testimone

Giovanni Marcora: per una politica del fare

Il personaggio

Nella pagina del Fatto abbiamo accennato, presentando brevemente il tema delle imprese rigenerate, alla Legge Marcora, approvata nel 1985, due anni dopo la scomparsa dell’uomo politico che l’ha fortemente voluta.

Giovanni Marcora nacque il 28 dicembre del 1922 a Inveruno, un piccolo comune della provincia di Milano a due passi dal confine col Piemonte rappresentato dal fiume Ticino.

Il padre Giuseppe era stato un piccolo allevatore e macellaio, mentre la madre, Erminia Garavaglia, dopo pochi anni morì lasciando quattro figli in tenera età. La sua infanzia è come tante, la vita in famiglia, la scuola nel paese, la frequentazione dell’oratorio e del circolo dell’Azione Cattolica, ove maturò la sua scelta di impegno sociale e politico. Diplomatosi geometra nel 1941, andò a lavorare come capocantiere vicino a Zara, allora ancora in territorio italiano. Venne poi chiamato alle armi come ufficiale nel reggimento di artiglieria di montagna stanziato a Bressanone. Dopo l’8 settembre 1943 si impegnò nella Resistenza come partigiano, all’interno della Brigata Val Toce, inquadrata nelle Brigate Fiamme Verdi di ispirazione cattolica, col nome di battaglia di Albertino, che gli resterà caro tutta la vita, nella zona nord del milanese e nell’Ossola, partecipando, tra l’altro, alla liberazione del capoluogo lombardo il 25 aprile del 1945.

Terminata la guerra diventò imprenditore e, col socio Carlo Vegezzi, fondò l’impresa di costruzione Cea; nel 1956 si sposò con Giovanna De Re, si stabilì con la moglie a Milano dove ebbero tre figli. Anni dopo, nel 1964, decise di intraprendere un’attività di allevamento, come il padre, a Bedonia sull’Appennino parmense, potendo appagare la passione e utilizzare le competenze nell’ambito agricolo: il podere acquistato divenne in breve una fattoria modello, che mostrava con orgoglio agli amici e, diventato ministro, a delegazioni di altri Paesi.

Iniziò, sempre negli anni del dopoguerra, a occuparsi di politica militando nella Democrazia Cristiana, e nel 1953 fu tra i promotori della corrente denominata della Base, divenendone uno degli esponenti di spicco a livello nazionale. Nel partito gli vennero affidati diversi incarichi, tra i quali quello di segretario provinciale di Milano, dal 1958 al ’68, e vicesegretario nazionale. Da responsabile locale della DC, nel 1961, favorì la nascita della prima esperienza di centro-sinistra al comune di Milano, superando non poche polemiche e difficoltà sollevate da ambienti sociali, religiosi e del suo partito, contrari a una simile prospettiva politica e amministrativa. Questo “esperimento” fu anticipatore del governo nazionale che, con la stessa formula, si insediò nel 1963.

Nel 1968 fu eletto al Senato nel collegio di Vimercate e dal 1970 al ’75 e dal 1980 fino alla morte sindaco di Inveruno.

Nel 1974 divenne ministro dell’Agricoltura, in un Governo guidato da Aldo Moro, guidando il dicastero fino al 1980, per poi passare al ministero dell’Industria negli anni ’82 e ’83.

Restano la memoria di alcune iniziative alle quali ha dato un contributo rilevante e le sue battaglie nel consesso dell’UE a favore dell’agricoltura e dell’industria italiane. Tra le prime sono da ricordare la normativa, anticipatrice di tutte le altre che seguiranno, sull’obiezione di coscienza, quella sulla cooperazione, mirata al risanamento di imprese in crisi con il coinvolgimento dei dipendenti e il sostegno di risorse pubbliche, la legge quadro sull’agricoltura, del 1977, volta a un rilancio e un rinnovamento del comparto, e il piano energetico nazionale del 1981.

Gravemente malato, si spense il 5 febbraio del 1983 nel suo paese natale.

