopo la pubblicazione di questa pagina: invitiamo quindi a seguire gli sviluppi negli organi di informazione.

 

 

 

 

Il commento

Il nostro commento, questa volta, desidera porre domande, più che fare affermazioni, toccando alcune tematiche: il rapporto tra lavoro e salute, politica industriale e futuro.

L’interrogativo circa il legame tra lavoro e salute pone infatti alcune questioni previe.

Esiste in Italia una politica industriale? Come ci stiamo attrezzando agli scossoni che sono già arrivati e arriveranno sul mondo del lavoro e della produzione, sullo sviluppo, provocati dalla globalizzazione e dalla rapidissima evoluzione tecnologica?

Il futuro del paese, e dei giovani in particolare, è legato alla capacità di affrontarlo con politiche adeguate, pena un declino irreversibile.

La crisi tarantina si lega a tutto ciò.

Una politica industriale degna di questo nome, infatti, deve considerare tutti gli elementi, compresi gli aspetti ambientali e legati alla salute dei lavoratori e dei cittadini. La prospettiva con la quale guardare allo sviluppo è necessario sia di tipo integrale.

Alcune domande si pongono sull’Ilva. Perché in questi decenni non è stato affrontato in modo definitivo il problema ambientale? Perché la percezione delle questioni ha impiegato tanto tempo per emergere? Perché non si è investito, come in altri paesi, in tecnologia e in ristrutturazioni degli impianti per rendere le fabbriche ambientalmente sostenibili?

Riteniamo che in questa vicenda nessuno possa sentirsi escluso dalle responsabilità, ma di certo le più grosse vanno attribuite alla politica, poiché ha abdicato a uno dei suoi compiti fondamentali: affrontare la complessità.

In una fase così difficile questa complessità va affrontata. Per non essere subita dalle migliaia di lavoratori e dalle loro famiglie, per affermare il principio che una multinazionale non può pensare di usare l’Italia per i suoi affari privati e solo come terreno di conquista di quote di mercato, per progettare il futuro industriale del Paese.

Questa è la grande sfida: avere un’idea precisa di sviluppo, programmare interventi e investimenti, coordinare i diversi soggetti interessati perché siano protagonisti del cambiamento: tutte le forze sane della società. Partendo anche da un’idea rinnovata di intervento pubblico.

A pagare il prezzo di mancate scelte e prospettive sarebbero, in questo caso, in primo luogo gli operai e i tarantini, poi l’economia nazionale: pagheremmo tutti, quindi, per una politica incapace di fare il suo mestiere.

 

 

 

 

Le fonti

Sulla vicenda moltissimo si è scritto e detto in questi anni, e nell’ultimo periodo, sui mezzi di informazione. Rimandiamo a tale materiale per gli approfondimenti del caso, attendendo le evoluzioni future.

Prendiamo in esame qualche elemento, iniziando col ricostruire la storia dell’acciaieria per arrivare alle gravissime problematiche ambientali e per la salute.

Il 9 luglio 1960 venne posata la prima pietra dell’Italsider, il più grande stabilimento siderurgico italiano. Per costruirlo furono estirpati decine di migliaia di alberi d’ulivo, ma diede lavoro a un gran numero di maestranze impegnate nell’edificazione di una cattedrale industriale a pochi passi della città di Taranto.

Il primo altoforno entrò in funzione il 21 ottobre 1964, il secondo il 29 gennaio 1965. L’impianto, il quarto in ordine di tempo dopo quelli di Cornigliano, Piombino e Bagnoli, al termine di una fase di rodaggio fu ufficialmente inaugurato il 10 aprile 1965 dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Durante la cerimonia le sue parole toccarono numerosi argomenti: si trattava di mutare la realtà meridionale, portare l’industria pesante dove la riforma agraria non aveva generato i frutti di lavoro sperati, fornire uno strumento per limitare l’immigrazione verso il Nord.

Quando venne deciso di costruire un altro stabilimento siderurgico nel meridione, dopo quello di Bagnoli, la scelta ricadde su Taranto in modo quasi naturale, poiché c’era a disposizione un importante porto, ma soprattutto in quanto la città era già industrializzata, seppure nel settore militare, con la presenza di una base della Marina e dell’Arsenale. Il comparto, però, attraversava una violenta crisi occupazionale, causata dall’ovvia decadenza della produzione bellica e dal ridimensionamento dei cantieri navali.

Per non morire Taranto chiese a gran voce l’insediamento del centro siderurgico, con la prospettiva delle sue migliaia di posti di lavoro.

La fabbrica costò inizialmente quasi quattrocento miliardi di lire e occupò prima 600 e poi 1500 ettari di superficie: un’estensione doppia rispetto all’intera città. Infatti, da quel momento fu Taranto a crescere e modellarsi intorno alla fabbrica, i suoi tempi a scandire i ritmi del tessuto urbano. Il mito dell’industria si radicò, fino al termine degli anni Ottanta, allorché il sistema delle partecipazioni statali, che gestiva l’industria di Stato, iniziò a mostrare le sue crepe.

La percezione del disastro ambientale, invece, si è manifestata in modo evidente solo in seguito, anche se fu intuita fin dall’inizio. Ad esempio nel giugno del 1965 Alessandro Leccese, ufficiale sanitario negli anni in cui l’Italsider venne costruito, scrisse nel suo diario privato: «Quando, per l’aggravarsi della situazione, sono intervenuto, in qualità di Ufficiale Sanitario, con un’ordinanza indirizzata al Direttore del Centro Siderurgico e al Presidente dell’area di Sviluppo Industriale, è successo il finimondo, […] non conta la tutela della città da un grave danno ecologico, contano la difesa del prestigio personale e gli interessi di alcuni esponenti politici, che ritengono di poter disporre a loro piacimento delle sorti del nostro territorio, come si trattasse di una colonia africana da sfruttare».

