fatto del mese

Il Rapporto Censis: l’Italia dell’incertezza

Il fatto

Il 53° Rapporto sulla situazione sociale del Paese è stato presentato dal Censis nello scorso mese di dicembre. Se nel 2017 la parola chiave era «rancore» e nel 2018 «cattiveria», quella che caratterizza il 2019 è «incertezza».

La ricerca presenta e commenta i più rilevanti fenomeni sociali ed economici del Paese, si pone come riferimento costante e classico per comprendere il contesto nel quale viviamo e le trasformazioni in atto.

Il Rapporto si apre con alcune «Considerazioni generali», in esse sono descritti «le piastre di sostegno, i soggetti e i processi per arginare la deriva verso il basso» alla quale si assiste. Nella seconda parte, denominata «La società italiana al 2019», vengono affrontate le tematiche di maggiore interesse emerse nell’anno «in una società ansiosa macerata dalla sfiducia: la solitaria difesa di se stessi degli italiani – esito del furore di vivere e di stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro -, le responsabilità collettive eluse, ma anche i grumi di nuovo sviluppo». Alle due parti seguenti è affidata la presentazione delle analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza.

I dati e le loro interpretazioni fanno emergere alcuni importanti elementi.

Il principale, come già evidenziato, è l’incertezza, lo stato d’animo col quale il 69% degli italiani guarda al futuro. Questa percezione affonda le radici nella debolezza del welfare pubblico, in crisi per le scarse risorse, nella mobilità sociale ferma, anzi che può marciare indietro, nelle retribuzioni sempre meno adeguate.

Il lavoro, e lo stipendio, mostrano segnali contraddittori. Gli occupati crescono, ma aumenta la precarietà: oggi un dipendente su cinque è a metà tempo, le ore lavorate sono oltre due miliardi in meno all’anno rispetto al 2007 e i salari sono diminuiti del 3,8% (mediamente oltre 1.000 euro sul lordo annuale).

Il vero, grande, problema resta proprio il lavoro: è preoccupato di ciò il 44% (più del doppio della media europea), due volte più dell’inquietudine nei confronti degli immigrati (22%) e cinque-sei volte della crisi climatica (8%).

Questa situazione comporta sfiducia e ansia: il 74% negli ultimi 12 mesi si è sentito stressato per molteplici ragioni, familiari, lavorative o addirittura senza precise motivazioni; il 75% non si fida più degli altri, ma è anche vero che il 49% ha subito nell’ultimo anno una prepotenza in luogo pubblico e il 44% si sente insicuro nelle strade che frequenta. Si cercano dunque supporti alternativi, come, ma il dato non è certo positivo, l’utilizzo di sedativi e ansiolitici: il consumo di psicofarmaci è aumentato in tre anni del 26%, e ne fanno uso ben 4,4 milioni di persone.

Lo scenario problematico ha dei risvolti non solo personali e sociali, anche nella sfera politica. Il 76% non ha fiducia nei partiti (la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% per i disoccupati), vi è un diffuso scontento per come funziona la democrazia e la soluzione auspicata dal 48% è quella dell’uomo forte al comando «che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

Altri dati preoccupanti riguardano l’andamento demografico. Dal 2015 la tendenza è, per la prima volta nella storia del Paese, verso il calo della popolazione, causata dalla diminuzione delle nascite e, in parte, dai giovani che emigrano. L’Italia è sempre più vecchia, quindi, con i problemi che ne conseguono.

Vi sono poi le difficoltà del sistema formativo: «pochi laureati, frequenti abbandoni scolastici, bassi livelli di competenze tra i giovani e gli adulti». Ad esempio il 64% degli studenti al termine delle scuole superiori hanno un’insufficiente comprensione dell’inglese parlato e il 68% degli adulti non ha conoscenze economiche e finanziarie di base.

La Pubblica amministrazione è degna di fiducia per un modesto 29%, contro un valore medio europeo superiore al 50%. Perché? Due tra i casi tipici aiutano a capire il fenomeno: i procedimenti giudiziari civili in sospeso nel 2018 erano quasi tre milioni e mezzo, i debiti commerciali delle amministrazioni pubbliche nello stesso anno sono calcolati in 26,9 miliardi di euro.

Non tutti gli elementi emersi sono critici. Cresce infatti l’impegno nel volontariato (incrementato del 19,7% negli ultimi dieci anni), e non arretra la considerazione sull’importanza dell’Unione europea: «il 61% dice no al ritorno alla lira (è favorevole il 24%), il 62% è convinto che non si debba uscire dall’UE (è favorevole il 25%), il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alle frontiere interne dell’Unione, considerate un ostacolo alla libera circolazione delle merci e delle persone (è favorevole il 32%)».