 

 

 

Il commento

Venuto a conoscenza della sua morte, a soli sessant’anni, l’allora presidente Sandro Pertini aveva affermato: «L’improvvisa immatura scomparsa di Giovanni Marcora è una perdita grave per la nostra Repubblica. Formatosi nella lotta antifascista e partigiana, amico fraterno e compagno di tante battaglie, saldo nei principi, di grande capacità politica e tecnica, dirigente aperto e uomo di governo retto, illuminato e deciso, è stato una delle figure più moderne e dinamiche tra i cattolici democratici del nostro tempo. Egli ha reso grandi e indimenticabili servizi al Paese negli alti incarichi di Governo che ha ricoperto».

Questa di Pertini è una sintetica presentazione della figura di Marcora, dalla quale è possibile partire per ulteriori approfondimenti.

Importante soffermarsi sugli anni giovanili, sul ruolo avuto dalla frequentazione dell’oratorio e del gruppo di Azione Cattolica: ancora oggi è fondamentale sottolineare la rilevanza, nella formazione della persona, delle esperienze educative. In quegli ambienti il nostro testimone ha potuto maturare principi che lo hanno accompagnato tutta la vita, a iniziare dalla centralità dell’impegno sociale e politico.

Consideriamo poi il ruolo della Resistenza. Marcora considerò sempre il movimento partigiano un periodo decisivo per la sua formazione e per la successiva fase di rinascita del Paese; si convinse della necessità di tenere viva e di difendere l’esperienza cattolica nella Resistenza e, allo stesso tempo, la considerò una fonte di ispirazione e un ideale al quale fare ricorso per evitare di cadere in alleanze con forze conservatrici o antidemocratiche.

Questa fase storica e della sua vita lo ispirò anche in una delle normative più significative per le quali si spese: l’obiezione di coscienza e il servizio civile. Convinto del valore della pace e dell’impegno si adoperò per una modalità alternativa di passare il periodo della leva militare, allora un appuntamento imprescindibile per i giovani maschi.

La scelta di appoggiare tale legge manifesta la sua attenzione di fronte ai fermenti nuovi che agitavano la società italiana, in particolare dei giovani: egli ebbe un atteggiamento di grande apertura nei confronti di quanto emergeva, sollecitando il suo partito a fare altrettanto.

La medesima attenzione per le novità caratterizzò tutta la sua vita politica e il suo costante sforzo di rinnovamento.

Ancora giovane e da poco iscritto alla Democrazia Cristiana fu tra gli ispiratori della nascita della corrente della sinistra di “Base”, che vivacizzò il dibattito interno al partito. Uno dei punti nodali fu il perseguimento dell’alleanza con i socialisti e del dialogo con i comunisti, non per semplice calcolo o banale tatticismo, ma con l’obiettivo di accelerare il coinvolgimento delle masse popolari, a partire della base di tali forze politiche, nella direzione del rafforzamento del nuovo Stato nato dopo il conflitto mondiale, scongiurando il ricorso a soluzioni violente, come avvenuto in alcune circostanze.

In qualità di segretario provinciale della DC di Milano si propose di rinnovare il partito attraverso il consolidamento dei rapporti con la società civile e il mondo del lavoro, nonché la formazione dei nuovi quadri dirigenti e degli amministratori locali. In quel periodo, a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, la DC milanese, sotto la sua guida, divenne sede di confronto e di elaborazione per la soluzione di problemi nazionali, dalla politica energetica alla riforma fondiaria, alla libertà nelle fabbriche.

Sempre da responsabile locale del partito ebbe modo di concretizzare il disegno politico di una nuova maggioranza allargata ad alcune forze della sinistra; infatti l’amministrazione comunale divenne di centro-sinistra, anticipatrice di una svolta nazionale che ebbe luogo qualche anno dopo. Significativa, per tratteggiare un aspetto dei suoi principi, fu la presa di posizione espressa a seguito del comportamento dei partiti della nuova maggioranza, troppo preoccupati, a suo avviso, della «spartizione del potere».

Nel 1968, abbiamo visto, venne eletto al Senato e nel 1974 fu nominato ministro dell’Agricoltura, rimanendovi ininterrottamente per sette governi fino al 1980.