Nel 1971 Antonio Cederna scriveva sul Corriere della Sera che quello di Taranto gli sembrava «un processo barbarico d’industrializzazione. Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi 2.000 miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sottovento». La mancanza di sensibilità a tali problematiche è confermata, nella metà degli anni Settanta, dal raddoppio del centro siderurgico che portò i dipendenti al numero di oltre ventimila, e quelli dell’indotto a più di quindicimila. Le basi delle questioni che oggi rendono estremamente complicata qualsiasi via d’uscita sono state gettate allora.

La crisi delle partecipazioni statali portò nel 1995 all’acquisto dell’Ilva da parte dei privati, la famiglia Riva. La cessione costò alla nuova proprietà 2.400 miliardi di lire, a fronte di una valutazione vicina ai 4.000, cosa che, all’epoca, fece scalpore e gridare alla svendita a scapito dello Stato e dunque della collettività.

Dopo quasi vent’anni di gestione, il 26 luglio 2012, lo stabilimento fu sequestrato ai proprietari, in ragione delle gravi violazioni ambientali riscontrate dalla magistratura, e l’azienda venne gestita da un commissario straordinario per poi finire, dal 2015, in amministrazione straordinaria.

Ai vecchi padroni furono confiscati 1 miliardo e 200 milioni di euro, risorse poi parzialmente utilizzate per finanziare il piano ambientale, che oltre ad avere come obiettivo quello di rispettare le leggi sull’inquinamento, stabilisce alcune misure precauzionali come la copertura dei parchi minerali per evitare le nubi tossiche nei giorni di vento.

Paradossalmente, a far crollare l’impero siderurgico dei Riva furono un’inchiesta provocata dalla denuncia di due casalinghe stufe di pulire i balconi di casa sempre sporchi di polvere, e un’altra scaturita dall’abbattimento di un gregge di pecore contaminato perché pascolava troppo vicino agli impianti: analizzando il formaggio prodotto dal loro latte fu possibile provare scientificamente, per la prima volta, che la diossina che le aveva avvelenate era quella dell’Ilva. In seguito fu realizzato uno studio che giunse sul tavolo dei magistrati nel quale si dimostrava che a Taranto vi era un aumento del 37% di linfomi, un incremento del 28% di tumori al fegato e addirittura un più 145% di mesoteliomi rispetto al resto della Puglia. I periti nominati dalla Procura di Taranto hanno calcolato che in sette anni, quelli presi in esame allora, a causa delle emissioni dello stabilimento sarebbero morte 11.550 persone, soprattutto per problemi cardiovascolari e respiratori.

Riprendendo la storia, nel gennaio del 2016 venne predisposto un bando per selezionare i candidati all’acquisizione dell’Ilva: la gara fu vinta dalla multinazionale ArcelorMittal.

La società è il più grande produttore di acciaio al mondo, un colosso dal fatturato di quasi 80 miliardi di euro all’anno e 200.000 dipendenti, con sede in Lussemburgo e la presenza in una sessantina di paesi, controllata da Lakshimi Mittal, un cittadino indiano considerato tra i personaggi più ricchi del pianeta, che possiede circa il 40% delle azioni dell’impresa tramite un complesso giro di fiduciarie, holding e trust con sedi sparse, anche in paradisi fiscali, che permettono a Mittal di controllare il suo impero e far arrivare i profitti. Queste complicate strutture societarie permetterebbero di pagare pochissime tasse e le pratiche di elusione fiscale sono state al centro di inchieste giornalistiche, come quella del sito francese MediaPart, e di accuse di evasione fiscale e di violazioni ambientali da parte di diversi governi.

Il nome dell’azienda deriva anche dalla denominazione della principale acquisizione effettuata: quella del gigante franco-spagnolo dell’acciaio Arcelor, acquistato nel 2006 per circa 30 miliardi di euro. L’enorme spesa consentì alla nuova impresa, nata dalla fusione delle due, di diventare il primo fabbricante del settore con una produzione che nel 2018 ha sfiorato le 100 milioni di tonnellate, pari a circa il 6% di quella mondiale complessiva.

Non c’è dubbio che la società abbia le risorse necessarie per rilanciare l’Ilva e risolvere i problemi, anche ambientali, dello stabilimento, pur non godendo, come brevemente sottolineato, di una grande reputazione. Nel contratto stipulato col governo italiano ArcelorMittal si è impegnata a investire nella società, occuparsi delle bonifiche relative all’impianto, garantire l’occupazione e i livelli produttivi.

I problemi di mercato, ma non solo, fanno ritenere agli esperti del settore che per la multinazionale l’investimento non sia così remunerativo. I dati disponibili parlano di un terzo trimestre migliore del previsto per la società, ma con una prospettiva finale per il 2019 decisamente inferiore, come profitto, rispetto al 2018, nel quale ha distribuito agli azionisti oltre cinque miliardi di euro.

Stanno emergendo inoltre alcune carenze del piano industriale e l’inadeguatezza degli investimenti previsti per affrontare i regimi di produzione, il mantenimento dell’occupazione e gli interventi di salvaguardia dell’ambiente e della salute.

Il cuore della questione sembra quindi essere meramente legato al profitto. Siamo alle solite: non importa dare lavoro, produrre, favorire sviluppo e occupazione, conta solo il guadagno sempre maggiore di pochi.