Nella terza sezione della pagina, quella dedicata alle “Fonti” sono disponibili alcuni approfondimenti.

 

 

 

Il commento

Il Rapporto del Censis ci descrive mediamente come un popolo ansioso, in preda all’incertezza, impaurito soprattutto da lavoro precario e disoccupazione, indifferente alla politica. Ma anche alla ricerca di passioni personali, anche piccole, tra le quali lo sport, la compagnia di animali, la cultura; e in cerca di nuovi rapporti sociali e comunitari, fosse anche la partecipazione a una sagra, così come desiderosi di futuro.

Alle spalle c’è un lavoro insoddisfacente, quando è presente; ci sono la rinuncia ai due pilastri storici della sicurezza economica, il mattone e i titoli di stato, la crisi del sistema protettivo del welfare e la rottura dell’ascensore sociale. Allora ci difendiamo da soli, controllando i consumi, risparmiando, accettando il “nero”.

Parliamo poco di politica, anzi forse solamente la subiamo, sentendola lontana e inutile, ma la sfiducia non ci spinge a prendere delle responsabilità e a impegnarci, ci stimola ancora di più a delegare, ad affidare all’uomo forte le sorti del Paese, ad auspicare spinte antidemocratiche come soluzione dei problemi. Però il passato ci ha insegnato che tutto questo può essere una bomba a orologeria, che potrebbe esplodere da un momento all’altro con esiti disastrosi.

C’è il tentativo individuale di affrontare le difficoltà che la vita propone. Le persone si sentono sole, al massimo considerano positivi i legami familiari. Dovrebbero crescere le opportunità per sperimentare relazioni, situazioni di aiuto reciproco, per convincersi che la risposta ai problemi può essere solo comunitaria, condivisa, riscoprendo quei rapporti e quella solidarietà che ha consentito di affrontare tanti ostacoli, nel passato. Oggi chi viaggia in alcune aree del mondo meno sviluppate della nostra, come ad esempio in Africa, osserva un approccio più aperto verso gli altri, più di sostegno tra vicini.

La fotografia dell’Italia segnala il trionfo del privato: sport, volontariato e cultura. Le relazioni che possiedono un senso non sono più nel pubblico né nel proprio lavoro, la vita “vera” si trova soprattutto nelle quasi cinque ore di tempo libero medio al giorno, di cui sembriamo soddisfatti.

Il lavoro è al centro delle inquietudini e, se esaminiamo la situazione attuale e le prospettive future, si tratta di un’ansia assolutamente motivata. Ma la rassegnazione e la paura non servono a risolvere il problema. Ci sono percorsi individuali e condizioni generali da affrontare. Ognuno dovrebbe cercare la propria strada, facendo i conti con la realtà e non con uno scenario diverso, magari legato al passato, e, insieme agli altri, studiare, confrontarsi, sperimentare percorsi, tentare soluzioni anche politiche ai problemi.

Molte convinzioni e comportamenti sono il frutto di elementi posti in risalto dal Rapporto e da altre analisi: le carenze formative, l’analfabetismo funzionale, gli ostacoli alla comprensione dei fenomeni, una comunicazione urlata, fatta di slogan. A ciò andrebbe data una risposta, che ha bisogno però di scelte forse ardue, di tempi lunghi, di politiche coraggiose e lungimiranti. La sfida complicata è affrontare un duplice ordine di difficoltà, quelle immediate, dettate dalle emergenze, e quelle di ampio respiro, le sole in grado di risolvere i problemi: troppo spesso la nostra attenzione, e quella di chi ci governa, è concentrata solo sulle prime, o su altri argomenti che ci distraggono dalle vere problematiche.

Resta viva l’incognita di una classe dirigente capace e autorevole che tenga insieme la collettività e sia in grado di cogliere la direzione verso cui muoversi. Le organizzazioni di ogni genere dovrebbero fornire una risposta a questo desiderio di senso, di una visione prospettica, in modo da sollecitare uno sforzo comune di ricerca, che può consentire di formare e far emergere questa nuova classe dirigente, per meriti e qualità, non per altri meccanismi di selezione, quali possono essere la semplice nascita, il servilismo o l’arrivismo egoista. Si tratta anche di valorizzare le competenze, i professionisti validi, dei quali, secondo l’indagine del Censis, gli italiani si fidano, e i politici che pensano al futuro piuttosto che al consenso.