Questo incarico, così vicino anche alle sue competenze, gli consentì di dimostrare appieno le sue capacità. Sul fronte interno riuscì a dare dignità a un mondo agricolo fino ad allora trascurato, per la preponderanza delle questioni industriali su quelle rurali e a causa della scarsa attenzione della politica ai suoi problemi; ottenne di incrementare con iniziative strutturali il reddito per il settore e a valorizzarlo sotto il profilo sociale. Lavorò intensamente per un’agricoltura rinnovata e moderna, proponendo un suo nuovo ruolo nel contesto economico nazionale; in particolare perseguendo tre obiettivi di lungo respiro: il miglioramento dei redditi e delle condizioni di lavoro degli addetti, il riequilibrio della bilancia agricolo-alimentare, la garanzia di prezzi equi per i consumatori.

A livello della Comunità Economica Europea divenne un fiero sostenitore delle ragioni italiane, molto spesso trascurate, ma soprattutto fautore, comunque nel pieno rispetto dei regolamenti comunitari, delle ragioni dell’agricoltura nei confronti di altre produzioni. Riuscì a scardinare i taciti, ma tenaci, accordi tra le forti agricolture continentali a vantaggio di quelle mediterranee, più deboli sotto il profilo organizzativo e produttivo. Di questo beneficeranno anche i nuovi paesi comunitari, come Spagna e Portogallo, che aderiranno al Trattato di Roma a partire dagli anni ’80. Come abile e combattivo negoziatore in tali trattative seppe meritarsi la stima e l’apprezzamento dei colleghi europei.

Alcuni elementi ulteriori, tanto significativi quanto poco conosciuti fino a qualche anno fa, riguardano più in generale il suo ruolo nelle relazioni internazionali del Paese. Alcuni documenti americani dimostrano, ad esempio, come vi fosse una forte attenzione verso di lui all’interno delle relazioni diplomatiche tra Europa, Stati Uniti e Italia. Marcora incontrò più volte gli ambasciatori americani a Roma, che erano molto interessati a conoscere e riportare in patria i progetti politici del ministro, sia nell’ambito della Politica agricola comunitaria, sia in merito alle idee della corrente democristiana alla quale appartenne di fronte alle grandi questioni politiche del tempo, in particolare sulla possibile apertura al Partito comunista italiano, il cosiddetto “compromesso storico”. Dalla documentazione americana si deduce un misto di curiosità, ma anche di contrarietà alle posizioni del ministro.

Emerge una rappresentazione di Marcora come un politico battagliero, solitario e insofferente alle pressioni americane, deciso difensore dell’interesse nazionale che sente minacciato da una non chiara posizione dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei e allo stesso alleato americano.

Un ulteriore aspetto della personalità del nostro testimone si collega al suo rifiuto, nel 1981, di ricevere l’incarico di capo del governo, anche per le condizioni di salute che iniziavano a essere preoccupanti, che non gli impedirono comunque di accettare il ministero dell’Industria.

Nel 1982 infatti fu incaricato di gestire quel dicastero e in tale ufficio è ricordato, soprattutto, per la legge che porta il suo nome, approvata tre anni dopo. Alla fine degli anni Settanta Marcora iniziò a riflettere sul tema del recupero d’impresa, spinto a ricercare, sul piano politico, un modello alternativo alla conflittualità operaia, e sul terreno economico a fornire risposte alle crisi emergenti, come quella petrolifera, e quella industriale derivante dalla fase di riorganizzazione del sistema fordista, con le ripercussioni per l’occupazione dovute ai lavoratori espulsi dai cicli produttivi. Un’ulteriore ragione riguardò la necessità da lui individuata di razionalizzare la spesa pubblica rivolta alle ristrutturazioni aziendali, con il tentativo di ricercare una via “produttiva” da affiancare alla spesa per la cassa integrazione, investendo in ambiti economici che avessero possibilità di stare sul mercato.

Al tema del recupero d’impresa si aggiunse anche quello della partecipazione dei lavoratori. Da nuovo ministro dell’Industria ebbe modo di affrontare tali argomenti, ispirandosi, sul piano dei principi ispiratori e degli obiettivi, ad alcuni importanti riferimenti, dai quali scaturirà anche la legge del 1985. Questi erano rappresentati da tre personaggi: Piero Gobetti, Antonio Gramsci e Giovanni Paolo II, soprattutto in relazione alla sua enciclica Laborem exercens. Marcora si ispirò a loro per richiamare i lavoratori all’obiettivo di passare a una «mentalità di produttori» e di classe dirigente, abbandonando la prospettiva da subordinati.

Nella lettera di accompagnamento al disegno di legge da lui presentato nel maggio del 1982 erano riassunte le motivazioni del provvedimento: far partecipare i lavoratori alla gestione delle aziende, compresa la necessità di rivedere la distribuzione dei profitti; razionalizzare il tessuto produttivo della piccole-medie imprese, insistendo nella necessità di salvare solo quelle ritenute «capaci di riprendersi»; recuperare alla produzione i lavoratori non più utilizzati, «sottraendoli all’assistenzialismo senza sbocchi» e non disperdendo così un patrimonio di capacità professionali.

Marcora propose anche una visione relativa alla cooperazione, che non doveva rappresentare un «ruolo di supplenza» in attesa che il capitalismo superasse le sue crisi, ma l’architrave di una sfida più generale nella direzione di «un’organica riorganizzazione del tessuto economico (piccole e medie dimensioni) secondo criteri di economicità e di partecipazione dei lavoratori».

In ragione di quanto abbiamo ora posto in risalto è significativo citare un documento di Confcooperative di qualche anno addietro che lo descriveva come «un ministro diverso», del quale avere nostalgia. È opportuno aggiungere che fu anche tra i responsabili di dicastero più longevi: in pochi hanno ricoperto degli incarichi di governo per più tempo.

Malgrado gli impegni nazionali Giovanni Marcora rimase sempre profondamente legato alla sua gente e al suo paese. Infatti divenne sindaco di Inveruno una prima volta dal 1970 al 1975 e poi dal 1980 fino alla morte. Nonostante tutti gli onori e il prestigio acquisito da senatore e ministro, questa fu una delle funzioni cui teneva di più.

Il nostro testimone dimostrò sempre una visione alta, un pensiero lungimirante e una dignità fuori dal comune nell’affrontare vicende e problematiche tutt’altro che semplici; visse con entusiasmo le grandi svolte nelle quali fu impegnato, come quella dell’introduzione dell’obiezione di coscienza e del servizio civile in alternativa a quello militare, e con rammarico le sconfitte, senza mai arrendersi e senza perdere di vista il bene comune.

Come amministratore pubblico e ministro venne apprezzato per la professionalità e la competenza: in una fase, come l’attuale, nella quale sembra che qualsiasi persona con un minimo di buona volontà possa svolgere degli incarichi politici è un monito rilavante.

Va poi ricordata la sua onestà, in una stagione in cui si intrecciavano gli interessi tra politica e affari che portarono agli anni di tangentopoli e all’inchiesta “Mani pulite”.

Abbiamo citato alcuni personaggi che lo hanno ispirato: è necessario ricordarne un altro, Giuseppe Dossetti. Marcora prese da lui la brillantezza delle analisi, la passione per la vita e per il prossimo, il senso dello Stato e il sentirsi sempre e comunque un uomo delle istituzioni; convinto anche dell’importanza della maieutica, della partecipazione attiva, che Dossetti aveva teorizzato e che mirava a far nascere e crescere proposte e iniziative all’interno della società.

In questa prospettiva Marcora considerò la democrazia come sviluppo collettivo, inclusione e aspirazione di riscatto; una democrazia viva, feconda e irrinunciabile, missione esistenziale che necessita di un forte impegno per darle un’anima e un futuro come senso profondo dello stare insieme.

Indro Montanelli scrisse di Marcora giudizi felicissimi. Secondo il grande giornalista egli, come politico, «apparteneva alla razza di quelli da contarsi sulle dita di una sola mano, che volevano fare». E ancora, secondo Montanelli «i posti di potere non lo attiravano, e quando gliene dettero uno, il ministero dell’Agricoltura, lo trasformò in un posto di lavoro. A Bruxelles, tutti lo ricordano con un misto di rispetto e di timore. Era forse l’unico esponente politico europeo che non aveva bisogno di farsi accompagnare da esperti né di sollecitare i loro suggerimenti negli spossanti negoziati sulle tariffe delle verdure o sui contingenti del latte». Le cronache aggiungevano che la sua unica necessità fosse quella dell’interprete, poiché la sola lingua “straniera” conosciuta era l’italiano. Durante le discussioni, a volte estremamente vivaci, perdendo la pazienza si esprimeva in dialetto, mettendo in grossa difficoltà proprio chi doveva tradurre…

Dalla Resistenza al suo agire per una politica concreta, più degna e più giusta, Marcora si collocò sempre dalla parte degli ultimi e dei deboli, sulla scia di quel personalismo cristiano che incontrò da ragazzo nel gruppo dell’Azione Cattolica e lo accompagnò sempre e fu la vera cifra della sua passione e del suo impegno.