Il Rapporto definisce il decennio appena concluso come «incompiuto» e l’Italia il Paese delle riforme mancate. L’accusa di tale situazione è rivolta soprattutto alla politica, incapace di attuare trasformazioni strutturali spesso annunciate, ma mai concretamente e compiutamente avviate. Dalla scuola alla giustizia, dalla sanità alle infrastrutture, dal lavoro al turismo, dalla difesa del territorio alla cultura, lo scenario è «affollato di non decisioni». La strada da percorrere deve partire innanzitutto da una prospettiva di lungo respiro, e poi da una seria e attenta analisi della situazione per programmare interventi che rispondano alle esigenze di un profondo e positivo rinnovamento.

La responsabilità è anche dei cittadini, nostra, se continuiamo a delegare e a votare amministratori che non propongono tutto ciò e non dimostrano di volersi impegnare in tale direzione.

Chi oggi è attivo nei diversi ambiti, economico e produttivo, sociale, culturale, della formazione, e così via, persone e associazioni che stanno portando avanti validamente situazioni che danno segnali positivi e di speranza, come le imprese più competitive e responsabili, come le realtà impegnate seriamente nei servizi di sostegno alle persone in difficoltà, come chi è sensibile ai problemi del clima e della tutela di ambiente e del territorio, come i soggetti che guardano alla dimensione europea, questi attori sociali dovrebbero aprire una fase negoziale con la politica per tale rinnovamento.

 

 

 

Le fonti

Il Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, è un istituto di ricerca socioeconomica fondato nel 1964; dal 1973 è diventato una Fondazione riconosciuta con un decreto del presidente della Repubblica.

Il Censis svolge quindi da oltre cinquant’anni una costante e articolata attività di ricerca, consulenza e assistenza tecnica nel campo sociale ed economico. Tale attività si è sviluppata attraverso la realizzazione di studi sul sociale, l’economia e l’evoluzione territoriale, programmi d’intervento e iniziative culturali nei settori vitali della realtà sociale: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza.

L’opera di ricerca viene svolta prevalentemente attraverso incarichi da parte di ministeri, amministrazioni regionali, comunali, camere di commercio, associazioni imprenditoriali e professionali, istituti di credito, aziende private, gestori di reti, organismi internazionali, nonché nell’ambito dei programmi dell’Unione europea.

L’annuale Rapporto, che stiamo presentando nella sua edizione del 2019, ha avuto la sua prima elaborazione nel 1967, ed è considerato il più qualificato e completo strumento di interpretazione della realtà italiana.

Sul sito del Censis è possibile accedere alla sua presentazione, ad alcuni approfondimenti ed è a disposizione una procedura per l’acquisto del volume nel quale è pubblicato.

Entrando nel dettaglio delle tematiche affrontate, partiamo dal capitolo dedicato ai «processi formativi». Il lavoro mette in risalto una crescita dell’etica ambientalista, accompagnata da iniziative concrete come l’ottimizzazione di materiali di consumo, la riduzione, il riutilizzo e il riciclo dei rifiuti, una corretta alimentazione con l’eliminazione, ad esempio, dei cibi confezionati e dei distributori automatici. Dalle interviste con i dirigenti scolastici emerge, ancora, una valutazione positiva del processo di integrazione degli alunni di cittadinanza non italiana

Il capitolo «lavoro, professionalità, rappresentanze» fa risaltare un elemento già accennato: la causa del rancore e delle preoccupazioni è da cercare nella crescente disuguaglianza dei redditi e nelle opportunità di lavoro carenti. In termini più tecnici si tratta di una «ripresa senza salario», che caratterizza l’economia italiana e dell’Unione europea, con un incremento della distanza tra crescita del Pil e aumento delle retribuzioni, al punto che nel Paese il 12,2% degli occupati è a rischio povertà. «Il settore del turismo in Italia continua a rivestire il ruolo di grande contenitore dell’occupazione e di driver fondamentale per l’economia», infatti tra il 2017 e il 2018 il suo valore è salito dell’1,9% e i lavoratori del settore sono cresciuti dell’1,4%. Un altro comparto in espansione è quello legato alle industrie e i servizi ICT con un aumento dell’occupazione del 4,8%.

I giudizi positivi sulla pubblica amministrazione sono in miglioramento, raggiungendo il 36,3% e una crescita di dieci punti negli ultimi due anni; però ciò non fa dimenticare il peso della burocrazia, i troppi adempimenti che ostacolano il rapporto tra cittadini, imprese e comparto pubblico. La strada indicata per migliorare questa situazione dovrebbe prevedere una maggiore attenzione alle persone e non alle procedure, un suo ridimensionamento con la diminuzione dei costi e degli oneri burocratici: «secondo un bilancio degli oneri amministrativi introdotti ed eliminati dalle amministrazioni pubbliche nel corso del 2018, è pari a 52,7 milioni di euro il costo generato da nuove disposizioni normative, mentre l’importo di oneri eliminati supera di poco i 15 milioni di euro. Il saldo finale è stato dunque di 37,7 milioni di euro che si sono aggiunti al volume complessivo degli oneri amministrativi».