 

 

 

Le fonti

Giovanni Marcora è forse una figura dimenticata nel tempo. Sono passati quasi 35 anni dalla sua scomparsa, il partito nel quale ha militato non esiste più e viviamo certamente in un’epoca con poca memoria. Ma, come abbiamo potuto constatare in questa breve presentazione, è un personaggio che ha qualcosa da dire e da insegnare.

Un primo strumento per conoscerlo meglio è consultare il sito del Centro studi che porta il suo nome https://www.centrostudimarcora.it/archivio.php, ricco di documentazione.

Ci sono poi alcuni libri scritti da lui, ovviamente datati per il periodo in cui furono realizzati; fra questi citiamo: La questione agraria e l’Europa del 1979 e Una politica per uscire dalla crisi del 1981.

Piuttosto ricca è la bibliografia a lui dedicata, tra i più recenti volumi ricordiamo: Giovanni Marcora, Milano, l’Italia e l’Europa, a cura di Emanuele Bernardi del 2010; Albertino Marcora. Politico del fare di Giovanni Di Capua del 2007; Giovanni Marcora. Un’esperienza che continua di Gianni Borsa e Gianni Mainini del 2008, del quale mettiamo a disposizione alcune pagine gentilmente forniteci dal Centro Studi Marcora; sempre di Gianni Borsa Giovanni Marcora. Un politico “concreto” dalla Resistenza all’Europa del 1999. Dello stesso autore è possibile leggere qui un articolo dal titolo Giovanni Marcora: un uomo da conoscere, un’eredità da riscoprire.

In occasione della commemorazione del ventesimo anniversario della sua scomparsa, tenutasi a Vimercate l’8 febbraio 2003, era stato diffuso un opuscolo intitolato Giovanni Marcora, partigiano, politico, senatore e ministro a vent’anni dalla morte e nella stessa sede era stato presentato un video, edito dall’Associazione popolari intransigenti, intitolato semplicemente “Giovanni Marcora. 1922-1983”.

A questo link è possibile consultare una sintetica presentazione delle principali leggi da lui volute.

Per ricordarne la figura e l’opera, tra le altre iniziative attuate da molti enti, associazioni e categorie, il CEPAM, in collaborazione col Comune di Inveruno, assegna il Premio Marcora per l’Agricoltura.

 

Come sempre concludiamo con alcune frasi del nostro testimone.

 

«La lotta partigiana fu violenta, aspra, senza esclusione di colpi; ma nella sua logica era espressione di un desiderio di pace, di convivenza libera, di rifiuto della violenza come strumento di confronto. La vittoria della Resistenza doveva essere l’inizio di una storia di democrazia, di tolleranza, di libero confronto, di rispetto dei valori ideali e politici delle diverse componenti della società italiana».

 

«Quando l’Italia scelse di entrare nella comunità del carbone e dell’acciaio, non fu un calcolo economico che motivò l’adesione. Fu, al contrario, la convinzione che solo creando un’Europa unita si potesse garantire la pace nel mondo, la sopravvivenza della cultura occidentale, e consolidare il regime democratico che l’Italia aveva da poco conquistato. L’adesione italiana alla CECA prima e alla CEE dopo è stata, innanzitutto, una scelta di civiltà».

 

«Proponendo un nuovo ruolo dell’agricoltura nel contesto economico nazionale gli obiettivi a lungo termine debbono essere tre: il miglioramento dei redditi e delle condizioni di lavoro degli addetti all’agricoltura; il riequilibrio della bilancia agricolo-alimentare; la garanzia di approvvigionamento, a prezzi equi, dei consumatori».