La sezione sul welfare pone in evidenza una profonda trasformazione nella concezione della serenità soggettiva: «per il 41,3% degli italiani stare bene significa trovarsi in uno stato di benessere psicologico, di soddisfazione, tranquillità e felicità. Dieci anni fa solo il 17,4% degli italiani la pensava così». In merito al Servizio sanitario nazionale permangono i problemi di sempre, difficoltà di accesso e tempi lunghi, che spingono verso la sanità privata: per l’81,5% questa pesa molto o abbastanza sul bilancio familiare, soprattutto nel Sud. Un altro elemento connesso al benessere valutato molto importante è quello delle relazioni. Il 92% degli italiani dichiara che desidererebbe vivere in un contesto in cui le persone si conoscono, si frequentano e si aiutano; la rete familiare permane importante, come pure le opportunità offerte dal terzo settore. Nell’abito considerato le pensioni svolgono un ruolo centrale, con le problematiche associate, quali l’età per accedervi e gli importi relativi: basti pensare che il 53,6% delle pensioni erogate è inferiore a 750 euro mensili.

La parte dedicata al territorio e alle reti si apre con un dato allarmante: l’inadeguato volume degli investimenti pubblici nel settore. Infatti «la spesa pro-capite che si attestava nel 2007 a 836 euro si è più che dimezzata, scendendo nel 2018 ad appena 371 euro, con un calo del 55,6%», con l’effetto di penalizzare chi vi opera, nonché i cittadini e le imprese per i contraccolpi sulla funzionalità dei territori stessi. C’è poi da aggiungere la problematica legata ai tempi lunghi di progettazione e di realizzazione: «si va da meno di 3 anni per i progetti di importo inferiore a 100.000 euro a 15,7 anni in media per i grandi progetti dal valore di oltre 100 milioni di euro. La fase di progettazione presenta durate medie variabili tra 2 e 6 anni, la fase di aggiudicazione dei lavori oscilla tra 5 e 20 mesi, i tempi medi di esecuzione variano tra 5 mesi e quasi 8 anni».

Un elemento scoraggiante è l’interazione digitale con la pubblica amministrazione, malgrado i tentativi di digitalizzazione dei servizi per cittadini e imprese: «nel 2018 solo il 24% degli italiani dichiarava di aver interagito con l’amministrazione pubblica per via telematica, contro il 92% dei danesi, il 71% dei francesi, il 57% degli spagnoli. Il valore medio nell’Unione europea è del 52%. Peggio di noi solo Bulgaria e Romania. Ma c’è un problema in più: il 33,6% della popolazione italiana dispone di competenze digitali basse o nulle».

Il Rapporto fa emergere, nell’ambito dei trasporti, la novità relativa alla micromobilità e agli spostamenti urbani di corto raggio, con la diffusione di piccoli mezzi elettrici, come i monopattini e le biciclette assistite, e la sharing mobility.

Un ulteriore fenomeno in espansione, seppure di nicchia, è la riscoperta dei tanti percorsi, i cammini, religiosi, storici, culturali, da fare a piedi, come la Via Francigena o quella di Francesco: si stima, ad esempio, che ogni anno circa 27.000 italiani giungano a Santiago di Compostela dopo aver camminato.

Il capitolo «I soggetti economici dello sviluppo» pone in risalto una serie di elementi. I consumi sono fermi, dopo alcuni anni di crescita debole; il futuro è visto in modo sereno dal 44,8% degli italiani per la propria famiglia, ma solo dal 21,5% per quanto concerne i destini del Paese; l’economia della condivisione si sta diffondendo, come pure l’uso di internet per acquisti o vendite, ma in misura ancora modesta. Uno dei fattori di crescita è l’innovazione di prodotto, e quindi i brevetti, le cui domande sono in Italia di molto inferiori a quelle delle nazioni tecnologicamente più avanzate: «considerando lo stock di brevetti ancora validi nel 2017, l’Italia (297.672) rappresenta la ottava nazione al mondo, subito dopo Francia (563.695) e Germania (657.749). Dei quasi 14 milioni di brevetti attualmente validi, il 2,2% proviene dall’Italia».

In relazione al recupero e al riciclo le performance «del nostro Paese risultano generalmente in linea o al di sopra della media europea. Ma i livelli raggiunti da altri Paesi più virtuosi del nostro rendono evidenti le potenzialità di miglioramento da perseguire su molti fronti.»

Un settore industriale poco conosciuto, ma importante, viene citato: quello armatoriale. Tale comparto è strategico per lo sviluppo del Paese, il valore della produzione e dell’occupazione sono in crescita e «dal 1998 al 2018 la flotta italiana è passata da 8 a 14,7 milioni di tonnellate di stazza lorda. Tale performance è il risultato di circa 20 miliardi di dollari di investimenti da parte degli armatori».

Nella sezione dedicata alla comunicazione e ai media viene evidenziato innanzitutto il ruolo svolto dalla diffusione degli smartphone per il superamento del digital divide da parte di un’ampia fascia di popolazione. «La percentuale degli utenti in Italia è passata da un timido 15% nel 2009 all’attuale 73,8%. Sono stati i giovani under 30 i pionieri del consumo, passati da un’utenza pari al 26,5% nel 2009 all’86,3% dell’ultimo anno. A partire dal 2016 si registra una impennata anche tra i giovani adulti (30-44 anni), fino ad attestarsi oggi al 90,3%. La diffusione su larga scala di una tecnologia personale così potente ha contribuito a una piccola mutazione antropologica che ha finito per plasmare i nostri desideri e le nostre abitudini». Alcuni dati: nel 2018 il numero dei telefoni ha superato quello dei televisori (43,6 milioni contro 42,3), in ogni famiglia si sono mediamente 4,6 apparecchi elettronici, in un anno sono aumentati del 20% tali apparecchi, smart tv e altri dispositivi collegati a Internet per guardare programmi televisivi.

I media influenzano l’umore. Vale la pena di leggere integralmente il paragrafo dedicato a questo tema. «Confrontando gli stati d’animo degli italiani e i mezzi di comunicazione utilizzati, emerge che gli “arrabbiati” si informano prevalentemente tramite i telegiornali (il 66,6% rispetto al 65% medio), i giornali radio (il 22,8% rispetto al 20%) e i quotidiani (il 16,7% rispetto al 14,8%). Tra gli utenti dei social network definiti “compulsivi” (coloro che controllano continuamente quello che accade sui social, intervengono spesso e sollecitano discussioni) troviamo punte superiori alla media sia di ottimisti (22,3%) che di pessimisti (24,3%). Per leggere le notizie scelgono Facebook (46%) come seconda fonte, poco lontano dai telegiornali (55,1%), e apprezzano i siti web di informazione (29,4%). Facebook (48,6%) raggiunge l’apice dell’attenzione tra gli utenti classificati come “esibizionisti” (pubblicano spesso post, foto e video per esprimere le proprie idee e mostrare a tutti quello che fanno). Gli utenti “pragmatici” (usano i social per contattare amici e conoscenti) si definiscono poco pessimisti (14,6%) e più disorientati (30,7%). Mentre gli utenti meno attivi, gli “spettatori” (guardano post, foto e video degli altri, ma non intervengono mai), sono poco pessimisti (17,1%)».

Il capitolo conclusivo della parte dedicata alle analisi per settori presenta i temi della sicurezza e dalla cittadinanza. Come ovvio si parte dalla domanda: siamo diventati xenofobi? «Negli ultimi tempi sembra essere montata una pericolosa deriva verso l’odio, l’intolleranza e il razzismo nei confronti delle minoranze. Il 69,8% degli italiani è convinto che nell’ultimo anno siano aumentati gli episodi di intolleranza e razzismo verso gli immigrati». Per la metà di essi le ragioni sono da attribuire alle difficoltà economiche e all’insoddisfazione generale della gente, il 36% lo motiva dalla paura di essere vittima di reati, il 23% dalla convinzione che ci siano troppi immigrati. Sembra poi essere ritornato un generico odio verso gli ebrei e il 58% degli italiani considera l’antisemitismo un’incognita per il Paese.

Una menzione particolare merita la violenza sulle donne, problema considerato reale dal 73% degli italiani come pure la disparità tra i sessi. Nel periodo compreso tra l’agosto 2018 e il luglio 2019 sono stati 92 i femminicidi maturati in ambito familiare o affettivo e nello stesso periodo sono state quasi 13.000 le denunce di stalking, e il 76% delle vittime era una donna, mentre le denunce per maltrattamenti in ambito domestico ammontano a oltre 15.000 nel 2017, con l’80% di vittime femminili; le violenze sessuali denunciate nel 2018 sono state 4.887, con un incremento del 5,5% in un anno.